Antonio Giordano

Sì, beh, questa è solo, tipo, la tua opinione amico.

Tag: Fantascienza

Distopia del 5 novembre

Come far passare oggi senza giocare un pò con V for Vendetta?

La data di oggi viene ricordata, nel Regno Unito, come quella della congiura delle polveri. Per come viene riassunta qui la storia, quella congiura mirava a uccidere il Re Giacomo I d’Inghilterra, e i membri del parlamento inglese, con una esplosione. La congiura fu scoperta da un soldato del Re, e l’artificiere dei congiurati, un certo Guy Fawkes, venne arrestato, torturato e impiccato. Da allora, ogni cinque novembre vengono bruciati dei pupazzi che raffigurano i congiurati, e viene cantata una filastrocca:

Remember, remember,
the fifth of November,
Gunpowder, treason and plot.
I see no reason
why Gunpowder treason
Should ever be forgot!

Questa, molto in sintesi, è la storia. Ma devo ammettere che non ne sapevo nulla prima di vedere V for Vendetta, un film che mi è piaciuto molto, e da subito. Come si saprà, il protagonista del film indossa una maschera di Guy Fawkes. V for Vendetta appartiene al filone delle distopie: storie, genericamente di fantascienza, che raccontano di società future completamente inaccettabili e mostruose. Di solito sono società che hanno molto in comune con la nostra. Seguendo un classico schema della fantascienza, le distopie estremizzano delle tendenze, sociali o scientifiche, chiaramente presenti nelle società odierne, e cercano di ipotizzare gli sviluppi futuri.

Il secolo scorso è stato molto fiorente, per la produzione di distopie, sia in letteratura, che nel cinema e nei fumetti. Alcune sono diventate famose, come 1984 di Orwell, Il Mondo Nuovo di Aldous Huxley, il Tallone di Ferro di Jack London, Arancia Meccanica e Blade Runner.

Negli ultimi anni c’è stato una declinazione particolare delle distopie. E’ evidente che cineasti e scrittori amano parlare del mondo che li circonda, ed estremizzarlo. E l’ultimo decennio ha visto una corrente particolare di distopie, di cui V for Vendetta, il film, è un esempio lampante. Ho specificato “il film” perché il fumetto ha una storia molto più articolata, e inoltre viene raccontata in un futuro realistico, ma ipotetico, in cui la società si è molto staccata da quella che noi viviamo quotidianamente. Il film, invece, ha chiari legami con gli anni che abbiamo appena trascorso, quelli della guerra al terrorismo, delle guerre in medio oriente, degli scontri di civiltà e dei diritti civili negati in nome dello stato di guerra e della necessità della nazione. Per esempio, il film sottolinea moltissimo il ruolo essenziale che ha la paura, l’induzione della paura, nell’azione dei governi. E mostra diversi segni che fanno intendere che il mondo di V for Vendetta, anche se nel futuro, è figlio diretto del nostro presente: i cappucci messi agli incarcerati; le immagini di sommosse urbane, tutte “reali”; le sequenze dei telegiornali, che urlano notizie di catastrofi drammaticamente simili a quelle che, periodicamente, siamo costretti ad ascoltare noi.

La distopia di Guy Fawkes, in altre parole, mischia reale e immaginario per dirci qualcosa su…. già, su cosa? Secondo me, su entrambe le cose: reale, E immaginario. Nel senso che ci ammonisce per qualcosa che sta succedendo nel nostro mondo reale, ma ci fa capire che la nostra battaglia è anche nell’immaginario, nel consumo quotidiano di immagini e narrazioni (che solo a volte sono puramente di informazione) che vorrebbero imporci modi di pensare del tutto fittizi. Nel portare avanti questo discorso, V for Vendetta descrive un mondo che, partendo da premesse analoghe a quello reale, è del tutto distante dall’equazione, di solito portata avanti dai governi, “più pace, più sicurezza, più tranquillità, in cambio dei vostri diritti”. In altre parole, descrive un futuro cupo, là dove i governi e i media ne descrivono uno radioso.

Ed è esattamente questo, secondo me, il tratto che unisce V for Vendetta ad altre narrazioni distopiche del decennio scorso. Il maneggiare la stessa, identica narrazione che viene usata da media e governi (definizione generica, lo so…), e cambiarla di segno. E’ un’operazione che si può ritrovare in diverse opere, e in diversi media. Tutto “Year zero” dei Nine Inch Nails racconta un futuro inquietante, in cui le peggiori tendenze fondamentaliste e fasciste degli Stati Uniti odierni hanno preso il potere, e lo usano per soffocare la libertà dei cittadini. Per raccontare questo futuro, Trent Reznor è, per così dire, uscito dal disco, ed ha inventato una narrazione condotta come una caccia al tesoro, in cui, per mesi, i fans cercavano indizi su questo fantomatico mondo di Year Zero. Era come leggere messaggi che arrivavano dal futuro prossimo, e in diversi momenti è stato proprio inquietante (tutta il racconto della campagna, e la descrizione completa del mondo di Year Zero, può essere trovata QUI). Inquietante perché spesso si faceva riferimento a fatti già successi, e quindi a volte si aveva la sensazione di non capire più in quale realtà ci si trovava. Forse è per questo che li chiamano Alternate Reality Game.

Altre distopie che hanno questo tono? Bioshock, direi. In cui, a dire il vero, le cose sono maneggiate in maniera diversa: si parte dagli anni sessanta del secolo scorso, e si va a finire in un mondo del tutto diverso da quello che ci ha raccontato la storia che studiamo. Ma, guardando bene, qual’è il mondo subacqueo in cui si svolge l’azione di Bioshock, tolta l’iconografia retrò e un pò di tecnologia strana? E’ il nostro, con la sua disgregazione sociale, con i suoi problemi psicologici e politici.

E ora, che cosa ci proporrà la fantascienza distopica in questo decennio? Io ancora segnali interessanti non ne ho visti, a meno che non vogliamo considerare Avatar una distopia. Ma non mi pare. E in ogni caso, secondo me, Avatar usa il procedimento inverso: usa la fantascienza, per analizzare il passato prossimo. Forse dal mondo del fumetto. Ho letto qualche numero di DMZ (disegnato, peraltro, dall’italiano Riccardo Burchielli) e sembra molto interessante, disegnato benissimo, per quanto, al punto in cui sono arrivato io, ancora non vedo i segni di un riflessione approfondita sul mondo odierno (ma i segnali sono molto promettenti).

Aspetto di vedere qualche bel film di fantascienza distopica, allora. In attesa che facciano un bel film su Anathem. Il quale non è una distopia (non nel senso che ho detto finora, quantomeno), ma è uno dei più bei romanzi che abbia letto negli ultimi anni.

Internet Creativa

Mi piace vivere questi tempi. Nonostante siano duri e difficili e il futuro sia abbastanza incerto (ma quando, esattamente, il futuro è stato certo e tranquillo?), stiamo vivendo un’epoca di cambiamenti radicali e di progresso. Un’epoca che è interessante vivere e respirare (e di cui mi piacerebbe essere l’umile testimone).

Per esempio, è di ieri la notizia secondo cui Google avrebbe inventato l’automobile automatica, che si muove da sola nel traffico, capisce quando evitare un incidente, e, immagino, suggerisce la strada migliore in base alle condizioni di traffico. Cose che si erano solo lette nei libri di fantascienza, e viste in qualche film, ora potrebbero diventare realtà nel giro di pochi anni.

Questa mattina ho ricevuto un link. E’ una presentazione di Google intitolata The Creative Internet, in cui vengono mostrati tutti i cambiamenti più interessanti nella cultura odierna (o, quantomeno, i tentativi più interessanti di cambiamento). Cambiamenti guidati da internet, o che nella rete trovano il loro sbocco. Prendetevi del tempo per fare caricare le slides (sono cariche di video e foto) ed esploratele con calma. C’è molta roba, e molto interessante a volte. Per esempio, i video di Pes, tutta la sezione sul Data Journalism, i video che uniscono Stop Motion e Light Painting, il sito BBC che rapporta le grandezze dei fatti del mondo ad altre zone geografiche (per esempio: che sarebbe successo se il disastro del golfo fosse avvenuto in mediterraneo?), il racconto – Mongoliad – che Neal Stephenson sta scrivendo con una comunità on line…..

Il mio preferito? Lo User-Generated Star Wars, Star Wars Uncut. Mi ha messo voglia di fabbricarmi una stanza – Millenium Falcon.

Ancora un po’ di fanta….

Nell’ultimo post parlavo di fotografia e fantascienza, chiedendomi come mai non ci fosse una produzione di fotografie fantascientifiche. Cinema e illustrazione, da sempre, ci fanno vedere ciò che è impossibile vedere.

La fotografia, quando si occupa di scienza e fantascienza, sembra invece mostrarci la via più semplice per capire cose complicate. Ma ammetto che detto così non sembra tanto professionale. E, soprattutto, non spiega come la fotografia ci mostri questa via più semplice, con quale meccanismo comunicativo.

Se non che, leggendo il blog (autorevolissimo, interessante: una lettura obbligata per qualsiasi appassionato di fotografia) di Michele Smargiassi, trovo un post in cui, parlando della mostra di Eleonora Rossi a Lucca che ha per tema il pentimento, l’autore si occupa di un argomento che ha parecchie affinità (mi sembra) con quello che volevo dire io.

Scrive Smargiassi:

L’ebbrezza di onnipotenza che continua a fluire nelle vene della fotografia a dispetto di mille smentite ha prodotto nel corso della storia parecchi tentativi di fotografare l’invisibile, l’astratto, se non addirittura il metafisico e l’ultraterreno.

Si, decisamente si. Atteggiamento che è semplificato alla perfezione da Garcia Marquez nel suo Cent’anni di solitudine, in cui a un certo punto Josè Arcadio Buendia si mette a usare il dagherrotipo per trovare la prova scientifica dell’esistenza di Dio. E, proprio come nel romanzo, la fotografia ha sempre mostrato una certa testardaggine nel perseguire questo compito.

Fino a quando la fotografia, con mezzi più o meno costosi, può mostrare degli oggetti, è, diciamo così, al sicuro. La riproduzione di microbi, particelle, o parti dello spazio profondo, o di fenomeni della fisica (l’esplosione di una mela al passaggio di un proiettile) è ancora un’impronta, un indice, una testimonianza della compresenza fisica di oggetto fotografato e supporto fotografico. Ma con oggetti meno facili? Inconoscibile, invisibile, metafisica…. Che dire, allora, del mondo fisico che ci circonda? Come si mostra, con le immagini, una particella di materia, un’onda gravitazionale, l’energia, la teoria della relatività?

Smargiassi, a proposito del pentimento, propone una spiegazione, che faccio mia:

la fotografia, quando osa affrontare argomenti che vanno oltre il sensibile e il tangibile, non può che diventare metonimia: ovvero non può offrirci che oggetti visibili per significare concetti invisibili.

In effetti. Quello che i fotografi che si occupano di scienza e scoperte scientifiche fanno, quando devono far vedere un concetto che va oltre il tangibile, non è altro che usare la parte per il tutto. Per esempio, Louie Psihoyos, quando deve mostrare una cosa come il sovraccarico di informazioni, la ridondanza e l’eccesso di materiale informativo nella nostra società, si serve di un mezzo – gli schermi televisivi – per significare quello che i Living Colour chiamavano Information Overload in una bellissima canzone.

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Ma, a ben pensarci, c’è un genere particolare della fotografia che fa sempre uso della metonimia: il reportage. Che non fa altro che selezionare pezzi di un continuum, che è la realtà, per rappresentarla. In questo caso, però, ad essere diversa è la finalità: non mostrare l’invisibile, ma riassumere un sistema – la realtà – che non si può osservare nella sua totalità senza mettere in opera una selezione, un taglio. Il che ci porta a discorsi sulla conoscibilità del reale, o sul disordine cui naturalmente tende il mondo. Disordine che la fotografia ha sempre cercato di contrastare, con i suoi strumenti: inquadratura, messa a fuoco, tempo dello scatto, luce. Tutti mezzi con cui selezionare qualcosa e lasciarne altre fuori, ridurre il rumore, trovare un codice. Di nuovo, il senso di onnipotenza. Se non altro, quando qualcuno mi dirà di sistemare quel macello sulla scrivania, potrò farmi trovare con la fotocamera montata sul cavalletto, e sostenere che sto mettendo ordine. Chissà se sarò credibile.

Fanta che? Vuoi della fantascienza da bere?

Essendo di estrazione un pò nerd, lo ammetto, mi piace da matti la fantascienza. Preferisco di gran lunga leggerla che guardarla su uno schermo, visto che molto spesso i film di fantascienza sono delle ciofeche inguardabili. Ma i bei film di fantascienza sono belli davvero. Non bisogna dimenticare che IL film, imprescindibile, è 2001: odissea nello spazio.

Navigando, ieri, mi è capitato di finire, per due volte, sul sito di Douglas Trumbull. Personaggio di cui, lo ammetto, non sapevo nulla, prima di guardare la pagina su Wikipedia, ma che in un attimo mi è diventato familiare: regista e produttore, ha realizzato gli effetti speciali di filmetti come Blade Runner, Incontri Ravvicinati del Terzo tipo, Star Trek e lo stesso 2001. Uno che la definizione di “effetti speciali” l’ha inventata, così come la conosciamo oggi. Ed è interessantissimo vedere i video in cui Trumbull svela i metodi, tutti analogici, con cui ha realizzato scene rimaste impresse a generazioni di spettatori. Non posso fare a meno di pensare a una qualsiasi città futura come se fosse uscita da Blade Runner, per esempio, con il clima impazzito, le industrie che divorano risorse, luce, spazio, che ne segnano il profilo de – umanizzato. Mondi forgiati nell’acciaio….

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La fantascienza, da sempre, ha, tra gli innumerevoli compiti che si è data, quello di farci vedere, letteralmente vedere, il mondo del futuro, come sarà, come potrebbe essere, e, forse, come già è, in versione estremizzata. E, dato che deve far – vedere, il ruolo del cinema, e dell’immagine, è sempre stato fondamentale nella fantascienza. Mi vengono in mente diverse sequenze, in cui il centro dell’inquadratura è l’occhio. Ma, ancora di più, mi viene in mente tutta una sottocultura di locandine, poster e copertine di libri che, di fatto, hanno segnato l’iconografia del genere, dagli anni ’40 in poi. Per esempio, in Italia, i libri di Urania sono sempre stati inconfondibili per il design delle copertine:

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Negli anni ’90 passarono a design più futuristici. In fondo, il cyberpunk iniziava a consolidarsi, “fantascienza” in quegli anni significava di più lunghi viaggi in freddissimi circuiti e reti telematiche, e anche la grafica cercava di adeguarsi, cercando di imitare questa freddezza cibernetica:

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Urania è sicuramente un punto di riferimento, anche visivo, per chi abbia seguito la fantascienza in Italia. Ma bisogna dire che anche altre case editrici hanno saputo darsi uno stile di riferimento. Per amor di brevità, ricordo solo i tipi di Fanucci, che stanno ripubblicando tutta l’opera di Philip K. Dick,  che hanno creato uno stile molto più minimale e iconico, rispetto a quello di Urania, ma che è efficacissimo, secondo me, nell’evocare atmosfere futuristiche piazzando l’essenziale nella copertina.

E la fotografia? Qui il discorso si fa interessante. Non credo esista settore editoriale, o grafico, in cui la fotografia venga usata meno, che nel settore della fantascienza. Si, ok: c’è tutta una produzione di fotografie, nate per scopi scientifici, che vengono rielaborate e usate come copertina. Penso a immagini di pianeti, galassie, e ai capolavori prodotti da Hubble, su cui bisognerebbe fare mostre su mostre. Ma, che io sappia, non esiste una produzione di foto fantascientifiche, propriamente dette, che interpretino la copertina di un libro, o la locandina di un film, con i mezzi propri dell’immagine fotografica.  Forse perché nel momento stesso in cui una scoperta, un’invenzione, una teoria scientifica, vengono fotografate, diventano meno fantascientifiche, più parte del reale. In fondo, la fotografia ha sempre avuto il ruolo di testimoniare la realtà; e questo potrebbe essere una delle dimostrazioni più lampanti.

Ho sempre pensato che fotografi di scienza come Peter Menzel, Louie Psihoyos e George Steinmetz, tra gli altri, hanno un certo tocco fantascientifico. Il che credo che sia dato dalla capacità di interpretare, in modo iconico e con gli strumenti della fotografia, importanti intuizioni della ricerca e della filosofia. Il compito del fotografo di (fanta)scienza quindi sarebbe fare vedere il difficile da capire, più che fare vedere l’impossibile da vedere. In questo, probabilmente, la fotografia si distanzia sia dal cinema, a cui da sempre abbiamo chiesto di rendere visibile l’impossibile da vedere, che dall’illustrazione, che può mostrare tutto ciò che gli occhi, probabilmente, non vedranno mai. La fotografia, quando si occupa di illustrare la scienza, lo fa per mostrare ciò che già esiste, ma che ancora non è stato capito (ovviamente non sto parlando di fotografia scientifica propriamente detta, dove la fotografia viene usata come strumento oggettivo di conoscenza. Anche se, a pensarci bene, anche quando la fotografia diventa più simbolica e interpretativa, lo fa per diventare un oggetto di conoscenza: per mostrare la scienza anche a chi non è un addetto ai lavori).

Discorso lungo, e complesso, e passibile di diverse critiche, me ne rendo conto. Ma parliamone: digitando “science fiction photography”, su google, ho trovato il progetto “Where I write: fantasy & science fiction authors in their creative spaces”, del fotografo statunitense Kyle Cassidy. Una serie di ritratti di scrittori di fantascienza ripresi nel loro studio. Idea grandiosa, ma, purtroppo, mancano i migliori: Neal Stephenson e Valerio Evangelisti. Mi toccherà rimediare.

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