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Tag Archives: Fotografia
Trovare soggetti sparsi
Una delle cose più difficili che trovo fare, da quando ho iniziato a fare questo lavoro, è individuare soggetti di cui occuparmi. A dire il vero, era una cosa difficile già prima, quando mi divertivo a scribacchiare storielle, e quando lavoravo in una radio locale di Bologna durante l’università (ah! bei tempi).
Trovare un argomento di cui parlare, una storia da raccontare con le parole o le immagini, non è mai stata una cosa facile; e non devo essere il solo a trovarmi in difficoltà, se nei corsi di giornalismo di tutto il mondo una delle prime cose che vengono affrontate, è proprio cos’è la notizia e come si trova. (con scarsi risultati globali, devo dire). Io di solito sto lì a cercare, navigare su internet, leggere libri, parlare con le persone, sempre pronto a cogliere un’idea, a capire se ci sono cose che posso seguire e fotografare. Faccio i compiti per casa: mi dedico ad attività creative e rilassanti, in cui la mia mente può vagare, leggo e faccio cose che non hanno nulla a che vedere con la fotografia, tengo un diario, vado alle mostre. E ovviamente, nonostante tutti questi tentativi di rendere sistematica la produzione di idee, quelle maledette vengono sempre fuori nei modi più impensati. Facendo due chiacchere con la nonna, guardando un noioso calendario di foto – cartolina, bevendo caffé. Anzi no, bere caffé non ha effetti sull’ idea – finding: con tutto quello che mi bevo ogni giorno, dovrei avere un paio di idee rivoluzionarie a settimana. Invece, di rivoluzionario ho solo il caratteraccio.
Ho sperimentato anche qualche tecnica, di quelle consigliate dai coach. Brain storming, visualizzazione creativa. Ma il brainstorming mi è sembrato solo un modo faticoso per tirare fuori dalla testa, in un battibaleno, un mucchio di banalità che altrimenti sarebbero emerse con lentezza. Alla fine, guardi il foglio, e valuti che le idee (che ovviamente hai scritto senza giudicare, proprio come ti hanno suggerito) fanno schifo. Appallottoli il foglio, e ricominci.
Ma prima o poi l’idea salta fuori (credo grazie a tutto il lavoro preparatorio, chiamiamolo così). Di solito, sotto forma di un argomento, più o meno grande, che vuoi affrontare. Una volta, al mio master in reportage, un tizio se ne uscì con l’idea di fare un reportage sul medioevo. Punto. Panico tra gli altri partecipanti. Misurata reazione del Prof., Sandro Iovine, che in quei momenti (e sono tanti) immagino faccia brainstorming passando in rassegna nella sua mente tutti i modi più raffinati di uccidere. Un reportage sul medioevo; ma ho sentito anche di idee di reportage sui vulcani, sulle tigri, sulla società italiana, sul problema del riscaldamento globale. La gente ha aspirazioni elevate, senza dubbi.
Ora: preparare un reportage ricorda spesso il preparare un testo argomentativo (per certi aspetti. Per altri, è più simile al poetare). Nella fase di studio e circoscrizione dell’argomento, è meglio attenersi ad una semplice regola: più ristretto il soggetto, meglio si può maneggiare. Più che “vulcani”, meglio “eruzioni notturne dello Stromboli”; più che “riscaldamento globale”, “pale eoliche a Sambuca di Sicilia”, e così via. Restringere. E, alla fine, avere un soggetto di cui si può sapere, e fotografare, una porzione grande di ciò che c’è da sapere.
Ok. Ma, una volta che abbiamo il soggettone, l’argomento della storia, abbiamo finito? Ach nein! Qui diventa ancora più difficile, mannaggia alla fotografia. Io di solito mi incaglio proprio in questa fase. Immaginare reportage è facile. Immaginare come farli, è quello che distingue un fotografo vero da…. beh, da me. Ci sono saggi, libri e interi workshop succhiasoldi dedicati all’argomento. Il consiglio su cui tutti convergono è: sezionare il soggettone in tanti piccoli pezzi, che si possano seguire singolarmente, e poi fotografarli massivamente, più volte, in modo esauriente. Questa cosa chiama in ballo diverse abilità, come il sapere visualizzare in anticipo una storia, il sapere come la si vuole raccontare, l’impostazione e altre amenità simili. Tutte cose che presuppongono una buona conoscenza del soggetto. E qui iniziano le leggende: fotografi di National Geographic che scrivono 10 parole chiave su tovaglioli di bar, altri che si appuntano cose a biro direttamente sulle mani mentre fotografano, fotografi che tengono interi schedari per tenere in ordine il filo della storia….
Devo dire che è con una certa soddisfazione che ho letto il post di Alec Soth in cui lancia il progetto “From here to there”. Soth (che in passato aveva un blog molto migliore di quello odierno, molto più divertente) spiega che un trucco che usa per fare foto è scrivere una lista di soggetti su cui è curioso, e semplicemente uscire a cercarli. Anche se poi non li trova, l’atto stesso di cercare dei soggetti lo spinge a uscire, a fotografare, a sentire cosa succede nel mondo. Credo che sia un’idea grandiosa. Anch’io voglio scrivere la mia lista di soggetti. Tipo: progresso scientifico, musicisti jazz, uomini con il cappotto, cucine degli anni ’70. (ma la soddisfazione per aver letto quel post era un’altra. Era per aver scoperto che persino i grandi fotografi devono ricorrere a del lavoro per stimolare la creatività. Non una grande scoperta, ma fa bene rinfrescarla ogni tanto. E ci mette sullo stesso piano: io sono convintissimo del fatto che, con il dovuto impegno e lavoro, tutti possiamo riuscire a fare quello che vogliamo. Magari non diventeremo Alec Soth. Ma nemmeno rimarremo dove siamo).
E’, ripeto, un bell’esercizio da fare. Ma andrebbe integrato. I soggetti che propone Soth, infatti, sono, sembrano, slegati tra loro. E allora mi viene da chiedermi: c’è, dietro questi soggetti, un soggettone più grande che li racchiude? Un reportage in cui possono entrare piloti stranamente bassi, che, con in una mano una valigia e nell’altra un bambino che dorme, parlano con guardiani di musei in cui sono esposti quadri e pitture amatoriali, ma che preferiscono andare al bar accompagnati da una pecora che guida una berlina verso la cassa. Uhm. Dovrò pensarci. Forse è qualcosa sul riscaldamento globale?
In ogni caso, quell’elenco mostra dei soggetti (apparentemente) slegati tra loro (ed una delle obiezioni che si potrebbero muovere è che sono slegati fino a che non è una fotocamera a legarli), ed è una cosa che mi piace tantissimo, visto che slega la fotografia, la fotografia di reportage e documentaria, dal doversi occupare di una storia. Esistono anche ricerche di soggetti che non devono essere per forza condotte con un macro – soggetto in mente. Esistono micro – storie. Esistono fotografie, pure e semplici, scattate per pura e semplice curiosità. Il che è, di nuovo, una cosa un pò banale da ricordare. Ma non fa male farlo. Non per me e per i miei due lettori, almeno. Io non sono il genere di fotografo che passeggia sempre con la macchina in tasca, e quando esco con l’attrezzatura, devo avere una storia, per quanto piccola, in mente. Retaggio della mia formazione, degli insegnamenti del mio maestro e delle mie letture (chi tratta meglio della scelta del soggetto, e della divisione in sottogeneri, è David Hurn di Magnum, nel suo On Being a Photographer. Credo ci sia anche un pdf gratuito in giro per la rete, ma non ne sono sicuro). Ogni tanto vorrei liberarmi di questa “costruzione”, e secondo me inquadrare la ricerca di foto come fa, in questo caso, Soth, può rendere le cose più divertenti. Una lista di soggetti totalmente random. Penso che scriverò presto la mia. Chissà come sarà contento, il Direttore.
Impegno per impegno
I primi giorni di settembre sono dedicati (o, almeno, io li dedico) da sempre al passaggio da una fase dell’anno all’altra. Non si è più nel cuore dell’estate, con i suoi ritmi lenti, le immersioni e le paste coi ricci. E non si è ancora nella macchinetta tritacarne dell’inverno, con il suo freddo, il suo lavoro continuo. Così, uso questi giorni per ricaricarmi e prepararmi, riprendere contatto con il lavoro e tutte le cose da fare, rimettermi a leggere, a sintonizzarmi con il mondo.
(mi piace tanto, da che io ricordi, seguire il festival di Venezia in questo periodo. E non per il festival in sé, ma perché trovo che sia un bel modo di tornare a impegnare la testa, che durante l’estate è stata impegnata a pensare ad altre cose, o a non pensare e basta)
Questa estate è stata strana: mai più di due giorni fermo, sempre in giro, per la Sicilia, per i mari che la circondano, o per la mitteleuropa (a giorni pubblicherò le foto del mio viaggio automobilistico Palermo – Vienna. Medio formato in bianco e nero, maledetta la mia anima fighetta). Un sacco di caldo, e qualche foto. Anzi, parecchie foto. Tutte cose che mi hanno fatto trascurare un pò gli aspetti, chiamiamoli così, da ufficio del mio lavoro: spedire le mail, tenere gli edit aggiornati, contattare la gente, fare le telefonate, sollecitare la gente che non ti paga…. Il lato che, agli occhi di chi mi circonda, è più rassicurante: per qualche strano motivo, la gente non ti fa domande quando dici che il tuo lavoro consiste nello stare seduto a una scrivania davanti a un computer, e nell’avere una pausa pranzo.
Così, in questi giorni di settembre, che di solito la gente usa per avere delle impressioni (o, almeno, dai tempi dell’omonima canzone, è obbligatorio avere delle Impressioni di Settembre, e di condividerle. “Caro, ho come l’impressione che ‘sto pesce non sia proprio fresco”. “cara, la tua è proprio un’impressione di settembre”. E parte il giro progressive di organo Hammond), io li sto usando per rimettermi al passo. Aggiornarmi, scrivere mail e progetti, chiamare la gente per farli leggere. In teoria dovrei essere contento: lavoro otto ore al giorno, e quando mi chiama qualcuno non rispondo più “si, sono libero: faccio il fotografo”, ma “no, sono in ufficio al lavoro, vediamoci in pausa pranzo”. Che poi, l’ufficio non è altro che una stanza di casa. Eppure, mi sembra di sprecare del tempo. Si può sprecare del tempo lavorando?
A quanto pare, si. Nel senso che ci si tiene impegnati con mille cose, ma il lavoro, quello vero, quello creativo, non va avanti. Ne parlano, a zonzo per il web, un pò di blog dedicati alla creatività, e all’economia ad essa connessa. I miei preferiti: Permission to Suck (il cui Manifesto è proprio una bella lettura e fonte di ispirazione) e Lateral Action, soprattutto nel post intitolato Foolish Productivity). Tutti ruotano intorno all’idea che spesso questo tenersi occupati sia una trappola mentale. Molto spesso, l’individuo creativo deve lottare con tutta una serie di pensieri, che mi piace immaginare come tante versioni in miniatura della Bestia BugBlatta di Traal. Una bestia enorme, spaventosa e letale, ma del tutto stupida. Per eluderla, la Guida Galattica per Autostoppisti consiglia di bendarsi: la Bestia BugBlatta pensa che, se la vittima non può vederla, neanche lei può vedere la vittima, e la lascia in pace. Ecco, i pensieri bloccanti sono di questa portata: spaventosi, sembrano ineludibili e davvero insormontabili, finché non si scopre che hanno la stessa consistenza di un’asciugamano sulla testa. Uno di questi pensieri è “non ce la farò mai, è matematico” (segue alzata di spalle). Un altro è “gli altri sono in grado, io no, io non posso fare queste cose speciali” (ancora un’alzata di spalle). Un altro ancora è “il mio lavoro non mi porterà da nessuna parte” (alzata di spalle con salto carpiato). E, per finire questa carrellata (assolutamente non esaustiva: i cattivi pensieri, come parlamentari e tasse, cambiano di numero solo per crescere, mai per diminuire), “se lavoro con i ritmi che la società giudica rispettabili, nessuno mi guarderà male quando dirò che il mio lavoro è disegnare nuovi modelli di panchine per elefanti marziani” (alzata di spalle. A questo punto si è capito, suffragati dagli autorevoli studi del prof. Anacleto J. Amigdala, che questi pensieri provocano un riflesso al Gran Simpaticone del cervello, che per sottolineare la Veridicità Semantica Assoluta del concetto appena espresso, manda un impulso alle spalle. E’ un riflesso condizionato quindi! Come il canuzzo di Pavlov….).
In altre parole, cerchiamo di lavorare con quei ritmi perché la società ci ha detto che se non si tiene un orario 9-17 in una qualche attività, non si è produttivi. Ma bisogna proprio stabilire quand’è che un giornalista, un fotografo, un grafico, un designer, siano produttivi. Spedire mail, scrivere progetti, sono senz’altro strumenti essenziali di una professione. Ma si può dire che aumentino la produttività? Io dico di no. Le idee, e la loro realizzazione, avvengono in tutt’altro contesto, e questo contesto non è quello definito da Thunderbird e dal suo simpatico suono di “Inbox piena. Hai 127 messaggi da leggere. Se non li termini entro un’ora, il tuo computer regredirà a un Commodore 64″. Certo, senza tutto il lavoro di sostegno, le idee non si realizzano. Ma se tutto il tempo viene preso da quello, che cosa rimane?
Quindi: va bene il passare il tempo in ufficio a sbrigare faccende: nessun professionista che voglia definirsi tale non lo fa. Ma spesso questo lavoro tende a prendersi tutto il resto. Il che è male. Bisognerebbe trovare il tempo, l’equilibrio mentale e l’organizzazione per confinare tutto questo a un tempo definito, e passare il resto delle giornate, o della settimana, a cercare idee e a realizzarle.
La morale? Invece di continuare a scrivere mail, o di fare una noiosa selezione, ho passato il tempo scrivendo un post. E, dopo averlo scritto, mi sono reso conto di avere un’ottima scusa per mettermi a leggere Anathem senza sentirmi in colpa. Salute, dudes.
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Sciacca Film Festival – 22 agosto (the Umbrella diaries)
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Quarta giornata di festival, terza da quando lo seguo io, che, si, ho saltato il primo giorno. Ieri è stata una giornata un pò stanca, ci trascinavamo tutti come degli zombies, e ben prima di mezzanotte, quando iniziano i film horror. Mi sono reso conto che con tutto questo andare a zonzo per le varie del festival, non sono ancora riuscito a guardarmi un film per intero. Solo uno spezzone bello grosso di “La voce Stratos”, ieri sera, che mi è sembrato abbastanza interessante.
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Si trattava di una lunga escursione nella carriera di Stratos, studiandone al tempo stesso le qualità vocali, uniche al mondo, e il tempo in cui la sua carriera si sviluppò. Ora: al di là delle mie riserve sulla continua rimembranza degli anni sessanta e settanta, che comincia davvero a stancarmi (pare che la generazione che oggi ha sui sessant’anni sia l’unica a questo mondo ad avere avuto una gioventù….); al di là di queste mie riserve, dicevo, a cui magari dedicherò qualche post più articolato, mi ha fatto tanto piacere vedere il Cortile Orquidea bello pieno di gente. Perché, sia chiaro: il documentario era veramente figo. Incatenava alla sedia.
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A seguire, c’è stata la buona performance musicale di Mario Formisano, bassista degli Almamegretta. Durante la quale ho cercato, senza riuscirci come volevo, di aumentare il livello di illuminazione che gli proveniva di fronte. La foto va bene, ma mi sa che dovevo avvicinare ancora di più il flash, su cui avevo montato un concentratore, e, soprattutto, avrei dovuto usare un gobo. Ok. Ci ritento stasera: si replica alle 21:30.
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Per il resto, ho fotografato la presentazione di “Iblei” di Vincenzo Cascone, presentato da Giandomenico. Ho ancora qualche problema di esposizione quando uso il flash all’indietro, puntato verso la fotocamera, ma credo che come luce di separazione vada più che bene.
Questa sera, ritratto di Daniele Ciprì, che interviene nel Cortile Orquidea a seguito del lungometraggio “L’emigrazione siciliana nel cinema” di Sebastiano Gesù. Inizio alle 20:30.
La galleria con i backstage di giorno 22 è, come sempre, sul sito dello Sciacca Film Festival.
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Sciacca Film Fest – 21 agosto (the umbrella diaries)
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Ombrelli, sacrosanti ombrelli. Niente di meglio per fare un ritratto improvvisato in un angolo, e fare finta di saperci fare con la luce. Stavo pensando, in questi giorni di Sciacca Film Fest, di aggiungere un ulteriore tocco di inglesità al mio look. L’ombrello già c’è, potrei aggiungere una bombetta, da indossare durante le prime e le presentazioni. Darebbe un tocco di classe. Soprattutto, nell’insieme nerd – photographer con cui vado in giro per ora: braghe e scarpe da skate, maglietta di Ratman, stativo aperto e brandito come un monito ad accendere le luci.
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Per il ritratto della celebrità di ieri, però, non ho usato ombrelli, ma un concentratore. Massimo Ciavarro, piazzato davanti al banner del festival, con un tocco di luce sul viso. Colori più saturi, maggiore definizione. Con il buon Ciavarro ci siamo fatti un giro per Sciacca, siamo andati a bere qualcosa al Murphy’s, ed ho capito che è molto istruttivo camminare con le celebrità. La gente lo ferma, chiede fotografie e autografi, scambia due chiacchere. C’è la generazione che lo riconosce per fotoromanzi e Sapore di Sale, e quella che lo riconosce per L’Isola dei Famosi. Lui è sempre molto disponibile, non si tira mai indietro.
E’ strano vedere realizzato in modo così lampante quello che di solito leggo solo negli articoli e nei libri: il fatto, cioè, che il vero fattore unificante di questo paese è la televisione, e tutta la cultura che la riguarda. In poco più di un’ora, diverse generazioni e fasce sociali e culturali hanno trovato un motivo per salutare Massimo Ciavarro, personaggio che appartiene a pieno diritto alla cultura popolare. E a poco serve ricordare che c’è anche una parte di Italia che ha altri punti di riferimento, perché il punto è proprio quello: le due culture si snobbano, felicemente, a vicenda.
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Va bene. Riflessioni profonde a parte, ieri ho iniziato a tentare una fotografia particolare, che ho in mente da un pò. L’Arena Giardino durante una proiezione, con le luci del quartiere, lo schermo e la platea. Ancora non ci siamo, però. Ho poco dettaglio sulla platea, e lo schermo sovraesposto. Dovrò inventarmi qualcosa. Sparare flash galattici in platea, per esempio. O pregare gli amici dello staff di lasciare le luci accese in platea per trenta secondi. Potrei anche tarocc…. ehm….. “lavorare” le foto in photoshop, ma ultimamente è un pò contrario alla mia filosofia. Vedremo. Per intanto, buttiamoci nel quarto giorno di festival. Oggi, oltre alla replica del primo blocco dei corti in concorso, ci sarà l’omaggio a Demetrio Stratos, in occasione della proiezione di “La voce Stratos”, con una performance musicale e vocale di Mario Formisano, degli Almamegretta. Sempre alla Badia Grande, sempre a Sciacca, sempre allo Sciacca Film Fest.
(come sempre, gli scatti della giornata di ieri sono visibili sul sito dello Sciacca Film Fest)
Sciacca Film Fest – 20 agosto (the umbrella diaries)
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C’era parecchia gente. Non tantissima, per una cittadina della grandezza di Sciacca. Ma non si può per niente dire che lo Sciacca Film Fest venga ignorato. Il che è già un segnale positivo. In più, ho sentito i commenti di parecchie persone, contentissime delle selezioni e del fatto che a Sciacca ci siano iniziative di questo genere. Belle reazioni, insomma.
Di mio, posso mettere solo che gli spazi dello SFF sono l’incubo del fotografo (ma: quale posto nel vasto e buio mondo non è un incubo per un fotografo? Quand’è stata l’ultima volta che sono uscito di casa e la conferenza stampa era illuminata da comode lampe al quarzo, o da flash da studio con tanto di bank? Ah già! E’ stato nei dorati anni ’80, quando avevo cinque anni e Babbo Natale esisteva ancora). Non che la Badia Grande sia illuminata male: tutt’altro, è una splendida atmosfera, con lampade tenui che si spengono appena iniziano i film, e l’illuminazione pubblica del quartiere arabo di Sciacca che ogni tanto fa capolino da dietro le alte mura del complesso. Dopotutto, ehi, sto fotografando un Film Festival, è ovvio e giusto che si tenda al buio. Le luci che lavorano bene, in un cinema, non lavorano bene in una fotocamera. Legge di Murphy, declinazione fotografica: se qualcosa può avere illuminazione bassa, e al neon, l’avrà.
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Insomma: mi sono attrezzato. Me ne vado a zonzo per il complesso con uno stativo, un ombrello e un concentratore (fabbricato con un pezzo di scatola di cereali per colazione e, uh!, striscie e striscie di gaffer tape), cerco di sparare qualche flash laterale, di creare un effetto diverso dal solito flash-in-macchina-modalità-KABOOM! Gli spettatori spesso strabuzzano gli occhi, e ogni tanto mi chiedono a che serve tutto quell’apparato. Fa effetto soprattutto l’ombrello (in effetti, aprire un ombrello davanti a un flash in pieno agosto non deve essere un buon segno di sanità mentale).
Sto prendendo le misure al posto. Per esempio, ho capito che sparare il flash in frontale funziona benissimo per simulare la luce dello schermo, ma che devo trovare un Gobo adeguato. E ho capito che i ragazzi dello staff si fanno fotografare, ma non troppo. E’ giusto. Troppi flash fanno male. Male come ripensare a bank, quarzi e Babbo Natale.
Altre foto dello Sciacca Film Fest sul sito ufficiale.
Sciacca Film Fest
Come avevo accennato tempo fa, da oggi darò una mano per il terzo Sciacca Film Fest, che si svolgerà fino al 25 a Sciacca, nel bellissimo complesso della Badia Grande. Il mio compito sarà, ovviamente, quello di fotografo ufficiale del festival. Le prime gallerie saranno pubblicate sul sito del festival, ma spero di poter postare qualcosa di curioso anche qui, se ne avrò il tempo.
Sono curioso soprattutto di fotografare Daniele Ciprì, che sarà a Sciacca lunedì 23, e Giuliana Sgrena, il 25.
Il festival può essere seguito anche sulla pagina Facebook, e dispone di un proprio canale youtube (SciaccaFilmFest).
Ci vediamo a Sciacca!
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10 consigli su come fotografare per una mostra….
….ed essere sicuri di essere applauditi dalla propria mamma. E’ estate, e tra un pò, con il mese di agosto, arriveranno i turisti, il caldo che incoraggia il consumismo marittimo, e qualche festival fotografico.
Nei festival di agosto, di solito organizzati da volenterose, e onorevolissime, associazioni culturali, torme di foto – amatori manderanno le proprie foto tutte uguali con pretese artistiche inversamente proporzionali all’originalità. O, quantomeno, alla ricerca dell’originalità. Tramonti, campi di grano, contadini sudati, maschere del Carnevale di Venezia e gli immancabili dettagli scandiscono la cultura visiva di un paese, il nostro, che è pieno di solisti e di fotografi artisti quotatissimi nel mercato fotografico del tinello di casa.
Ma, si sa, la competizione nel mondo fotografico è spietata, e nel mondo amatoriale è addirittura feroce. Come fare dunque ad assicurarsi l’apparizione nell’ambita mostra della Proloco di Pizzighettone di Sotto? Basta seguire le 10 regole base per un perfetto scatto da mostra fotografica. Seguendole, il fotoamatore più furbo si assicurerà l’apparizione nella mostra, applausi e gloria imperitura.
Le regole:
- Un tramonto è arte. Chi fa una foto di tramonto, per postulato, è un artista, e non sta facendo la stessa foto di tramonto per la decimilionesima volta;
- Se le tue foto non sono buone, non eri abbastanza vicino. Dunque, riempi la tua selezione di dettagli, possibilmente in cui non si capisca bene che cosa si sta guardando, se non dopo venti secondi di osservazione linea a linea;
- Sistematicità e organicità sono la morte dell’impeto artistico. Meglio quindi presentare selezioni il più assortite possibile. Una ventina di foto a colori con altrettanti soggetti, un paio di bianco e neri effetto seppia, e cinquanta versioni diverse dello stesso scatto reinterpretato ad libitum in sedute mensili di Photoshop, andranno bene. Sono graditissime, e innalzano il valore dell’Opera, quelle versioni che hanno causato il divorzio del fotografo a causa del troppo tempo passato al computer, trascurando i propri doveri coniugali;
- Il bianco e nero, si sa, è più artistico e bello. Presentare delle foto in bianco e nero è di per se sinonimo di successo. Dunque, perché occuparsi di banalità come i soggetti, la composizione, la luce o (orrore!) la messa in sequenza? Abbondare di contrasto in Photoshop dopo aver messo in scala di grigi. Sono fortemente incoraggiati effetti misti, tipo foto in bianco e nero con mazzo di rose a colori;
- i soggetti esotici sono belli di per sé. Abbondare con ritratti di bambini neri, possibilmente con lo sguardo affamato e un pò dubbioso di fronte al teleobiettivo da 5000 euro. Infilare anche decine di foto mal composte di animali africani: in fondo, quello che ha suscitato l’invidia degli amici DEVE per forza funzionare anche in una mostra fotografica, no?
- La didascalia non serve mai, la mettono solo i pedanti. Se proprio bisogna metterla, sia più vaga possibile. Evitare ogni contestualizzazione e informazione che sia utile alla comprensione della foto; se viene fatta notare l’assenza di informazioni, uscire la boa di salvataggio, “la foto deve parlare di per sé”, dimostrando al tempo stesso sicumera e una cultura fotografica che si è fermata agli anni ’80. Dell’ottocento. Abbondare con titoli vaghi, come “Assenza” sotto la fotografia fuori fuoco di un gabbiano.
- Il vero fotografo mette i dati tecnici nella didascalia. Sotto l’immagine di una donna africana che chiede l’elemosina, scrivere “La cattiveria dell’Uomo. Canon 5D con obiettivo turbodiesel, 1/200 f/5,6, WB tungsten, treppiedi”.
- Meno si vedono le ombre, meglio è. Chiudere tutti i neri. Fa arte.
- Abbondare con il mosso.
- Scegliere soggetti il più convenzionali possibile, fatti apposta per piacere alle persone. Evitare la ricerca fotografica, preferirle quella a parole. Infarcire dei termini “personale”, “intimo” e “concreto” il testo di presentazione. L’ideale sarebbe presentarsi come il classico Artista che tira fuori tutta la sua sensibilità nel mostrarci la stessa foto che abbiamo visto già centinaia di volte in altre occasioni.
C’è anche la regola 10bis. Se fai la stessa foto degli altri, sei un amatore. Se ripeti te stesso per venti anni, sei un professionista.
Standard
Industry best practices are not creative. Best practices are maintenance and benchmarking is linear: this leads to that, variation is less professional. The state of the art didn’t arrive by formula or recipe.
Fighting Talk: The New Propaganda
Most of all, it’s about the terror of power and the power of terror. Power and terror have become interchangeable. We journalists have let this happen. Our language has become not just a debased ally, but a full verbal partner in the language of governments and armies and generals and weapons. …
Robert Fisk, in un articolo sull’Independent. Seguito dalla ancora più condivisibile chiosa di Jim Johnson, sul suo blog di politica e fotografia:
If we need always ask ‘who is using this photograph and for what purpose,’ the same is true too of words.
Quale audience per il fotogiornalismo?
Oggi a pranzo ho visto Gabriele, di Cesura, e Guglielmo. Sono due miei vecchi colleghi del master di reportage, e senza dubbio gli amici con cui mi piace di più parlare di fotografia, all’interno di questo mondo un pò troppo concentrato su sé stesso.
Tra gli ultimi pettegolezzi del mondo fotografico e gli aggiornamenti obbligatori (“io ho in mente questo progetto, tu che fai?”), ci siamo andati a sedere in un parchetto, a ripararci dal sole che in questi giorni sta martellando Milano, e abbiamo parlato del futuro della distribuzione fotografica. E vedo che anche Guglielmo e Gabrio, che sono quelli che su qualsiasi rivista verrebbero definiti “giovani fotografi” (con qualche ragione, anche se questo è un paese in cui si è giovani fino a 50 anni), si pongono il problema di come fare arrivare a più gente possibile le proprie foto, per uscire dal ghetto della “foto d’autore”, dei photo editor che ti pubblicano una foto come se ti stessero facendo l’elemosina, e per arrivare a un’audience veramente di massa.
Il problema sicuramente si pone. I giornali sono sempre meno letti, e si comportano, come dicevo anche in un post recente, come se avessero nostalgia di come funzionava il giornalismo 30 anni fa (chiudendo gli occhi, e facendo finta di non vedere il mondo che cambia intorno). In più, molto spesso si ha l’impressione che le belle foto rimangano confinate nei cassetti o nei musei. Audience “alta”, diciamo. Ma la perdita di lettori, e lo spostamento su internet, non viene compensato, in termini economici, dalle vendite pubblicitarie su supporto elettronico. Si cercano disperatamente nuovi modelli. Che credo (in questo sono d’accordo con Gabriele) vadano necessariamente ricercati nella distribuzione elettronica, nella donazione, nella sponsorizzazione. Si è accennato, per esempio, a Spot Us Italia: un’esperienza in fase di sperimentazione, ma a cui, personalmente, guardo con attenzione.
Il succo di tutto è: bisogna abbandonare la mentalità per cui c’è un collettore, un gatekeeper, che raccoglie le notizie (o le foto) dai produttori e li fa avere ai fruitori. Si va sempre più verso un modello da molti a molti. Le testate cartacee continueranno per un pò ad avere la loro importanza (pubblicare su NyTimes o su Guardian sarà ancora qualcosa di prestigioso); ma le grandi agenzie di distribuzione, se la vedranno ancora più brutta. Per parafrasare David Randall, il giornalismo sta benissimo e continuerà a crescere, sono i giornali che non hanno buona salute.
In tutto questo, c’è chi tenta di salvare capra e cavoli affidandosi ad un altro gatekeeper, disegnato bene: ipad, apple store e simili. Che, dicono, abbia salvato il mondo della musica. Ma non penso che, sul lungo periodo e nel mondo dell’editoria, sarà qualcosa che funzionerà: qualcuno si stancherà di avere un controllore, all’accesso, a cui bisogna cedere parte rilevante di questo profitto; e poi Google ha fatto la sua mossa sul mercato delle news. Che è una mossa fatta da chi la cultura della rete la conosce, e anche troppo bene, e che va proprio nella direzione di bypassare le tradizionali agenzie di distribuzione, per diventare un nuovo canale.

