Il vero vincitore

Inevitabile, ogni febbraio arriva il verdetto del World Press Photo, sulle foto più rappresentative dell’anno, e il premio alla foto dell’anno, quella che verrà maggiormente ricordata. La foto di quest’anno, come si stanno affrettando in molti a dire, ricorda molto una pietà michelangiolesca. L’abbraccio, la pietà, il dolore assoluto, come lo chiama Smargiassi nel suo blog. Foto che, nelle intenzioni della giuria del WPP, dovrebbe trascendere le circostanze concrete in cui è stata realizzata, diventando l’icona di una situazione universale in cui l’umanità sarebbe in questa precisa fase storica.

Niente da dire, ovviamente, sulle scelte della giuria: persone molto più esperte di me, che sicuramente hanno molta più competenza nell’individuare le icone dei nostri tempi. Il punto è che il fotogiornalismo internazionale mi sembra si stia trasformando in una caccia spietata a questo genere di iconicità, più che all’informazione. E questo avviene con il preciso avallo e incoraggiamento del World Press Photo, che ogni anno, nelle categorie di cronaca, sociali e sui fatti dell’anno, premia foto come quelle che hanno vinto quest’anno: dalla pietà michelangiolesca, ai pugni allo stomaco veri e propri, ai bianchi e neri molto estetizzati, che raccontano più la bravura di chi li ha fatti, che della realtà che hanno davanti. E la rete si adegua: ho già letto dei dibattiti in cui si analizza l’estetica formale delle foto che hanno vinto, chiedendosi se il burqa aggiunge o meno valore estetico alla foto, o se non sia una semplice ridondanza formale. Evidentemente, sfugge che dove la foto è stata scattata una donna non può togliersi il velo di dosso a suo piacimento, per fare venire meglio la foto. Ma l’icona ha le sue esigenze.

Sono molto incuriosito, anche, dalla novità dei dati tecnici. Così ora sappiamo che macchina e che velocità di scatto ci vuole per fabbricare una pietà michelangiolesca. Informazioni che, per molti fotografi, saranno molto più rilevanti di quelle contenute nel caption.

Per tutti questi motivi, da molto tempo trovo che le parti più interessanti del World Press Photo siano quella sportiva e quella naturalistica. Sezioni in cui la qualità media è alta, e dove la ricerca formale, sempre molto presente, è assolutamente al servizio del contenuto informativo. Mi vengono in mente diversi premi in cui c’erano foto incredibili: il servizio del 2009 di Paul Nicklen, o di Donald Miralle Jr. del 2005, sono i primi che mi vengono in mente, ma in generale ogni anno ci sono gran belle foto da guardare, gente che sperimenta. E’ un piacere, quindi, trovare Francesco Zizola in questa sezione, nel concorso del 2012, con una foto scattata nei fondali della Sardegna. Una foto che può essere letta a vari livelli, e che mostra un fotografo come sempre attento alle dinamiche del linguaggio che utilizza, consapevole dei problemi posti dal raccontare per immagini.

Per chi è abituato alle classiche fotografie subacquee, la foto di Zizola è quasi deludente: non ci sono gran bei colori, non ci sono i bei soggetti che è quasi obbligatorio ritrarre quando si va giù, non ci sono panorami subacquei mozzafiato. C’è un uomo, chiuso nella sua muta, che fotografa dei tonni. Messa così, sembra la foto più noiosa del mondo. E invece, Zizola ha portato il fotogiornalismo sott’acqua, ritraendo un turista che fotografa una mattanza di animali in via di estinzione. Tali, infatti, sono i tonni nel mediterraneo.

In un solo scatto, dunque, a Zizola riescono diverse operazioni. Si distacca dal fotogiornalismo classico del WPP, allontanandosi dagli scenari obbligati che ogni fotografo deve frequentare per vincere un premio. Non va in Egitto, ma sul fondo della Sardegna. Al tempo stesso, però, del fotogiornalismo continua ad essere un orgoglioso rappresentante, non rinunciando a informare neanche quando va sott’acqua. Ecco, allora, che rappresenta la caccia dei tonni, e l’indifferenza con cui viene fotografata da un turista. E nel fotografare la tonnara, rinuncia anche al linguaggio tipico da immersione subacquea, tutta colori-e-meraviglia. In uno scatto solo: distanza dall’iconismo, ricerca di altri soggetti, fotogiornalismo in mare e distanza dallo stupore a buon mercato della fotografia subacquea. Il World Press Photo, quest’anno, ha confermato che Zizola è uno dei più attenti e consapevoli fotografi italiani, che coltiva e approfondisce il linguaggio fotogiornalistico, rinunciando a ricorrere agli stereotipi visivi cui tanti, troppi grandi fotografi ultimamente ricorrono.

Fotomicrografia

Ho parlato più volte (qui, qui e qui) di immagini e fotografie scientifiche. A dire il vero mi sono sempre tenuto un pò sul bordo, considerando di più la fantascienza, e il ruolo che in essa hanno sempre svolto le immagini, fotografiche e non. Poi mi sono occupato di quale ruolo la fotografia potrebbe rivestire nella comunicazione scientifica, mostrandoci ciò che ancora non è visibile, e dosando l’estetica con il contenuto informativo per rendere accessibili concetti difficili, quali potrebbero essere quelli della fisica o della biotecnologia.

Nei miei post ho sempre portato ad esempio la fotografia astronomica, che, essendo un vecchio astrofilo dilettante, rientrava più tra i miei generi preferiti. Ma, mi è stato fatto notare, esiste un altro genere di fotografia scientifica che, nata nei laboratori per studiare degli oggetti, a volte si impone per la bellezza delle proprie immagini. E’ la fotomicrografia, che si occupa di studiare soggetti normalmente invisibili ad occhio nudo, attraverso fotocamere collegate ai microscopi. C’è un’inversione di scala, qui: dallo studiare l’infinitamente grande allo studiare l’infinitamente piccolo.

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(Carbon Nanotubes, post growth. Foto: Paul Marshall, Nikon Instruments Inc. Melville, NY)

Ho interrogato Google sulla fotomicrografia, e la prima cosa che ho scoperto è che non va confusa con la microfotografia, che è la riproduzione in miniatura di oggetti visibili, come documenti. Poi, ho scoperto che ogni anno si tiene una competizione di fotomicrografi, il Nikon International Small World Competition, che raduna i migliori specialisti del settore e premia gli scatti più belli dell’anno.

Anche qui, però, come ogni altro concorso fotografico, bisogna fare attenzione a cosa significa “gli scatti più belli”. Il concorso, infatti, si presenta come

the leading forum for showcasing the beauty and complexity of life as seen through the light microscope. For over 30 years, Nikon has rewarded the world’s best photomicrographers who make critically important scientific contributions to life sciences, bio-research and materials science.

Non basta, quindi, che le foto siano belle. Devono anche avere un interesse scientifico, aumentare le conoscenze di biologia o di scienze dei materiali. Eppure, a ben guardare alcune gallerie in giro per la rete (su Environmental Graffiti ce n’è una molto interessante), viene più di una volta il sospetto che le foto siano state scelte più per la loro estetica che per il loro contenuto.

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(Pleurosigma marine diatoms. Foto: Michael Stringer, Nikon Instruments Inc. Melville, NY)

Come ho detto, mi sembra che anche in questo caso torniamo alla questione della (finta) opposizione tra contenuto e informazione nella fotografia scientifica. Nel senso che, se anche i fotomicrografi avessero in qualche modo ritoccato ciò che stava nel microscopio per renderlo più presentabile, non lo troverei per nulla scandaloso. La fotografia ha il compito di rappresentare le cose, di renderle visibili e tangibili, di portare i nostri occhi là dove ancora non erano stati; non di essere un calco della realtà. E in questo caso, questo ruolo della fotografia è reso ancora più palese dai soggetti, che sono per definizione invisibili, nella vita quotidiana. Dunque, la fotografia in questo caso deve non solo rendere visibili i soggetti, ma farlo in un modo che per le persone comuni possa risultare comprensibile.

Non è da escludere, allora, che anche in questo caso si debba arrivare a un compromesso, tra quantità di informazioni effettivamente trasmesse, e semplici concessioni all’estetica. Perché il risultato di un mancato compromesso potrebbe essere, semplicemente, la mancanza  sia di bellezza, che di contenuto informativo. Torna alla grande, in altre parole, l’onnipresente contesto: in un concorso pubblico, credo sia normale che si inviino le foto con uno sguardo all’estetica, o in ogni caso foto diverse da quelle che si userebbero in laboratorio a fini esclusivamente di ricerca. Ma quello che mi piacerebbe vedere, oltre ai provini dei fotomicrografi, è, ancora, il processo con cui nascono queste foto, per capire se è in qualche modo apparentato con quello che serve a fare nascere le foto astronomiche, in cui immagini appartenenti a tre bande visive diverse vengono fuse tra loro e colorate in modo del tutto arbitrario. Se c’è qualche fotomicrografo a leggermi, sono benvenute, come sempre, le sue idee.

Non credo ci sia altro settore della fotografia, comunque, in cui sia più palese la funzione di cui ho detto, di rendere visibile l’invisibile. Ovviamente, questo accade, in gradi diversi, un pò in tutte le fotografie. Ma nella fotografia microscopica è proprio lampante. E non escludo quindi che, come negli altri generi, anche nella fotomicrografia si cerchi, molto spesso, di interpretare fotograficamente il mondo, per renderlo più comprensibile.

Per finire, un messaggio ai fotomicrografi: la prossima volta, per favore, scegliete un nome, per la vostra professione, che non somigli a uno scioglilingua,o a uno degli aggeggi che studiate nei vostri microscopi.

Doisneau

Qualche giorno fa sono andato a vedere la mostra di Doisneau al Forma. Fotografo, Doisneu, di cui conoscevo pochissimo: ha lavorato per tutta la sua vita a Parigi, bianco e nero, e soprattutto Il Bacio, quello famoso, quello che finisce su tutte le copertine di libri di storie amorose. In Italia, per qualche ragione, quella foto viene spesso associata alle poesie di Nazim Hikmet:

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Ho interrogato Google sul perché di questo legame, ma non sembra esserci stato qualche incontro storico tra i due. Scelta dei grafici, dunque. Chissà perché proprio Hikmet e non altri poeti che hanno parlato d’amore….

In ogni modo, sono andato alla mostra senza sapere tanto di Doisneau, neanche come si pronunciasse il suo nome (la signorina della biglietteria lo pronuncia Duanò), ma, anzi, con qualche preconcetto in testa. Mi ero figurato il tipico sedentario intellettualoide francese, concentrato sul mettere la France in ogni sua cosa, un pò di basso profilo ma che produce cose di un certo valore. E, come dire? Avevo ragione. Ma tutto quello che mi era sembrato un difetto, dopo aver visto la mostra, è diventato un pregio.  Era sicuramente sedentario, ma è riuscito a tirare una varietà visiva impressionante dalla sua città, con uno stile marcato, personale e molto, molto profondo. Non uno sguardo da sprovveduto, insomma.

E’ che spesso alle mostre uno si aspetta seriosità e gravità, specie quando vengono affrontati temi come la povertà. Ma Doisneau, nell’affrontare quei temi, non rinunciava mai a impiegare uno stile costante, un’ironia divertita, che funzionava sia da scudo, sia da aiuto visivo alla comprensione. Un’ironia, in altre parole, che era figlia non della leggerezza (la quale, comunque, era un approccio costante nella fotografia di Doisneau), ma della delicatezza:

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E quella delicatezza dello sguardo, quell’ironia divertita, è stato il filo costante di tutta la mostra, e, credo, dell’opera di Doisneau. Un’ironia che a volte nasce semplicemente nel mondo, e Doisneau si limitava a registrare:

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Altre volte, invece, l’ironia veniva composta in macchina dallo stesso fotografo:

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Questo mi ha fatto tornare in mente un tema, di cui ho letto in Educare lo Sguardo di Roswell Angier. Ci sono foto in cui il fotografo deve limitarsi a riprendere quello che succede davanti a sé. E’ il caso, per esempio, di gran parte del fotogiornalismo, per come viene interpretato normalmente. Esiste un fatto, che il fotografo reputa degno di essere conservato visivamente, e viene ripreso. Altre volte, però, i fatti sono del tutto mentali, appartengono più a un ragionamento del fotografo che al mondo reale, e in quel caso vengono costruiti in macchina. Nel mondo non succede nulla, è nella fotografia che sta succedendo qualcosa. Un maestro in questo senso è Robert Frank, che nel suo The Americans raramente ci mostra delle cose che succedono, e più spesso le mette insieme, visivamente, su pellicola. Oltre a fare parlare tra di loro diverse fotografie, creando altri fatti, che sono tali solo in quanto presenti sulla pellicola.

Ecco, mi sembra che Doisneau preferisse questo approccio. Non che disdegnasse altri metodi. Ma guardando la mostra, si ha quasi l’impressione di vederlo, silenzioso, messo in un angolo, a guardare nel mirino. Si riesce a sentire il silenzio che, spesso, doveva aver pervaso lo sguardo, anche quando le situazioni che inseguiva erano rumorose:

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La mia parte preferita della mostra, come sempre, è stata quella delle teche in cui erano esposti ritagli di giornale, pubblicati, lavori “collaterali” come quello di pubblicitario. Così, ho potuto scoprire cosa facesse Doisneau quando non utilizzava l’approccio “silenzioso”. Pubblicità per l’olio Calvé, oppure una sorta di candid camera ante litteram, in cui la foto di una donna nuda veniva messa in una vetrina, e venivano fotografate le reazioni dei passanti. E’ stata la parte più esilarante della mostra. Accanto a questi ritagli, c’era anche un reportage sulla libertà degli amanti a Parigi: la gente si baciava per strada senza curarsi delle reazioni altrui, i poliziotti guardavano in modo indulgente, e a Parigi trionfava l’amore. Ho scoperto così che Doisneau non ha fotografato solo quel bacio, ma diversi, e con una piena consapevolezza della differenza tra bacio e bacio:

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Un fotografo, insomma, che conosceva bene il suo mestiere, e che non si poneva barriere sull’utilizzo della sua macchina fotografica. In qualsiasi campo si cimentasse, riusciva a mettere la sua ironia, il suo sguardo leggero e la sua maestria.

Quel bacio, poi, è diventato talmente iconico da essersi meritato il maggior riconoscimento dei nostri tempi: la riproduzione Lego.

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Ma, come ogni mostra che si rispetti, c’è stata anche la scoperta inaspettata. In questo caso, dato che era inclusa nel biglietto, ho anche guardato la mostra del Prix Pictet. C’era, visto il tema (la Terra) un bel pò di reportage. Ma il vincitore mi ha colpito parecchio. Si tratta di Nadav Kander, fotografo di Londra. Guardando il suo sito, ho scoperto che ha lavorato molto nella pubblicità e nel ritrattismo, e che i suoi progetti personali, molti dei quali di tipo paesaggistico, sono eccezionali. Come quello sullo Yang Tze, che ha vinto il Prix Pictet:

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Immagini che, a dire il vero, sono meglio da vedere esposte. Ce ne sono ancora un paio al Forma di Milano. Assicuratevi di leggere anche il testo introduttivo al progetto, sul sito di Kander.

(per tutte le foto del post tranne le ultime due il credit è di Robert Doisneau. Per l’ultima foto il credit è di Nadav Kander)