Antonio Giordano

Sì, beh, questa è solo, tipo, la tua opinione amico.

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Il vero vincitore

Inevitabile, ogni febbraio arriva il verdetto del World Press Photo, sulle foto più rappresentative dell’anno, e il premio alla foto dell’anno, quella che verrà maggiormente ricordata. La foto di quest’anno, come si stanno affrettando in molti a dire, ricorda molto una pietà michelangiolesca. L’abbraccio, la pietà, il dolore assoluto, come lo chiama Smargiassi nel suo blog. Foto che, nelle intenzioni della giuria del WPP, dovrebbe trascendere le circostanze concrete in cui è stata realizzata, diventando l’icona di una situazione universale in cui l’umanità sarebbe in questa precisa fase storica.

Niente da dire, ovviamente, sulle scelte della giuria: persone molto più esperte di me, che sicuramente hanno molta più competenza nell’individuare le icone dei nostri tempi. Il punto è che il fotogiornalismo internazionale mi sembra si stia trasformando in una caccia spietata a questo genere di iconicità, più che all’informazione. E questo avviene con il preciso avallo e incoraggiamento del World Press Photo, che ogni anno, nelle categorie di cronaca, sociali e sui fatti dell’anno, premia foto come quelle che hanno vinto quest’anno: dalla pietà michelangiolesca, ai pugni allo stomaco veri e propri, ai bianchi e neri molto estetizzati, che raccontano più la bravura di chi li ha fatti, che della realtà che hanno davanti. E la rete si adegua: ho già letto dei dibattiti in cui si analizza l’estetica formale delle foto che hanno vinto, chiedendosi se il burqa aggiunge o meno valore estetico alla foto, o se non sia una semplice ridondanza formale. Evidentemente, sfugge che dove la foto è stata scattata una donna non può togliersi il velo di dosso a suo piacimento, per fare venire meglio la foto. Ma l’icona ha le sue esigenze.

Sono molto incuriosito, anche, dalla novità dei dati tecnici. Così ora sappiamo che macchina e che velocità di scatto ci vuole per fabbricare una pietà michelangiolesca. Informazioni che, per molti fotografi, saranno molto più rilevanti di quelle contenute nel caption.

Per tutti questi motivi, da molto tempo trovo che le parti più interessanti del World Press Photo siano quella sportiva e quella naturalistica. Sezioni in cui la qualità media è alta, e dove la ricerca formale, sempre molto presente, è assolutamente al servizio del contenuto informativo. Mi vengono in mente diversi premi in cui c’erano foto incredibili: il servizio del 2009 di Paul Nicklen, o di Donald Miralle Jr. del 2005, sono i primi che mi vengono in mente, ma in generale ogni anno ci sono gran belle foto da guardare, gente che sperimenta. E’ un piacere, quindi, trovare Francesco Zizola in questa sezione, nel concorso del 2012, con una foto scattata nei fondali della Sardegna. Una foto che può essere letta a vari livelli, e che mostra un fotografo come sempre attento alle dinamiche del linguaggio che utilizza, consapevole dei problemi posti dal raccontare per immagini.

Per chi è abituato alle classiche fotografie subacquee, la foto di Zizola è quasi deludente: non ci sono gran bei colori, non ci sono i bei soggetti che è quasi obbligatorio ritrarre quando si va giù, non ci sono panorami subacquei mozzafiato. C’è un uomo, chiuso nella sua muta, che fotografa dei tonni. Messa così, sembra la foto più noiosa del mondo. E invece, Zizola ha portato il fotogiornalismo sott’acqua, ritraendo un turista che fotografa una mattanza di animali in via di estinzione. Tali, infatti, sono i tonni nel mediterraneo.

In un solo scatto, dunque, a Zizola riescono diverse operazioni. Si distacca dal fotogiornalismo classico del WPP, allontanandosi dagli scenari obbligati che ogni fotografo deve frequentare per vincere un premio. Non va in Egitto, ma sul fondo della Sardegna. Al tempo stesso, però, del fotogiornalismo continua ad essere un orgoglioso rappresentante, non rinunciando a informare neanche quando va sott’acqua. Ecco, allora, che rappresenta la caccia dei tonni, e l’indifferenza con cui viene fotografata da un turista. E nel fotografare la tonnara, rinuncia anche al linguaggio tipico da immersione subacquea, tutta colori-e-meraviglia. In uno scatto solo: distanza dall’iconismo, ricerca di altri soggetti, fotogiornalismo in mare e distanza dallo stupore a buon mercato della fotografia subacquea. Il World Press Photo, quest’anno, ha confermato che Zizola è uno dei più attenti e consapevoli fotografi italiani, che coltiva e approfondisce il linguaggio fotogiornalistico, rinunciando a ricorrere agli stereotipi visivi cui tanti, troppi grandi fotografi ultimamente ricorrono.

Doisneau

Qualche giorno fa sono andato a vedere la mostra di Doisneau al Forma. Fotografo, Doisneu, di cui conoscevo pochissimo: ha lavorato per tutta la sua vita a Parigi, bianco e nero, e soprattutto Il Bacio, quello famoso, quello che finisce su tutte le copertine di libri di storie amorose. In Italia, per qualche ragione, quella foto viene spesso associata alle poesie di Nazim Hikmet:

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Ho interrogato Google sul perché di questo legame, ma non sembra esserci stato qualche incontro storico tra i due. Scelta dei grafici, dunque. Chissà perché proprio Hikmet e non altri poeti che hanno parlato d’amore….

In ogni modo, sono andato alla mostra senza sapere tanto di Doisneau, neanche come si pronunciasse il suo nome (la signorina della biglietteria lo pronuncia Duanò), ma, anzi, con qualche preconcetto in testa. Mi ero figurato il tipico sedentario intellettualoide francese, concentrato sul mettere la France in ogni sua cosa, un pò di basso profilo ma che produce cose di un certo valore. E, come dire? Avevo ragione. Ma tutto quello che mi era sembrato un difetto, dopo aver visto la mostra, è diventato un pregio.  Era sicuramente sedentario, ma è riuscito a tirare una varietà visiva impressionante dalla sua città, con uno stile marcato, personale e molto, molto profondo. Non uno sguardo da sprovveduto, insomma.

E’ che spesso alle mostre uno si aspetta seriosità e gravità, specie quando vengono affrontati temi come la povertà. Ma Doisneau, nell’affrontare quei temi, non rinunciava mai a impiegare uno stile costante, un’ironia divertita, che funzionava sia da scudo, sia da aiuto visivo alla comprensione. Un’ironia, in altre parole, che era figlia non della leggerezza (la quale, comunque, era un approccio costante nella fotografia di Doisneau), ma della delicatezza:

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E quella delicatezza dello sguardo, quell’ironia divertita, è stato il filo costante di tutta la mostra, e, credo, dell’opera di Doisneau. Un’ironia che a volte nasce semplicemente nel mondo, e Doisneau si limitava a registrare:

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Altre volte, invece, l’ironia veniva composta in macchina dallo stesso fotografo:

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Questo mi ha fatto tornare in mente un tema, di cui ho letto in Educare lo Sguardo di Roswell Angier. Ci sono foto in cui il fotografo deve limitarsi a riprendere quello che succede davanti a sé. E’ il caso, per esempio, di gran parte del fotogiornalismo, per come viene interpretato normalmente. Esiste un fatto, che il fotografo reputa degno di essere conservato visivamente, e viene ripreso. Altre volte, però, i fatti sono del tutto mentali, appartengono più a un ragionamento del fotografo che al mondo reale, e in quel caso vengono costruiti in macchina. Nel mondo non succede nulla, è nella fotografia che sta succedendo qualcosa. Un maestro in questo senso è Robert Frank, che nel suo The Americans raramente ci mostra delle cose che succedono, e più spesso le mette insieme, visivamente, su pellicola. Oltre a fare parlare tra di loro diverse fotografie, creando altri fatti, che sono tali solo in quanto presenti sulla pellicola.

Ecco, mi sembra che Doisneau preferisse questo approccio. Non che disdegnasse altri metodi. Ma guardando la mostra, si ha quasi l’impressione di vederlo, silenzioso, messo in un angolo, a guardare nel mirino. Si riesce a sentire il silenzio che, spesso, doveva aver pervaso lo sguardo, anche quando le situazioni che inseguiva erano rumorose:

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La mia parte preferita della mostra, come sempre, è stata quella delle teche in cui erano esposti ritagli di giornale, pubblicati, lavori “collaterali” come quello di pubblicitario. Così, ho potuto scoprire cosa facesse Doisneau quando non utilizzava l’approccio “silenzioso”. Pubblicità per l’olio Calvé, oppure una sorta di candid camera ante litteram, in cui la foto di una donna nuda veniva messa in una vetrina, e venivano fotografate le reazioni dei passanti. E’ stata la parte più esilarante della mostra. Accanto a questi ritagli, c’era anche un reportage sulla libertà degli amanti a Parigi: la gente si baciava per strada senza curarsi delle reazioni altrui, i poliziotti guardavano in modo indulgente, e a Parigi trionfava l’amore. Ho scoperto così che Doisneau non ha fotografato solo quel bacio, ma diversi, e con una piena consapevolezza della differenza tra bacio e bacio:

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Un fotografo, insomma, che conosceva bene il suo mestiere, e che non si poneva barriere sull’utilizzo della sua macchina fotografica. In qualsiasi campo si cimentasse, riusciva a mettere la sua ironia, il suo sguardo leggero e la sua maestria.

Quel bacio, poi, è diventato talmente iconico da essersi meritato il maggior riconoscimento dei nostri tempi: la riproduzione Lego.

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Ma, come ogni mostra che si rispetti, c’è stata anche la scoperta inaspettata. In questo caso, dato che era inclusa nel biglietto, ho anche guardato la mostra del Prix Pictet. C’era, visto il tema (la Terra) un bel pò di reportage. Ma il vincitore mi ha colpito parecchio. Si tratta di Nadav Kander, fotografo di Londra. Guardando il suo sito, ho scoperto che ha lavorato molto nella pubblicità e nel ritrattismo, e che i suoi progetti personali, molti dei quali di tipo paesaggistico, sono eccezionali. Come quello sullo Yang Tze, che ha vinto il Prix Pictet:

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Immagini che, a dire il vero, sono meglio da vedere esposte. Ce ne sono ancora un paio al Forma di Milano. Assicuratevi di leggere anche il testo introduttivo al progetto, sul sito di Kander.

(per tutte le foto del post tranne le ultime due il credit è di Robert Doisneau. Per l’ultima foto il credit è di Nadav Kander)

Fotografi e artisti/3

Ancora sul tema di cui ho parlato negli ultimi due post. C’è un intervento interessante di Michele Smargiassi a proposito dell’aiutino vergognoso: la fotografia, agli inizi, non fu per niente accettata dalla comunità artistica, e ci furono diverse reazioni. Conoscevo quella, famosa, di Baudelaire, che rimproverava alla fotografia di essere una sorta di ripiego per artisti incapaci. Ma non conoscevo altre sfumature: chi passò dalla parte del “nemico”, o chi, addirittura, distruggeva la fotografia da cui si era ispirato per fare un ritratto.

Se non altro, quello era un periodo in cui si avevano idee chiare. La fotografia era bassa, popolare, artigiana. E, quindi, non artistica, garantito al cento per cento.

Il post di Smargiassi si trova QUI.

Ancora su artisti e fotografi….

Sempre a proposito del tema che ho affrontato ieri, della definizione di artisti e fotografi. Leggo da Conscientious:

A photographer might take photographs of her children to talk about her family. An artist takes photographs of her children to talk about the human condition. A photographer might take photographs of a particular region to portray it, mostly for the sake of the people living there. An artist takes photographs of a particular region to ultimately produce images of no particular region other than the one that we all share, regardless where we live. A photographer might stick to that tried, old method and produce the same photographs, using the same style, for many years. An artist will not shy away from experimentation – and the potential of astounding success, at the risk of sometimes even more astounding failure.

Sembra che, da un lato, confermi quello che sostenevo ieri: il fotografo è uno che si limita a usare una tecnica per riprodurre il reale, magari nel modo più bello possibile, ma senza dirci di più sulla natura di questo reale; l’artista fa altro, parla di sé e di noi come genere umano, ci e si mette davanti allo specchio. Ma Colberg aggiunge qualcosa di interessante, accennando al fatto che i fotografi si accontenterebbero di riprodurre uno stile collaudato, mentre gli artisti si accollerebbero più rischi creativi.

Per me questo post solleva più domande di quelle che risolve. Se essere fotografi significa padroneggiare la tecnica e ripetere un certo stile in modo pedissequo, allora in un certo qual modo sono fotografi tutti i fotoamatori armati di buona volontà, teleobiettivi esagerati e conoscenze tecniche eccellenti (migliori, a volte, di chi è un professionista – qualunque cosa questa parola voglia dire)? E se essi lo sono, come si differenziano da fotogiornalisti, fotografi di architettura o ritrattisti che si guadagnano da vivere in questo modo? Si torna da capo: basta un insieme di conoscenze tecniche e/o economiche, per essere fotografi? E quando queste conoscenze evolvono verso l’arte?

Immettere titolo qui

Come ogni mattina, scendo a prendere il giornale. Lo so, sono una specie di dinosauro, non ho ancora fatto trent’anni e già mi attacco a questo feticcio cartaceo, pieno di notizie già vecchie, e che quanto prima scomparirà a causa della crisi. Ma il giornale è ancora l’unica tecnologia che, senza bisogno di fili, collegamenti, attesa per caricare il sistema operativo, e ricerca su Google, mi dà un quadro chiaro di quello che succede in Italia e, soprattutto, nella città.

A dire il vero, la vera ragione per comprare il giornale, per ora, è questa: una serie di notizie locali, e l’agenda. Tutte cose che a cercare su internet ci sono, ma sparse nel purgatorio dei siti di livello locale. E io non ho voglia di cercare per un quarto d’ora se ci sono mostre interessanti. Mi faccio una prima idea con il cartaceo. E l’idea che mi sono fatto, questa mattina, è che c’è una certa confusione con i termini.

Prendiamo, per esempio, una mostra fotografica. Quand’è che l’autore deve essere chiamato “artista”, e quando “fotografo”? Sembra, a una osservazione empirica, che il titolo di artista valga di più di quello di fotografo: i giornalisti usano artista quando vogliono dipingere un personaggio un pò strambo che fa della Ricerca su concetti alti. Una cosa intellettuale, una specie di libro, ma fatto con le fotografie. In questo caso, l’Autore è avvicinato di più al Pittore, l’Artista per antonomasia, che crea a partire da un’idea che ha dentro di se, e la rende visibile. La fotografia come specchio, per riprendere la metafora usata da John Szarkowski nella sua mostra Mirrors and windows. Un modo per riflettere la propria identità e la propria psicologia, e scavarci dentro.

Il termine fotografo, invece, sembra essere più utilizzato con finalità alchemico/artigianali. Il fotografo è quello che, per qualche motivo, sa usare meglio della media macchine, pellicole e luci, e che combina tutti questi ingredienti per farci vedere delle cose, belle, brutte o strane. L’autore è quindi uno come noi, che non fa altro che rendere visibili delle cose che già ci sono. La fotografia usata come finestra sul mondo che ci circonda, come punto di osservazione, più o meno oggettivo, su una realtà misurabile. Anche se secondo me in ogni fotografia ci sono aspetti dell’uno e dell’altro modo di intendere il mezzo (specchio e finestra), i giornali, in quanto rappresentanti di un senso comune più largo, tendono a considerare, e nominare, come artistico e alto ciò che mette mano sulla realtà, e come artigianale ciò che si “limita” a prenderne atto.

Non che le cose siano così semplici. Mi è capitato più di una volta di sentirmi chiamare “fotografo”, e sempre per un motivo diverso. E sempre più di una volta mi è capitato che il titolo di fotografo mi fosse negato, sempre per i motivi più diversi. Ad esempio, quella volta che mi hanno proposto di partecipare a una mostra amatoriale, riservata a non professionisti. Ho fatto notare che quella clausola mi impediva di partecipare, e mi è stato risposto “perché, tu già ti senti professionista?” Ho dovuto rispondere che la maggior parte del mio tempo e delle mie risorse sono dedicate sempre a realizzare fotografie, e che i miei unici introiti arrivano da questa attività. Dunque, non so se ci si debba sentire o meno professionali, ma in quella condizione credo che si, si sia un fotografo.

Altre volte, mi si chiamava fotografo perché maneggiavo macchine più grandi della media. Altre ancora, ero un fotografo perché parlavo di fotografia e cultura dell’immagine. Insomma, ci sono delle idee un pò confuse, e non solo nei giornali. Pare che essere un fotografo dipenda, di volta in volta, dal sapere utilizzare attrezzature complicate, da un fatto economico, o dall’essere incasellati in figure professionali precise (il fotoreporter, il paparazzo, e così via). Mentre sull’essere artisti ci sono altre idee in merito, ma ho l’impressione che siano idee che tendono a escludere i motivi per cui si è fotografi. Per dire, ricordo un’intervista a Berengo Gardin in cui il maestro escludeva categoricamente di essere un artista, ma di essere un umile fotografo: i veri artisti, diceva, sono i suoi soggetti, che si sono disposti in un certo modo. Lui si è limitato a fare scattare l’otturatore.

Quand’è, allora, che ci si può definire fotografi, e quando artisti? E’ davvero così netta, la distinzione? E se lo è, per quali motivi e quali linee di demarcazione? Non sono responsabili anche i fotografi per questa confusione? Essere fotografi significa mettere insieme una serie di pratiche, economiche e tecniche, o si va anche oltre?

From here to there…

Sto preparando le valigie per un viaggio di una decina di giorni a Milano. Alcune cose della vecchia casa da prendere, e in più il bisogno di prendere fiato, incontrare qualche amico, e guardare qualche mostra.

In verità, ho proprio una gran voglia di andare a qualche mostra. Penso che vedrò quella di Doisneau al Forma, quella su Dalì e Francesca Woodman al Palazzo Reale, e quella di Steinmetz da Micamera. Sto pure pensando di comprarmi il catalogo di “From here to there”, la mostra di Alec Soth in corso al Walker Art Center.

Ultimamente, come si sarà notato, mi piace molto la fotografia di Alec Soth. Sia per il suo stile peculiare, che mischia documentarismo, fine – art e fotografia di viaggio alla Robert Frank, riuscendo a fare fotogiornalismo in un modo del tutto diverso e molto più personale rispetto a come viene comunemente interpretato il reportage. Ma il motivo per cui mi piace seguire Soth è il suo continuo lavoro sul processo creativo. Negli ultimi giorni, sul suo blog, Soth sta proponendo una serie di assignment per i suoi lettori, in cui assegna dei compiti fotografici. La cosa più gustosa dei compiti è, ovviamente, la serie di limitazioni poste da Soth, limitazioni che in realtà sono chiaramente delle tecniche che lui usa per stimolare la creatività e i progetti. Il primo assignment è stato fotografare una lista di cose (che, si è scoperto poi, era molto simile alla lista che Soth usava fotografando Sleeping By the Mississippi). Quello attuale prevede di mettere in moto, attivamente, una storia, seguendo le tracce della propria curiosità o, certe volte, del caso.

Questo gioco in realtà era già stato suggerito da Soth nel suo vecchio blog, ora archiviato. Solo che lì era meno strutturato, somigliava di più ad una improvvisazione jazz (il che, per inciso, rende questo genere di fotografia ancora più simile, per assonanza, a quella di Robert Frank). In ogni caso, anche quel blog è un buon punto di osservazione per osservare una mente creativa all’opera, e per trarre ispirazione, spunti e idee.

A presto! Spero di postare presto le mie impressioni sulle mostre milanesi.

p.s.: ieri sono andato a fotografare, per la mia agenzia, la Libreria Altroquando, che domenica, durante la visita del Papa a Palermo, ha ricevuto una “visita” da parte della polizia a causa di uno striscione poco gradito. Mi ha fatto piacere conoscere i due gestori, persone veramente simpatiche, e mi ha dato l’impressione di essere un luogo, uno dei pochi luoghi rimasti in Italia, in cui la cultura non è solo il pretesto per mettere su un supermarket, ma una cosa che si respira e che fa vivere. Consiglio a chiunque sia di passaggio a Palermo di farci un salto.

Lettera aperta/ritratti

(inizio una serie di lettere aperte a personaggi assortiti del mondo della fotografia. Senza una cadenza precisa, ma ogni tanto, quando il tempo e gli argomenti lo consentiranno, ne pubblicherò qualcuna. Comincio, oggi, con un post – citazione, che i lettori più attenti di questo blog non avranno problemi a riconoscere)

Caro soggetto a cui devo fare un ritratto,

buongiorno, sono Antonio, e sono stato incaricato di fotografarti. Come dici? Ah, non dovrei darti del tu, giusto, scusa. Ho iniziato solo perché anche Tu mi davi del tu, ma credo che avere la macchina fotografica al collo mi faccia diventare più piccoletto. Dicevo, mi hanno incaricato di farti un ritratto. Si, proprio a te, sai, sei una persona importante, sicuramente devi aver fatto qualcosa per cui altra gente vuole vedere la tua faccia, e i ritratti pittorici, mi spiace, li usano solo quelli molto ricchi, o quelli non tanto a posto con la testa, o più spesso una combinazione dei due.

Si, ovviamente, lo so che tu non vieni mai bene in foto, e che lo fai solo perché ci sei costretto, e che preferiresti non farlo. E per di più, hai lo strano sospetto che io sia qui a lucrare, ah! che indecenza! Lucrare sulla Tua Immagine…. Tranquillo, i tuoi pensieri su come appari male in fotografia sono corretti, e tutti ci sentiamo a disagio come una quindicenne, davanti all’obiettivo. Solo che tu, ovviamente, hai anche una tua teoria sulla civiltà dell’immagine in cui il controllo del proprio apparire è potere….Guardami come sono bravo mentre sorrido ammirato, e ti faccio credere che tu abbia detto qualcosa di originale. In fondo, io sono pagato anche per sentire te che mi dici le tue banalità, che accomuna il tuo ego fragile ai tanti altri che ho fotografato. E credimi: dite tutti la stessa cosa, con poche varianti. Adesso siediti, e comincia ad ignorarmi mentre ti dico come è meglio metterti, assumendo una posa che risale alle foto che ti faceva il tuo papà, con lo sguardo non puntato in macchina, e la fronte corrucciata che cerca di simulare pensosità, e una sorta di dannazione intellettuale. Sei un personaggio pubblico, uno che la gente ha interesse a conoscere, ma non hai mai pensato di poter finire di fronte ad un obiettivo. Il tuo nome stampato sui giornali ti fa piacere, ma la tua faccia ti disturba. Anzi no: nemmeno quella. Ti disturba che quella faccia, per arrivare sul giornale, debba essere fotografata da uno come me. Uno che preme i pulsanti, e solo per questa ragione pretende di avere la tua attenzione. Scusa, soggetto. Quando avrò tempo ti impegnerò in una discussione sulla semiotica, ma adesso non ho tempo. Devo lucrare sulla Tua Immagine, e dimenticarmi, per il momento, che tu mi sei debitore almeno quanto io lo sono con te, visto che la mia attenzione potrebbe rivolgersi da tutt’altra parte.

No, stai tranquillo, non durerà molto a lungo. In fondo, tu non hai tempo da perdere, no? Hai un sacco di cose da fare, di libri da studiare, di roba a cui pensare, e non puoi fermarti a perdere dieci minuti del tuo tempo preziosissimo a farti fotografare, in modo che la gente sappia chi sei tu. Io no, per me è diverso, stai tranquillo, caro soggetto: ho passato quasi trent’anni della mia vita a studiare, leggere, formarmi, specializzarmi, a fare foto, master, lauree etc. etc. al solo scopo di venire qui, e vedere la tua faccia annoiata mentre ti faccio delle foto. Stai tranquillo, io ho tanto tempo da perdere. Piuttosto, vediamo di fare in fretta, perché già qualcuno, qualcuno con qualcosa infinitamente importante da dirti, ti chiama. Poi ti pubblicheremo, e mi chiamerai per dirmi che la foto che ho mandato non ti piace, e pazienza se mi hai dato appena tre minuti dei dieci concordati e al terzo scatto già eri impaziente e ti mettevi come ti pareva: per ritrarre te non c’è bisogno di più scatti. Il Vero Fotografo è colui che sa cogliere il carattere, l’identità, la psicologia di un uomo o di una donna, e che sa farlo in appena tre scatti.

Non c’è bisogno nemmeno che usiamo tutta questa attrezzatura. Lo so che intimidisce, che la vista di un flash su uno stativo ha mandato in psicoterapia fior di intellettuali. D’altronde, se Dio ci ha dato la luce del sole, che motivo abbiamo noi di sostituirci a Lui, con queste macchinette che emanano luce? Scusami se ho pensato di poter fare del mio meglio per il Tuo ritratto, ma non avevo pensato che Tu sai già come illuminarti.

Che dire, caro Soggetto? Il tempo a nostra disposizione è già finito. Mi sarebbe piaciuto conoscerti meglio, ma lo so bene: il tempo a disposizione, gli impegni. Ci sentiamo presto. Si, certo, posso mandarti qualche scatto di questa sessione, così potrai chiedermi via mail come mai non sei venuto esattamente come volevi, e come ti sarebbe servito per quella foto che devi dare al tuo webmaster, e che avevi pensato di procurarti aggratis dal sottoscritto dopo avergli fatto perdere del tempo. Guarda, possiamo anche fare così: puoi pubblicare la foto, mettendo il mio nome, come ti sei premurato di precisare, come se mi stessi facendo un regalo. E in più, potrei mandarti le mie ultime bollette del telefono: non credo che la Vodafone si accontenterà di “c’è il mio nome sul sito di Pinco Pallo” come pagamento.

Caro Soggetto da ritrarre, lo so che sono un incontentabile, e che se fosse per me ti terrei per 23 ore a cambiare posizione e luce in modo da avere quel riflesso negli occhi. Ma ti prego: stai un attimo fermo mentre cerco di fare il mio lavoro. Poi scomparirò, amici come prima, e leggerò anche il tuo libro, guarderò i tuoi film, mi appassionerò alle tue partite.

Ingiuste fotografie

Sono ancora impegnato a fotografare la Settimana Alfonsiana (qui un resoconto della prima giornata). Ritratti degli ospiti (ieri ho fotografato Vito Mancuso, oggi è il turno di Guglielmo Epifani) e della situazione. Fatta eccezione per le luci, neon ai vapori di sodio che mi fanno venire gli incubi da due notti, non è una situazione di per sé molto impegnativa, così posso ascoltare le conferenze, che sono organizzate come esecuzioni diverse di un unico tema centrale, tratto dalle Sacre Scritture. Così, il teologo dà il suo punto di vista, lo scrittore – giornalista un altro, il filosofo un altro ancora, e così via. Il tema di quest’anno è “chiunque teme Dio e pratica la giustizia, a qualsiasi popolo appartenga, è a lui gradito”

Purtroppo non ci sono critici d’arte o fotografici, sarei stato curioso di sentire come avrebbero interpretato il tema della giustizia tra gli uomini. Lo suggerirò agli organizzatori, per il prossimo anno. Un’idea che mi è venuta, riguardo immagini e giustizia, è che molto spesso, per farsi un’idea della situazione, e governare, le classi dirigenti hanno bisogno di immagini. Immagini che dipingano la situazione, immagini che a volte vanno interpretate, ma che diventano un importante strumento di controllo.

Sto pensando, per esempio, al contributo incredibile che la cartografia, la fotografia da satellite, l’elaborazione di dati visivi di varia provenienza danno nel movimentare risorse e potere ai giorni nostri. Immagini satellitari di una inondazione, paragoni tra le stesse foto di un’area colpita da un terremoto, fotografie di reportage, sono gli strumenti più potenti di cui i mass media di oggi dispongono per movimentare l’opinione pubblica e svolgere una funzione di decisione dell’agenda politica. In altre parole, la gestione delle immagini fisse, insieme alla parola scritta e ai video, varia il modo in cui risorse materiali e simboliche vengono allocate. Dunque, in definitiva, hanno un influsso deciso su come la giustizia viene somministrata ai governati.

Sono convinto che le immagini fisse abbiano molto più potere, in questo senso, e che lo abbiano acquisito soprattutto negli ultimi anni. Ma, come sempre, c’è il rovescio della medaglia. Se è vero (e penso lo sia) che un’immagine fotografica, in quanto tale, ha sempre un grado di menzogna al suo interno, allora tale menzogna può essere utilizzata per praticare e incoraggiare le ingiustizie. Mostrare cose che non avvengono, o tacere cose che invece avvengono. Per tornare all’esempio delle immagini satellitari, le foto possono mostrare la distruzione, ma non le cause profonde di quella distruzione. Ed è un meccanismo che chi comanda conosce benissimo, saturando tutti i canali di comunicazione con immagini, quando succede qualcosa di controverso. In questo modo, abbiamo l’illusione di sapere ed essere informati; ma lasciamo passare sostanzialmente intatte tutte le ingiustizie che sono connesse al fatto controverso.

Per esempio, le foto di Abu Graib hanno contribuito a svelare e a porre rimedio ad una situazione di palese ingiustizia, in cui carcerati erano torturati e seviziati. Il giusto scandalo, le scuse dell’amministrazione americana, il dibattito sul trattamento equo dei prigionieri, hanno sempre però evitato accuratamente una domanda fondamentale: era giusto, o meno, che gli statunitensi fossero lì in Iraq? Ok: domanda che veniva posta in altre sedi e occasioni; e a cui non si poteva dare risposta in modo secco. Ma qui quello che mi preme è questo: di fronte al maggiore scoop fotogiornalistico del decennio, si aveva l’illusione che un’ ingiustizia fosse venuta a galla e punita, mentre in realtà ne passava sotto silenzio una ancora maggiore.

Come sempre, quindi, bisogna contestualizzare le immagini, e chiedersi chi le abbia prodotte e con quale scopo. La scuola del reportage fotografico si basa su un vecchio, nobile assunto, che vorrebbe il fotoreporter impegnato a scovare e mostrare le ingiustizie del mondo. Questo assunto non ha per niente perso valore, anzi, è più attuale che mai. Ma si deve tenere presente che le immagini di reportage potrebbero essere usate per perpetrare altre ingiustizie, più subdole, o per tacerne altre, o ancora per narcotizzare chi potrebbe chiedere conto di quelle ingiustizie. La fotografia non è mai giusta, o ingiusta, di per sé. Lo diventa.

Settimana Alfonsiana

Da oggi, e per tutta la settimana, sarò a Palermo, per fotografare lo svolgimento della Settimana Alfonsiana. Si tratta di una serie di incontri con personalità del mondo della cultura, della filosofia, del mondo accademico e religioso, ispirati da un tema tratto dalla Bibbia, che poi viene esaminato dal punto di vista di ciascun relatore. Quest’anno, tra gli altri, ci saranno Laura Boldrini, portavoce dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Vito Mancuso, Massimo Cacciari, Guglielmo Epifani. Il programma completo si può leggere qui.

Credo che, oltre a fotografare le conferenze e il pubblico, cercherò di ottenere un ritratto ambientato per ciascuno degli ospiti. Mi porto un’attrezzatura minima (un flash, stativo, ombrello, concentratore, gelatine), e bel pò di inventiva. D’altronde, il luogo in cui si svolgono tutti gli incontri è un convento: una miniera inesauribile di buoni luoghi per fotografare.

Le conferenze, per chi volesse venire, si tengono alle 17 di ogni giorno, fino a venerdì, in Via Badia, nella sede dei Padri Redentoristi, nella zona di Uditore.

Ancora un po’ di fanta….

Nell’ultimo post parlavo di fotografia e fantascienza, chiedendomi come mai non ci fosse una produzione di fotografie fantascientifiche. Cinema e illustrazione, da sempre, ci fanno vedere ciò che è impossibile vedere.

La fotografia, quando si occupa di scienza e fantascienza, sembra invece mostrarci la via più semplice per capire cose complicate. Ma ammetto che detto così non sembra tanto professionale. E, soprattutto, non spiega come la fotografia ci mostri questa via più semplice, con quale meccanismo comunicativo.

Se non che, leggendo il blog (autorevolissimo, interessante: una lettura obbligata per qualsiasi appassionato di fotografia) di Michele Smargiassi, trovo un post in cui, parlando della mostra di Eleonora Rossi a Lucca che ha per tema il pentimento, l’autore si occupa di un argomento che ha parecchie affinità (mi sembra) con quello che volevo dire io.

Scrive Smargiassi:

L’ebbrezza di onnipotenza che continua a fluire nelle vene della fotografia a dispetto di mille smentite ha prodotto nel corso della storia parecchi tentativi di fotografare l’invisibile, l’astratto, se non addirittura il metafisico e l’ultraterreno.

Si, decisamente si. Atteggiamento che è semplificato alla perfezione da Garcia Marquez nel suo Cent’anni di solitudine, in cui a un certo punto Josè Arcadio Buendia si mette a usare il dagherrotipo per trovare la prova scientifica dell’esistenza di Dio. E, proprio come nel romanzo, la fotografia ha sempre mostrato una certa testardaggine nel perseguire questo compito.

Fino a quando la fotografia, con mezzi più o meno costosi, può mostrare degli oggetti, è, diciamo così, al sicuro. La riproduzione di microbi, particelle, o parti dello spazio profondo, o di fenomeni della fisica (l’esplosione di una mela al passaggio di un proiettile) è ancora un’impronta, un indice, una testimonianza della compresenza fisica di oggetto fotografato e supporto fotografico. Ma con oggetti meno facili? Inconoscibile, invisibile, metafisica…. Che dire, allora, del mondo fisico che ci circonda? Come si mostra, con le immagini, una particella di materia, un’onda gravitazionale, l’energia, la teoria della relatività?

Smargiassi, a proposito del pentimento, propone una spiegazione, che faccio mia:

la fotografia, quando osa affrontare argomenti che vanno oltre il sensibile e il tangibile, non può che diventare metonimia: ovvero non può offrirci che oggetti visibili per significare concetti invisibili.

In effetti. Quello che i fotografi che si occupano di scienza e scoperte scientifiche fanno, quando devono far vedere un concetto che va oltre il tangibile, non è altro che usare la parte per il tutto. Per esempio, Louie Psihoyos, quando deve mostrare una cosa come il sovraccarico di informazioni, la ridondanza e l’eccesso di materiale informativo nella nostra società, si serve di un mezzo – gli schermi televisivi – per significare quello che i Living Colour chiamavano Information Overload in una bellissima canzone.

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Ma, a ben pensarci, c’è un genere particolare della fotografia che fa sempre uso della metonimia: il reportage. Che non fa altro che selezionare pezzi di un continuum, che è la realtà, per rappresentarla. In questo caso, però, ad essere diversa è la finalità: non mostrare l’invisibile, ma riassumere un sistema – la realtà – che non si può osservare nella sua totalità senza mettere in opera una selezione, un taglio. Il che ci porta a discorsi sulla conoscibilità del reale, o sul disordine cui naturalmente tende il mondo. Disordine che la fotografia ha sempre cercato di contrastare, con i suoi strumenti: inquadratura, messa a fuoco, tempo dello scatto, luce. Tutti mezzi con cui selezionare qualcosa e lasciarne altre fuori, ridurre il rumore, trovare un codice. Di nuovo, il senso di onnipotenza. Se non altro, quando qualcuno mi dirà di sistemare quel macello sulla scrivania, potrò farmi trovare con la fotocamera montata sul cavalletto, e sostenere che sto mettendo ordine. Chissà se sarò credibile.

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