Antonio Giordano

Sì, beh, questa è solo, tipo, la tua opinione amico.

Tag: democrazia

Cose offensive

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Da un po’ di tempo quando si parla di libertà di espressione salta fuori una parola, veloce, velocissima. Offesa incombe su qualsiasi dibattito come un monitodinapolitano per chiunque si dedichi a pensare, per professione o per hobby, a temi che coinvolgono minoranze, religioni, gruppi che reclamano diritti e chiunque in passato sia stato vittima di una discriminazione. Attento, non devi offendere. Attento, chi offende è spedito dalla parte del torto senza citazione di Brecht. Oppure si arriva al punto surreale in cui si può dire qualsiasi assurdità purché non si sia offensivi. Dobbiamo chiederci se questa attenzione a non offendere gli altri sia così utile, o se non faccia più danno che bene alla libertà di espressione.

Ricorda un’altra mania del passato, quando con l’etichetta di politically correct veniva ripulito il linguaggio da modi di parlare che potevano discriminare alcune categorie. Si sono sprecati i proverbiali barili di inchiostro contro il politicamente corretto, i suoi ministri, i suoi esegeti e la sua polizia. Senza scomodare Orwell e la neolingua, è strano per una società che fa bandiera della libertà di opinione mettere in piedi un sistema per limitare quella stessa libertà. In Italia era soprattutto la sinistra a recepire questo modo di pensare. Il paradosso di una parte politica che cerca di stabilire chi può e chi non può parlare ha sempre scatenato la rabbia della destra conservatrice più o meno moderata, che avendo sempre avuto un’enorme invidia penis e non avendo mai avuto argomenti che andassero oltre la gara di rutti è sempre stata insofferente al politicamente corretto. (Ok, è ingiusto e scontato, non tutta la destra conservatrice parla con i rutti. Ho conosciuto degli intellettuali di destra e leggevano Hitchens. Senza capirlo. Tra un rutto e l’altro.)

Chi da destra attacca il politicamente corretto di solito ne fa una questione di ipocrisia e di censura pura e semplice: a sinistra si fanno belli con i buoni propositi ma si guardano bene dal condividere lo stile di vita di chi dicono di voler supportare, e poi coprono di belle parole delle autentiche schifezze come, mio Dio mio Dio, dei frociazzi che si baciano. Fanno tanto i comunisti ma hanno la casa al mare. Quello che è peggio, gli alfieri del pensiero corretto si sentono migliori. Giudicano. Sono radical chic o ––  usato particolarmente spesso – maestrine, una figura che ossessiona talmente tanti conservatori da rendere inevitabile chiedersi da quali fantasie siano ossessionati i nostri amici di destra.

Questa lotta conservatrice contro il politically correct e la sua surrettizia censura spesso non ha altro scopo che la rivendicazione della propria rozzezza, il piagnucolio di chi vuole essere lasciato in pace a ridere quando dice cacca. Ipocriti, maestrine,  voglio vedere se mi sculacciate (vi piacerebbe). Ma ciò non toglie che il linguaggio sia davvero pattugliato da una specie di gendarmeria, e che chi va contro questa atmosfera da manette alla mente di solito ha anche le intuizioni più acute. La correttezza, più che un modo per non offendere altri e non scatenare il pensiero discriminatorio, è diventata a sua volta un modo per intimidire, per eliminare voci dal dibattito, per silenziare.

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Negli ultimi tempi però non si parla più di politicamente corretto (tranne che sul Foglio, vedi questione dell’invidia penis), e molto più spesso si invoca l’offesa come argomento definitivo per togliere la parola a qualcuno. Si fa confusione, volutamente, tra la difesa delle minoranze, cosa sacrosanta e a cui tutto è subordinato, e l’offesa di una singola persona o di un gruppo, che è qualcosa di sgradevole ma forse non è qualcosa da cui qualcuno dovrebbe essere protetto per legge. Essere offesi, soprattutto in un dibattito, non è un argomento: è un sentimento, qualcosa di assolutamente personale, soggettivo, non negoziabile. Esperienze personali e reazioni private, per quanto forti e dolorose, non dovrebbero essere motivo per censurare la libertà di pensiero e di espressione di qualcun altro. La cosa invece è sfuggita di mano. Chi è offeso diventa subito una vittima e non deve fare più niente se non attendere che la riparazione del torto. Libri, film, monologhi, articoli che contengono opinioni o fatti potenzialmente offensivi non devono essere diffusi se non dopo un’adeguata pulizia. Nel caso più estremo gli offesi hanno preso un mitragliatore e qualche poveretto ha insinuato che fossero comunque delle vittime, offese da qualcuno che aveva manifestato il proprio pensiero nel modo che aveva ritenuto più opportuno.

Stati Uniti e Gran Bretagna sono prime linee di questa battaglia silenziosa tra libertà di pensiero e censori autoritari di qualsiasi colore. Campus universitari, articoli di giornale, siti di informazione e social network sono attraversati da social justice warrior che molto spesso hanno il solo obiettivo di fare sparire opinioni non conformi alla dottrina della uguaglianza sociale. Intorno alle democrazie si sta creando un campo magnetico che cerca di proteggere le persone da qualsiasi opinione sgradevole. Per il loro bene, ci mancherebbe altro.

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In Italia dibattiti di questo tipo non si tengono, almeno non sul tenore di quelli americani e inglesi. Però da anni è in corso un dibattito sulla satira, che di solito si riattizza quando qualche vignettista ha la fortuna di provocare la reazione di qualche politico stupido. Come si sa, qui siamo tutti per la libertà d’espressione, purché rimanga all’’estero. Siamo tutti Charlie ma ci accaniamo contro i nostri vignettisti quando sono “irrispettosi”. Siamo per i diritti dei manifestanti in Turchia ma decisamente a favore dei poliziotti in Italia. Siamo per la libertà di satira ma solo finché è satira, e naturalmente ciascuno ha la sua definizione, molto personale, sentimentale di satira.

Senza nemmeno pronunciare le parole politicamente corretto, ci stiamo mettendo le manette da soli senza accorgercene, regalando un potere incredibile a chi ha tutto l’interesse a fare tacere, a togliere di mezzo le voci difformi, a uniformare il tutto. Non a caso, i maggiori distinguo – ma non i soli – quando si parla di difesa della libertà di parola arrivano dalla Chiesa, che non gradisce per niente che si offenda il sentimento religioso. Alla chiesa piace pensare – e non da ora, e nonostante Papa Ciccio – che la religione sia un motivo sufficiente per limitare per legge la libertà d’espressione e di pensiero. La struttura di pensiero della chiesa è usata da un sacco di gente, molto spesso persone che si dichiarano, e credono di essere, dei sinceri liberali, ma che invocano a giorni alterni la pulizia mentale, il decoro, la discussione per bene e tutti gli altri specchietti dietro cui nascondere un enorme desiderio di censura. A queste persone dovremmo rispondere che non siamo d’accordo, e farlo nel modo più irriverente, ironico e pungente possibile. O anche no, basta un dito medio. Sarà un gesto da poveracci, ma lo è meno che mascherare con il galateo il proprio fascismo discreto.

 

Rifarsi un ruolo

Sto ancora leggendo il bel libro di Evgeny Morozov, l’Ingenuità della Rete, che analizza l’idea diffusa in questo primo quarto di secolo secondo cui basterebbe fornire accesso a internet a popolazioni che non ne hanno per innalzare la domanda di democrazia e provocare il crollo dell’autoritarismo. Questa idea da tecnoentusiasti è data tanto per scontata che non viene quasi mai messa in discussione, e come ogni cosa che sembra ovvia non ci si dà quasi mai il disturbo di capire quali fattori, culturali e politici, l’abbiano partorita. Morozov invece lo fa, e ne rintraccia l’origine in una scimmiottatura delle politiche della Guerra Fredda, quando, secondo la vulgata, bastarono le fotocopiatrici e le radio finanziate da Reagan per fare crollare il comunismo. O fu il veccho Woytila a farlo crollare? Cambiano gli idoli tirati in ballo di volta in volta, ma guarda caso non si analizzano mai le condizioni strutturali che hanno portato al crollo sovietico.

Questo lascito della guerra fredda, la difficoltà a staccarsene, sta causando anche un altro blocco mentale, più grande e meno visibile, secondo me. Dopo il crollo del comunismo tutte le democrazie occidentali hanno dichiarato vittoria e si sono sedute, rinunciando a fare quello che avevano fatto, più o meno bene, fino a quel momento. Dalla fine degli anni novanta, in pratica, non si parla più di diffondere la democrazia. E quando se n’è parlato, lo si è fatto in modi, tempi e linguaggi che di democratico non avevano nulla. L’aria generale che tira insomma è di rinuncia al proprio ruolo, di arretramento di fronte alle uniche regole del capitalismo – che, come si sa, HA VINTO, e dunque non può più essere messo in discussione.

“Proprio ruolo” ovviamente non significa quel pastrocchio simil-fascista dei primi anni 2000, quando in nome del ruolo civilizzatore dell’uomo bianco si bombardava la gente. Questa cosa succede ancora, ma non possiamo permetterlo, le occupazioni militari a fini di sfruttamento dovrebbero essere chiamate con il loro nome, non democrazia.

Siamo di fronte a un corto circuito su cui bisognerebbe riflettere con molta attenzione. La vittoria del capitalismo ha dato mano libera alla speculazione, che ha travolto la stessa democrazia smantellandone le poche garanzie accumulate in decenni. Molto spesso sono gli stati autoritari ad andare bene al capitale. Ma i democratici, chi avrebbe dovuto resistere a tutto questo, sembrano essere stanchi, come se assistere al trionfo di questo post-tototalitarismo fosse inevitabile. In altri casi, altrettanto tristi, si è provato a fare resistenza, ma con gli stessi linguaggi vecchi di quarant’anni fa, facilissimi da disinnescare.

Le nostre società, e le nostre psicologie, sembrano meno libere oggi di quanto non lo fossero all’inizio degli anni ottanta. Ci siamo tutti arresi a subire le ingiustizie e tenere la testa bassa? Dovremmo attivare processi generali che ci conducano ad avere più libertà, e non meno, come sta accadendo oggi. Una riflessione sul ruolo e sui modi della democrazia nelle nostre vite si impone, così come ancora, secondo me, non è stato studiato a dovere il nuovo totalitarismo dalla faccia scema e dai modi brutali che ci troviamo di fronte. La domanda a cui si dovrebbe rispondere è, soprattutto: come si è arrivati a trasformare semplici gesti che compiamo nella vita di tutti i giorni in meccanismi di sorveglianza e controllo?

Leggo: ancora Evgeny Morozov, l’Ingenuità della Rete.

L’orgia dei tecnoentusiasti

Continuo la pubblicazione on line dei pezzi che scrivo per Segno, mensile edito a Palermo. Questo articolo è comparso con il titolo Entusiasmo tecnologico e tentazioni autoritarie sul numero di febbraio 2014, e si tratta di un sunto di preoccupazioni, un tentativo di fare chiarezza nel magma in mutamento continuo e contrastante che sono gli studi sull’impatto politico della rete. Nulla di nuovo, tanto per cambiare, ma un buon tentativo, credo, di fare ordine tra gli argomenti emotivi e i fatti, tra le illusioni e quello che la realtà cerca di suggerirci.

 

Il luogo comune suona più o meno così: più rete è uguale a più democrazia. Un maggiore accesso alle reti informatiche significa maggiore partecipazione della cittadinanza alla vita pubblica, sia nelle democrazie che nei regimi autoritari. La prova empirica sarebbe nel ruolo centrale svolto dai social media nelle primavere arabe e nello sviluppo dei movimenti Indignados e Occupy Wall Street, i quali puntavano sulla capillarità della rete per coordinare le proteste e le manifestazioni.

Anche se a volte riesce a cogliere qualche verità, ogni luogo comune punta su aspetti che si credono autoevidenti ma non lo sono affatto. Molto spesso, la rete ha un ruolo marginale nell’innesco di rivolte e cambi di regime. Questo dovrebbe essere chiaro per induzione: i regimi cadevano anche prima che internet esistesse, ed è ragionevole pensare che anche in futuro i regimi cadranno non grazie a Twitter, ma al desiderio di una popolazione di liberarsi della prevaricazione. È vero che nel mondo di oggi la rete svolge un grande ruolo di catalizzatore. Ma negli ultimi anni si può vedere emergere una tendenza opposta, quella di usare la rete per livellare le opinioni e il dissenso. Qualcosa nella rete deve essere cambiato. O al contrario tutto è rimasto uguale a sé stesso, e siamo noi, cittadini e utenti medi, a dover riconsiderare le nostre idee riguardo a internet.

 

La terra promessa

Fino a poco tempo fa la rete, di cui abbiamo iniziato a usufruire in massa solo sul finire degli anni novanta, ci veniva descritta – ma sarebbe meglio dire che ci veniva promessa – come il regno della libertà. Sulla rete c’è spazio infinito, c’è l’infinita possibilità di parlare con infinite persone, non ci sono censure né filtri, nessuno è davvero in grado di controllare quello che facciamo. Significa avere una libertà di stampa enorme, non condizionata nemmeno dagli ingenti investimenti economici necessari a fare partire una testata editoriale. Per chi ha l’inclinazione, internet è una miniera: ci si fa inghiottire dal buio dei circuiti e si riemerge pieni di soldi.

Questo approccio ha alle spalle una grande comunità di entusiasti e di opinionisti tecnocapitalisti alla Wired per i quali la rete è fonte di per sé di libertà e innovazione politica. Una visione che costruisce tutta un’ideologia su come il capitalismo e le sue nevrosi non possano essere cambiati ma solo ritoccati e, bene che vada, migliorati. La premessa nascosta, perché data per scontata, è che la rete lasciata a sé stessa porterà naturalmente a innovazioni economiche e al libero mercato, a cui farà compagnia, quasi per magia, un aumento del livello democratico e delle condizioni generali di vita della popolazione.

Per un molto tempo è stato difficile dare torto all’approccio entusiasta, perché le cose sono andate esattamente in questo modo. La rete ha fatto il suo lavoro e grazie all’impegno di diverse persone si può affermare che c’è più democrazia in circolazione. Diversi monopoli economici sono stati messi in discussione. L’autorità degli stati nazionali è stata messa in ridicolo dal carattere transnazionale delle reti, per cui ciò che era reato in un paese cessava di esserlo non appena si accendeva il modem. Diverse cose che i governi erano abituati a tenere nascoste finirono per essere svelate. Wikileaks rimane un caso storico: dal momento della pubblicazione dei primi cablo diversi milioni di persone hanno riconosciuto alla trasparenza un valore molto più alto, nella vita democratica, del sempre fumoso concetto di “sicurezza nazionale”.

L’apice dell’ideologia delle reti si è raggiunto nel 2011, quando durante le rivolte del mondo arabo non si è mai mancato di fare notare come i partecipanti si organizzassero con mezzi come Twitter e Facebook. Si diceva che il modo più sicuro di capire che le dittature stavano capitolando fosse osservare quando avrebbero indotto uno shutdown delle reti, un isolamento dei sistemi nella speranza disperata di tagliare le comunicazioni ai rivoltosi. A quel punto si poteva puntare l’orologio: il governo dispotico sarebbe caduto in pochissimo tempo, per fare posto a una nuova leva di governanti.

 

Un brusco risveglio

Nessuno di quelli che allora sottolineavano con compiacimento la libertà intrinseca dei social network ha mai fatto notare come gli stessi social network siano adesso usati dall’Esercito Egiziano come organi ufficiali per comunicare restrizioni al diritto di manifestazione e di associazione. O, se lo hanno fatto notare, hanno fatto in modo da tenere ben separate queste notizie da quelle più entusiaste, come se fossero semplici incidenti di percorso. In realtà, il 2013 è stato un anno durante il quale il sogno di avere più democrazia grazie a una rete lasciata a sé stessa ha ricevuto ben più di uno schiaffo.

A tenere banco sono state le rivelazioni di Edward Snowden, con le quali è stato svelato un intricato complesso di spionaggio attraverso cui agenzie governative americane ed europee, di concerto con diverse aziende informatiche, spiavano un numero enorme di cittadini in tutto il mondo, spesso infischiandosene allegramente dei limiti legislativi e dei semplici diritti umani. A colpire sono state soprattutto le modalità di raccolta dei dati. Senza fare ricorso a metodi fantascientifici, le agenzie accedevano ai server delle grandi aziende informatiche e consultavano le registrazioni di gran parte delle comunicazioni on line. Una sorveglianza che si potrebbe definire orwelliana, se non fosse già oltre quello che aveva immaginato lo scrittore inglese. In 1984 la sorveglianza avveniva in modo esplicito attraverso teleschermi. Si era consapevoli di essere sorvegliati. Nel 2014 non si ha neanche il lusso di questa consapevolezza.

Altri segnali, più piccoli e modesti, sono emersi a incrinare l’immagine della rete portatrice di libertà e democrazia. L’elezione del Presidente di uno stato del G8, l’Italia, è stata largamente condizionata da una consultazione on line fatta da un partito d’opposizione, condotta con metodi non trasparenti e del tutto manipolabili. Sembra che l’atmosfera del dibattito on line si stia abbassando sempre di più verso livelli da osteria. Quello che doveva essere uno spazio di libertà si sta trasformando in una cloaca.

La povertà di strumenti retorici e logici, l’inconsistenza degli argomenti e la povertà del linguaggio usato non sono solo un problema estetico. Nessuno è tenuto a farsi piacere un linguaggio brutto, così come nessuno è tenuto a impararne uno bello. Ma se tutto si fermasse alla scarsa qualità ci sarebbe solo da allargare le braccia. Invece, l’inaridimento e l’abbrutimento del dibattito hanno una deriva pericolosa verso l’autoritarismo più smaccato. Molto spesso nei dibattiti on line l’argomentazione è una perfetta sconosciuta, a cui si preferisce lo squadrismo telematico, l’insulto, l’argomento ad hominem, il tentativo di censura. L’assenza di controllo e persino della possibilità di controllo, che dovrebbe essere un punto di forza per la libertà della comunicazione in rete, finisce per essere un suo punto debole. Quando le voci più deboli, o semplicemente meno pazienti e disposte a farsi insultare, sono costrette a lasciare il campo perché non c’è nessun mezzo che le tuteli, la libertà della rete è compromessa. Rimane solo una bella promessa, ma senza nessuna applicazione pratica.

 

I tre vertici della comunicazione

Parlare di mezzi di comunicazione in modo lineare, guardando solo ai contenuti veicolati e considerandoli come fossero dentro una bolla separata dalla società, non ha senso. Bisogna considerare almeno tre grandi aree: la tecnologia che permette un nuovo modo di comunicare, le persone che usano concretamente quella tecnologia, e le regole che una società si dà per controllare persone e tecnologie. Questi settori possono essere considerati come vertici di un triangolo, e a seconda di come si muovono contribuiscono a definire lo spazio occupato da uno strumento di comunicazione in una società. Storicamente, almeno uno dei vertici è stato in una posizione sopraelevata rispetto agli altri. I governi avevano enormi poteri di censura sulla stampa, oppure i mezzi tecnici erano costosi e inaccessibili, limitando di fatto ciò che poteva essere detto attraverso di essi e dando un grande vantaggio a chi si trovava nelle condizioni di controllarli, che potevano imporre una selezione e un controllo molto approfonditi su ciò che poteva o non poteva essere pubblicato.

La rete ha eliminato la posizione di superiorità dei vertici, e questo, fin dall’inizio, è stato il suo carattere più rivoluzionario. Eliminando la difficoltà di accesso ai modi di produzione dell’informazione, trascendendo i limiti fisici e quelli legislativi, ha regalato alla società una grande libertà di parola, quantomeno al livello potenziale. Se i tre vertici del triangolo si equivalgono non c’è potere legislativo o tecnico che possa vietare l’espressione di quello che si vuole, nel modo che si vuole. In teoria questo avrebbe dovuto portare a più democrazia. Di fatto, ha creato il paradosso centrale dell’inizio del secolo: a maggiore spazio, meno libertà. Se in potenza si può dire e fare quello che si vuole, diventano inefficaci anche i mezzi per fermare opinioni tossiche o strategie retoriche volte a impedire all’avversario di esprimersi.

Magia: con il diffondersi della rete si è avuta anche una crescita delle richieste censorie da parte della società. Giornalisti, partiti, funzionari e quel grosso miscuglio di sensazioni autoritarie e perbenismo da classe media che va sotto il nome di società civile hanno iniziato a chiedere con insistenza l’inserimento di filtri legislativi e tecnologici alla comunicazione on line. Poco importa che la giustificazione si ricavi sempre da una qualche emergenza. La lotta alla pedofilia, alla diffamazione, alla diffusione di ideologie terroristiche, alla truffa finanziaria possono essere motivi più che giusti per una vigilanza maggiore da parte della società, ma i modi in cui si pensa a questi interventi sono tanto vaghi e generali da risultare sospetti. Con la scusa della diffamazione o dei crimini si vorrebbe impedire il dissenso, censurando per legge l’espressione di opinioni diverse.

Rientrano allora in scena gli altri due vertici del triangolo, lasciati indietro in un primo momento dalla velocità con cui le nuove forme di discussione si diffondevano on line. Soprattutto i governi, e in generale le agenzie addette al controllo della vita civile, hanno passato un buon decennio a rincorrere la novità di una comunicazione su cui non avevano un reale potere d’interdizione. Sostanzialmente si poteva dire qualsiasi cosa e nessuno poteva farci niente, né tecnicamente né attraverso leggi e controlli. L’illusione, ancora una volta, era di una totale libertà del pubblico. Nel 2013 si è scoperto che questa illusione nasconde una svolta pericolosamente autoritaria. Nel corso dell’anno è diventato sempre più chiaro a che livello un governo o un’organizzazione possano controllare, classificare e guidare il flusso di informazioni, con l’aiuto di chi gestisce l’infrastruttura tecnica. Sempre con la gestione dell’infrastruttura è stato possibile per Grillo e Casaleggio, le due persone a capo del Movimento Cinque Stelle, assumere un potere sempre maggiore all’interno del Parlamento Italiano senza essere mai stati votati in una vera elezione. L’unica legittimazione deriva loro da una rete controllata più da loro che dai sostenitori del Movimento.

La deriva è molto più pericolosa di quello che sembra. I vertici del triangolo comunicativo della rete, come abbiamo detto, sono fatti per rimanere equidistanti. Questo significa che anche il vertice delle persone sarà ridimensionato dagli altri due. Come la crescita della libertà di parola nell’ambito della rete ha significato un aumento del rumore di fondo, la crescita di potere di legislazioni e infrastrutture potrebbe avere conseguenze imprevedibili anche in ambiti che non hanno a che fare solo con la rete. Si deve entrare nell’ordine di idee che il potere degli stati e delle grandi aziende non si concentrerà più sulla censura attiva o sulle operazioni di polizia, ma sulla registrazione e sul controllo ad alto livello.

Cosa si potrà fare con queste informazioni è una domanda aperta a sviluppi futuri. Ma le premesse che si colgono non sono buone. Il governo inglese e quello americano, imitati da tutti gli altri governi europei, propongono periodicamente aggiustamenti alle leggi esistenti o nuove norme per poter usare i flussi di dati. La comunicazione in rete, che sul breve periodo garantisce una maggiore libertà, sul lungo periodo potrebbe diventare lo strumento principale con cui assicurare l’avanzamento di pratiche autoritarie. Deve essere chiaro che non si possono tenere separati i problemi: il maggiore controllo e la maggior libertà sono espressioni dello stesso sistema, della stessa interazione tra tre vertici della comunicazione in rete, così come si sono strutturati negli ultimi venti anni.

 

Nuove regole per una democrazia vera

In un suo bellissimo saggio sulla satira politica nella letteratura di Swift, George Orwell fa considerazioni molto pertinenti sull’ideale di una società senza leggi e obblighi e sulla tendenza totalitaria di un ideale del genere. Quando l’unico arbitro del comportamento è l’opinione pubblica, dice Orwell, non c’è nessuna tolleranza per la diversità. Gli animali gregari sono tendenti al conformismo, e quando si presume che l’unico governo venga dalla ragione o dall’amore, l’individuo è sottoposto a una spinta continua a pensare e comportarsi come ogni altro. In questo modo si raggiunge lo stadio più alto dell’organizzazione totalitaria, lo stadio in cui il conformismo è divenuto talmente generalizzato che non c’è più bisogno di una forza di polizia. (George Orwell, Politica contro letteratura, in Nel ventre della balena, pag. 64, Bompiani 1996)

Scritto con in mente la contaminazione continua tra politica e lavoro letterario, il saggio di Orwell fa venire in mente gli sviluppi più recenti della comunicazione on line. Da un lato, talmente tanta libertà da ricondurre tutto a un conformismo schiacciante; dall’altro, mezzi di controllo che assecondano questo conformismo, limitandosi a correggerlo con strumenti sempre più pervasivi, riuscendo a fare apparire come normali misure amministrative delle prevaricazioni autoritarie.

Se il problema è di sistema non ha tanto senso cercare soluzioni solo dentro la rete. Può essere un primo passo, ma non è sufficiente. A dover cambiare sono l’educazione e l’abitudine democratica, il rispetto di regole sia da parte della popolazione che di chi la governa. Questo significa trovare il modo di regolamentare la rete. Di solito basta accennare a tentativi di regolare la comunicazione on line per fare insorgere tutta la categoria degli entusiasti, ma ormai il problema è ineludibile, e non è con le alzate di scudi che si risolverà. Lasciare la rete allo stato semianarchico in cui è oggi significa condannarla al chiacchiericcio di fondo, e condannare la società a un controllo sempre più pervasivo e al conformismo più grigio.

Questo non significa in nessun modo che le regole sulla rete vadano imposte unicamente dai governi o da altri delegati. Ci sono tanti soggetti interessati a una comunicazione efficace e ad uno svolgimento serio dei dibattiti, e basterebbe iniziare un’autoregolamentazione per migliorare efficacemente gli scambi on line. Sarebbe molto più difficile per una autorità pretendere di controllare tutto e censurare tutto di fronte a un controllo più efficace attuato direttamente sulla rete e da chi in rete ci vive. Per essere libera, internet ha bisogno di un libero controllo, del rispetto della logica e dello spazio di discussione, non dell’autorità di qualcuno o qualcosa che filtri i contenuti. Una maggiore salute della nostra democrazia passa anche dall’imparare a dibattere, e come abbiamo visto le abitudini apprese sulla rete si possono portare anche al di fuori. Può succedere di nuovo, e in meglio.

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