Antonio Giordano

Sì, beh, questa è solo, tipo, la tua opinione amico.

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Recovery

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Ho scritto diverse volte, su questo blog, del mio viaggetto di maggio/giugno sulla Sarmiento de Gamboa. Ma mi sono reso conto di non avere mai spiegato bene il significato della foto che apre tutto il lavoro.

La missione, in sé, era semplice: andare nel Golfo di Cadice, recuperare una stazione sismica  di allarme precoce per tsunami posata sul fondo del mare, e fare rotta su Barcellona, via Gibilterra. Semplice, pulito. Il problema, come sempre, si nasconde nei dettagli: Geostar, come si chiamava la stazione, era stata posata a più di tremila metri sul fondo del mare, e pesava intorno alla tonnellata. Sicuramente non si potevano usare pinne e maschera per riportarla sul gommone. Molto meglio usare una nave oceanografica (anzi: una bellissima nave oceanografica), un equipaggio di professionisti, e un Modus.

Modus è una grande campana, con un attacco nella sua sezione interna, disegnata appositamente per agganciare stazioni come Geostar e rimanerci attaccata. Tutto l’apparato, poi, viene tirato su con un grosso cavo metallico, che ha la funzione di tenerlo attaccato alla nave, e di renderlo manovrabile da una consolle in remoto. Per agganciarsi alla “sua” stazione, infatti, Modus viene pilotato dalla nave, ed è per questo che è dotato di telecamere e thrusters, che consentono la sua manovrabilità. Una di queste telecamere, piazzata all’interno, a un certo punto ha mostrato Geostar, mentre Modus si avvicinava ad essa, ed io l’ho fotografata. Ma, prima e dopo, ho potuto avere un breve, bellissimo scorcio del paesaggio a tremila metri di profondità. Un paesaggio lunare, in cui il colore svanisce e, se non fosse per le luci di Modus, non si vedrebbe nulla. Ma che mi ha affascinato: l’abisso nero, quello che ancora oggi è praticamente sconosciuto.

L’ operazione di discesa e recupero, in apparenza semplice, è in realtà una specie di incubo logistico. La nave deve stare ferma, il più possibile, per non portarsi a zonzo per il mare cavo e Modus; il verricello che aziona il cavo deve essere manovrato al centimetro, dato che, se è troppo corto, non arriva alla stazione, e se è troppo lungo fa finire Modus posato sul fondo. E lo stesso Modus, ovviamente, deve essere pilotato da mani esperte. Una operazione così, in altre parole, richiede la coordinazione perfetta di un team di almeno dieci persone, che devono tenere la nave in posizionamento dinamico e con prua al vento, per ridurre al minimo il rollio, devono calare il cavo con Modus, farlo scendere in modo ordinato, tenerlo stabile quando arriva a destinazione, agganciare la stazione, farla risalire in modo ordinato e farla arrivare sana e salva sul ponte. Roba molto, molto difficile.

Il recupero di Geostar è riuscito al primo tentativo, ritardato un pò solo da un paio di metri d’onda. Dopo aver visto riuscire il tutto al primo tentativo, e aver visto la calma e la compostezza con cui tutta l’operazione era stata condotta, ho capito che livello di competenza e professionalità ci volevano per condurre un’operazione così.

Anche se. Guardando bene, potrete vedere che il pilota di Modus ha, per guidare il Salvatore di Geostar, un bellissimo gamepad da playstation 1. Videogame d’alto mare. Mi pare fosse Crichton che diceva che in realtà ingegneri e scienziato sono semplicemente dei bimbi cresciutelli, che realizzano giocattoli più grandi. E, guardando il serio pilota di Modus lavorare come se stesse videogiocando, ho pensato fosse vero.

Confinamento inerziale

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Due laser ad alta energia, che convergono su un bersaglio. Energia che viene liberata dall’implosione su sé stesso del bersaglio. Sostanzialmente, il confinamento inerziale è questo. Molto semplice a dirsi, ma difficilissimo a farsi. Ed ancora più a fotografarsi, visto che la scelta è tra non avere laser visibile, o farsi scalfire da laser ad alta energia.

Verso i primi di aprile di quest’anno ho potuto visitare il Centro Ricerche ENEA di Frascati, dove si svolgono gli studi italiani sulla fusione nucleare. I ricercatori dell’Enea studiano le tecnologie con cui si potrebbe fondere insieme atomi di idrogeno, al fine di ricavarne energia pulita e virtualmente illimitata. Per un fotografo che si occupa di scienza e di documentare la ricerca italiana, l’ Enea di Frascati è semplicemente imprescindibile.

In un primo momento, dovevo accedere solo a FTU, una sorta di reattore a fusione (anche se, a essere precisi, il termine reattore non è corretto). Poi ho saputo che avrei avuto accesso, primo in venti anni, all’impianto per il confinamento inerziale ABC. Ho portato con me un minimo di attrezzatura di illuminazione, ho seguito tutta la trafila di entrata nella camera bianca dei laser, ed ho immediatamente iniziato a fotografare i bancali su cui il laser segue il suo percorso di amplificazione (clicca QUI per le foto di ABC).

Il laser, dopo essere stato amplificato e portato ad alta energia, converge su un bersaglio da due punti, in un apparato, la camera-bersaglio, pieno di strumenti diagnostici. Ovviamente, mi è stato subito chiaro che era necessaria una foto della camera bersaglio, magari in piena attività, per raccontare bene la ricerca sul confinamento inerziale. L’unico problema era che non si poteva, per ovvie ragioni di sopravvivenza, attivare il laser ad alta energia, pena la formazione di enormi buchi su qualsiasi cosa non fosse stata protetta (ovvero: tutto, tranne la camera bersaglio, che quindi rimane chiusa). L’alternativa era il laser di controllo, quello con cui i ricercatori fanno la manutenzione dell’impianto.

E qui nasce un altro problema: il laser, a meno che non incontri qualcosa, è sostanzialmente invisibile. Normalmente questo problema si può superare spruzzando del fumo, o qualcos’altro, sul percorso del laser. All’INFN di Frascati, ad esempio, ho usato dell’azoto liquido. Ma dentro ABC non si poteva. Come fare, allora?

Uno dei disponibilissimi ricercatori, a questo punto, ha avuto un’idea: mettendo un foglio di carta sul percorso del laser si riesce a vedere un punto. Poco, ma già qualcosa. Ho pensato che muovendo il foglio di carta lungo il percorso, si sarebbe potuto mostrare, in un insieme di punti, tutto il laser. Per fortuna taaaaaanto tempo fa avevo fatto un pò di light – painting. Ho iniziato, quindi, a dare indicazioni a due ricercatori, facendogli passare un foglio di carta avanti e indietro nella camera bersaglio, per catturare la luce del laser in una lunga esposizione. L’effetto era di un’onda, più che di un fascio laser, ma l’effetto mi piaceva, quindi ho deciso che andava bene. L’unico problema era la camera bersaglio: illuminato con il light-painting, il laser era troppo debole per illuminare il resto della scena, quindi rimaneva tutto troppo buio. Ho provato a fare qualche esposizione in luce ambiente, ma i neon del laboratorio (i neon di tutti i laboratori, per la precisione) erano orribili.

La soluzione è stata usare il flash come altra fonte di luce nel light-painting. Settato il white balance su tungsteno, per avere una dominante blu, ho iniziato una serie di esposizioni. Con il flash in mano aprivo l’otturatore e sparavo subito dei lampi che illuminavano la camera bersaglio; poi davo il via ai ricercatori con la carta, per illuminare il laser; e poi ripassavo con altri lampi flash e chiudevo l’otturatore. La cosa ha richiesto un pò di prove, per settare bene il giusto equilibrio luce flash/luce laser, ma nell’insieme ho ottenuto qualcosa che mi piaceva, e che racconta bene il confinamento inerziale.

Non ho usato esposimetri per calcolare l’esposizione, né del flash né della luce laser. Mi sono affidato a un pò di esperienza per valutare potenza del flash e diaframma da utilizzare, e agli istogrammi del monitor lcd per capire quanta luce stava colpendo effettivamente il sensore.

Il ringraziamento, come sempre, va al Dr. DeAngelis ed a tutto l’ufficio stampa Enea, per avermi dato l’opportunità di realizzare quella visita, e per tutto l’aiuto che mi hanno offerto durante la mia giornata al Centro Ricerche Enea di Frascati.

Keep going

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Remo Bodei e Mauro Pesce chiacchierano durante la Settimana Alfonsiana.

E così, la Settimana Alfonsiana è finita. Cinque giorni di dibattito libero sullo stesso tema, che quest’anno aveva a che fare con la follia di Gesù, così come traspare dai Vangeli. Come sempre, è stato molto stimolante, e soprattutto utile, in termini di pensiero. Ho avuto idee per un paio di articoli, che adesso vorrei sviluppare come si deve. L’idea è di fare una ricognizione di come il genere di pazzia di cui si è parlato durante la Settimana sia stato rappresentato in fotografia o al cinema. E poi, vorrei scrivere qualcosa di lungo a proposito della comunicazione dell’esperimento dell’Infn, quello di cui avevo già parlato una decina di giorni fa.

Ma, soprattutto, ho potuto fotografare delle autentiche autorità morali della filosofia e della teologia contemporanee.

Da adesso, mi concentrerò soprattutto sulle attività di ricerca in mare. L’oceano è grande e ancora pressoché sconosciuto, e avvengono tantissime cose sotto la sua superficie. Ed io voglio essere lì a documentarle.

Buona settimana, dudes.

Buone cose

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E’ iniziata, quindi, la Settimana Alfonsiana, di cui per il secondo anno sarò il fotografo. Ieri c’è stato un bellissimo concerto all’Oratorio di Santa Cita, un posto che mi ha molto impressionato per la quantità di stucchi. L’atmosfera era molto particolare, con la prima pioggia seria di quest’autunno che minacciava di scatenarsi da un momento all’altro e il quartetto che suonava Mozart nella penombra. Per chissà quale motivo, mi è venuto in mente il periodo natalizio (il che, a sua volta, mi ha fatto venire in mente una domanda sulle immagini natalizie. A cui, però, penserò quando sarà il periodo, perché pensare al Natale a fine settembre è un pò triste).

Da oggi la Settimana si sposta in via Badia 52, a Palermo, con i dibattiti e le conferenze. Come sempre, QUI si può scaricare il programma. E, come dicono gli americani, come say hi….

Venerdì sera sono stato a fotografare un reading del mio amico Vittorio Bongiorno, che sta portando in tournée il suo il Duka in Sicilia insieme al contrabbassista Matteo Zucconi ed a vari amici che si aggiungono strada facendo. Una bella serata di letteratura, jazz e vino, e persone stimolanti. Per l’occasione, ho deciso che avrei sperimentato un pò, e il risultato si può vedere nella galleria che ho pubblicato sul mio profilo FB.

A condire il tutto, sto ascoltando un disco di Raphael Gualazzi che mi ha consigliato mio fratello, e che consiglio di ascoltare a chi piaccia il buon jazz, quello che ancora è fatto insieme agli ascoltatori, e non per il solo gusto dei musicisti.

Buona settimana a tutti!

Settimana Alfonsiana 2011

 Come l’anno scorso, anche quest’anno avrò l’onore di fotografare i lavori della Settimana Alfonsiana di Palermo, dal 24 settembre al 2 ottobre. Si tratta di una serie di conferenze organizzate dai Padri Redentoristi di Uditore, e dalla rivista Segno (con la quale ho collaborato, quest’anno, per il mio articolo sul Canale di Sicilia – che per inciso in questi giorni metterò on line).

Il tema delle conferenze è dato semplicemente da una frase del Vangelo, che quest’anno è I suoi uscirono per prenderlo. Dicevano infatti: è fuori di sé. Su questa frase, intervengono ed elaborano personaggi del mondo della cultura, della politica e delle istituzioni, con il loro personale punto di vista. Tra gli altri, quest’anno ci saranno Massimo Cacciari, Gioacchino Lanza Tommasi, musicologo, Paolo Ricca, della facoltà teologica Valdese, Vito Mancuso, teologo dell’Università S. Raffaele di Milano. Ma assicuratevi di passare, se vi trovate in zona Palermo: lo spirito della manifestazione è fare circolare il più possibile le idee, e rinfrescare le menti, e capita spesso di trovare, insieme ai grandi nomi e alle conferme, delle persone e delle idee stupefacenti.

Programma, contatti e indirizzi si possono scaricare QUI.

Behance

Poco meno di un anno fa, mi sono iscritto a Behance, network di creativi, uno dei tanti social network che sono nati nel tentativo di imitare il successo di FB. Funzionando come ogni social network, se uno non ci dedica del tempo è difficile che si approdi a qualcosa. Ma ho comunque messo lì qualche galleria, e presidiato la posizione, per così dire. Non si sa mai cosa potrebbe nascere, e comunque questi spazi virtuali sono dei modi per tenere d’occhio il mondo, fare attenzione che salti fuori qualcosa di interessante.

Ultimamente sono stato contattato da una galleria berlinese, per una relazione di lavoro, che mi ha scoperto proprio su Behance. Ma di questo parlerò in seguito. Per adesso, gustatevi la nuova galleria con la raccolta dei miei lavori scientifici più recenti. Niente di nuovo per chi naviga il mio sito: giusto un riassunto sintetico delle gallerie che si possono trovare qui.

Cose nuove

Da qualche minuto, ho messo on line tre nuove gallerie. Potete trovarle tutte nella sezione features. Si tratta di un paio di lavori scientifici che ho fatto nella prima parte dell’anno, e di un lavoro paesaggistico ancora in corso, che riprendo quando posso e quando le condizioni meteo sono favorevoli (ovvero, quando è nuvoloso abbastanza da essere interessante).

Geostar Recovery è il racconto della spedizione oceanografica a cui ero aggregato come fotografo e operatore video. In queste foto c’è soprattutto il racconto del recupero della stazione sismica Geostar, nel golfo di Cadice. Ne ho parlato altre volte, qui e soprattutto qui, dove tra l’altro si trova un video con altre immagini, di tema meno scientifico. Il video sull’operazione può essere visto sulla mia pagina Vimeo. Ma vi prometto che la prossima settimana farò un post su alcune delle foto che si trovano in questa galleria, perché ci sono diverse curiosità scientifiche che sarebbe un peccato tenere tutte per me.

Nella galleria sull’Enea, invece, ci sono le foto che ho fatto al Centro Ricerche di Frascati. Viene da lì, tra l’altro, la foto che da qualche giorno apre il mio sito (l’avevate notata?). Anche se avevo iniziato prima a programmare il mio giro all’Enea, nell’ambito del mio progetto di documentazione della ricerca italiana, la visita a Frascati è arrivata meno di un mese dopo la catastrofe di Fukushima. Che, sia chiaro, con i reattori nucleari a fusione non c’entra proprio nulla. Ma si respirava una certa aria di fine del programma nucleare italiano. L’alternativa potrebbe essere rappresentata proprio dalle ricerche su fusione nucleare, che in Italia hanno l’epicentro proprio al centro ricerche Enea di Frascati. L’equipe di FTU partecipa, tra l’altro, al programma ITER, che prevede la costruzione di un mega tokamak in Francia. Ma la cosa più interessante da vedere è ABC, un impianto di fusione inerziale, in cui fasci laser ad alta energia vengono fatti convergere su un bersaglio, in modo da comprimerlo e innescare la fusione. Io ho avuto il privilegio, (grazie al Dr. DeAngelis, ed a tutto lo staff comunicazione dell’Enea), di essere il primo fotografo ad accedere ad ABC in venti anni. Anche in questa galleria ci sono fotografie di cui parlerò più estesamente, perché ne vale la pena.

Seascapes, infine, è un lavoro ancora in corso di realizzazione. Mi piace esplorare le zone costiere, e nell’inverno scorso spesso passavo il mio tempo in macchina, a cercare zone in cui le onde fossero abbastanza movimentate da realizzare qualche bello scatto paesaggistico. Ma poi ho scoperto che mi piaceva andare a finire nelle località di vacanza, quei piccoli villaggi fatti di villini al mare e case in affitto, che d’estate pullulano di vita e che d’inverno diventano praticamente dei villaggi fantasma. Subisco molto il fascino di questi luoghi, il silenzio, e un’architettura completamente finalizzata a un uso ristretto, di massimo tre mesi all’anno. Mi piace passeggiarci dentro e guardare le nuvole incombere, sentire il mare arrabbiatissimo e l’aria fredda. E, cercando questi posti, sono finito a Triscina, dove la sabbia, trasportata dal mare e dal vento, forma in continuazione delle piccole dune, che d’estate vengono spazzate via dagli abitanti, e d’inverno possono invece riprendersi la zona. Quando posso, torno a fare un giro in quei luoghi, perché è come se fossero una scommessa per la visione, un appuntamento che si rilancia di volta in volta, uno stato d’animo da rinnovare e fissare su sensore. Per adesso, questi sono i miei appunti. Quest’inverno ci tornerò, e vedremo cosa salterà fuori.

Murales parlanti

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Quando andrete via da Orgosolo, avevo letto, avrete gli occhi stanchi. Dallo stesso momento in cui arriverete, sarà una stimolazione continua, un continuo inseguirvi di colori e messaggi.

Quest’estate mi trovavo nella zona di Orgosolo, ed ho deciso, su suggerimento della mia ragazza, di andare a visitare il paese della Barbagia. Prima di allora non ne avevo mai sentito parlare, e credo sia anche per questo che ci sono andato abbastanza tranquillo: ho scoperto in seguito che Orgosolo ha una cattiva fama (non so quanto meritata, oggi), per quel che riguarda il banditismo e la criminalità, ed ogni volta che dicevo a qualche sardo di essere stato a Orgosolo, quello sbarrava gli occhi, chiedendomi che cosa ci fossi andato a fare, di grazia. La risposta a vedere i murales spesso non era soddisfacente. Ma questo l’ho capito da subito, dal momento stesso in cui ho messo piede in paese. Orgosolo ha l’aspetto, e la fama, di quella che una volta era Corleone per i Siciliani. Le due situazioni sono imparagonabili, ovviamente, per tanti motivi. Ma non per la reazione che suscita l’idea di una visita nei corregionali.

Quando sono arrivato il panorama era quello, a cui sono abituato – fin troppo – di una città della profonda provincia italiana. Le case senza prospetto, il silenzio, la dimensione ristretta che si annuncia fin da subito dallo sguardo delle persone sedute al bar. Il panorama qui è nobile, impervio e duro, il Supramonte si staglia come un bastione, e Orgosolo riflette bene tutte queste caratteristiche. In più, qui ci sono i segni, diventati comuni – troppo – in Italia, dell’eccessiva separazione della provincia rispetto al resto del paese. Scarsa pianificazione urbanistica, e un generale livellamento verso il basso dell’economia, testimoniato dalla scarsità di iniziative pubblicizzate. I segni di una stagnazione, per chi vuole coglierli, ci sono tutti.

Ma prima ancora di vedere tutto questo, il paese si annuncia attraverso i suoi murales. Tanti, più di 150 secondo qualche scrittore della zona, e di argomenti politico – sociali. Passeggiando per le vie di Orgosolo, si ha l’impressione di fare un ripasso della storia recente, italiana e mondiale, sotto forma di pittura murale. Un ripasso che può avere percorsi imprevedibili e del tutto personali, tanti quanti sono i modi di percorrere le vie del paese. Può capitare di trovare Guernica accanto alle due torri gemelle, e poi di passare accanto a Neruda, a Carlo Giuliani, ed approdare a un ritratto di un bandito, per poi tornare all’occupazione delle terre in Sardegna, o al rispetto dell’ambiente. Sembra esserci un termometro sensibile, a Orgosolo, per i fatti che rimangono impressi nella memoria pubblica.

Camminando per le vie del paese, si ha spesso l’impressione di essere finiti in una grossa contraddizione. Il panorama somiglia molto, come ho detto, a quello di tante province italiane. Cemento grezzo, silenzi eloquenti quando passeggi per strada. Eppure, proprio questo luogo produce una delle forme più belle di muralismo e di espressione (secondo me, autenticamente popolare) che abbia mai visto in Italia. Un movimento di murales è qualcosa che ci si aspetta in qualche quartiere di una grande città, in una zona di Berlino per esempio, in cui è facile trovare gente in grado di esprimersi in questo modo, e dove si può anche trovare il giusto ambiente per esprimersi. Invece, a Orgosolo il sentimento comune ha scelto di esprimersi attraverso le immagini, pitture disegnate sui muri del paese, che in questo modo si assume, per così dire, la responsabilità di quello che il murales esprime. Il murale viene realizzato da un artista (previo un accordo con il proprietario del muro), ma poi è tutto il paese ad “adottarlo”.

Un ripasso di storia e idee importanti. E’ istruttivo che i muralisti di Orgosolo abbiano scelto proprio le immagini, per raccontarlo. Come se fossero consapevoli che le immagini sono un modo più efficace delle parole e di ogni altro discorso, per sintetizzare il senso comune degli orgolesi. Le immagini compaiono sul muro, e in quel modo prese di posizione, opinioni e proclami parolai fanno un passo indietro. Le immagini diventano rappresentanti di ogni orgolese.

Si va via da Orgosolo con la sensazione di avere la testa piena, satura, in un continuo rimando tra i murales e le situazioni reali che li hanno ispirati. Ammiro molto questa città che ha trovato questo modo, silenzioso ma fiero e incisivo, di comunicare il proprio modo di pensare. Ci ricorda che il dialogo non è mai qualcosa di codificato in formule, scritto nella pietra, e che in qualsiasi momento possono nascere modi imprevedibili di espressione popolare.

Gibilterra

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Per un lavoro in mare dell’Ingv, una settimana fa mi sono imbarcato sulla nave oceanografica Sarmiento de Gamboa. Siamo salpati da Vigo, in Spagna, una settimana fa, e, dopo aver costeggiato il Portogallo ed essere andati in zona operazioni, abbiamo fatto rotta verso lo stretto di Gibilterra, il mar di Alboran e Barcellona.

Un’esperienza bellissima, su una nave confortevole e con un equipaggio delizioso, disponibile e simpatico. In più, ho avuto il piacere e l’onore di lavorare con dei professionisti di grande livello, delle persone fantastiche, e di navigare una zona di mediterraneo in cui ancora non ero stato. In più, ho ripreso i delfini che giocavano con la prua della nave, ho assistito al tramonto sull’Atlantico, ho chiacchierato di argomenti profondi e di futilità, ho visto una festa a Cadiz.

I pensieri che vorrei scrivere sono tanti: come si può immaginare, sette giorni su una nave lasciano molto tempo al pensiero e alla riflessione. Io sto ancora elaborando. Avere passato Gibilterra ha, per me, un significato molto maggiore che quello, semplice, della navigazione attraverso uno stretto. Significa tornare a casa dopo un’esperienza. Ci vuole del tempo per pensarci su.

Nuove gallerie

Sto aggiornando il mio sito, in questi giorni. A parte un sistema migliore per gestire le gallerie (i miei due lettori dovrebbero accorgersi che adesso sono più veloci nel caricamento, ed hanno un aspetto più gradevole), la cosa sicuramente più gradita saranno le nuove gallerie. Una è sul mio lavoro nei laboratori di fisica di Catania, i Laboratori del Sud – INFN. Ha avuto reazioni positive, ed è parte del mio progetto di documentazione della ricerca italiana, che mi ha già portato ai Laboratori di Frascati, e che per ora mi permette di seguire una interessantissima ricerca  nel campo dell’astrofisica. Non male, per un fotografo di scienza alle prime armi.

Poi, c’è una piccola galleria intitolata Corporate life. E’, come dice il nome, una piccola raccolta di miei lavori corporate, di cui sono particolarmente contento. Ho in mente di farla crescere molto, quest’anno. Infine, ho spostato la galleria di ritratti, che ora ha una sezione a sé nel menù principale.

Domani dovrei andare a Catania per l’esperimento astrofisico di cui parlavo. Dopodiché,  nei prossimi giorni, vi aggiornerò su alcune cose che stanno nascendo, alcuni reportage scientifici che ho in mente da tempo e che potrebbero essere molto interessanti. Stay tuned.

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