Tag Archives: Giornalismo

Articolo

Un mio articolo sul Canale di Sicilia è stato pubblicato su “Segno” di questo mese, rivista edita a Palermo che si occupa di politica, mafia e cultura. Lo considero un onore, dato che su Segno compaiono scritti di gente ben più sveglia di me, e che Padre Nino Fasullo, che ne è il direttore e l’animatore, è una delle teste pensanti più fini che io abbia il piacere di conoscere, sempre avanti di una decina d’anni rispetto ai tempi, e organizzatore delle Settimane Alfonsiane (di cui ho parlato, e sono stato fotografo, l’anno scorso).

L’articolo si occupa di mare, ecologia, diversi modelli di sviluppo, aree marine protette. Spero di postarlo qui prossimamente (l’esclusiva alla carta stampata….).

A breve, anche un aggiornamento sul video girato sulla Sarmiento de Gamboa.

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Fighting Talk: The New Propaganda

Most of all, it’s about the terror of power and the power of terror. Power and terror have become interchangeable. We journalists have let this happen. Our language has become not just a debased ally, but a full verbal partner in the language of governments and armies and generals and weapons. …

Robert Fisk, in un articolo sull’Independent. Seguito dalla  ancora più condivisibile chiosa di Jim Johnson, sul suo blog di politica e fotografia:

If we need always ask ‘who is using this photograph and for what purpose,’ the same is true too of words.

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Quale audience per il fotogiornalismo?

Oggi a pranzo ho visto Gabriele, di Cesura, e Guglielmo. Sono due miei vecchi colleghi del master di reportage, e senza dubbio gli amici con cui mi piace di più parlare di fotografia, all’interno di questo mondo un pò troppo concentrato su sé stesso.

Tra gli ultimi pettegolezzi del mondo fotografico e gli aggiornamenti obbligatori (“io ho in mente questo progetto, tu che fai?”), ci siamo andati a sedere in un parchetto, a ripararci dal sole che in questi giorni sta martellando Milano, e abbiamo parlato del futuro della distribuzione fotografica. E vedo che anche Guglielmo e Gabrio, che sono quelli che su qualsiasi rivista verrebbero definiti “giovani fotografi” (con qualche ragione, anche se questo è un paese in cui si è giovani fino a 50 anni), si pongono il problema di come fare arrivare a più gente possibile le proprie foto, per uscire dal ghetto della “foto d’autore”, dei photo editor che ti pubblicano una foto come se ti stessero facendo l’elemosina, e per arrivare a un’audience veramente di massa.

Il problema sicuramente si pone. I giornali sono sempre meno letti, e si comportano, come dicevo anche in un post recente, come se avessero nostalgia di come funzionava il giornalismo 30 anni fa (chiudendo gli occhi, e facendo finta di non vedere il mondo che cambia intorno). In più, molto spesso si ha l’impressione che le belle foto rimangano confinate nei cassetti o nei musei. Audience “alta”, diciamo. Ma la perdita di lettori, e lo spostamento su internet, non viene compensato, in termini economici, dalle vendite pubblicitarie su supporto elettronico. Si cercano disperatamente nuovi modelli. Che credo (in questo sono d’accordo con Gabriele) vadano necessariamente ricercati nella distribuzione elettronica, nella donazione, nella sponsorizzazione. Si è accennato, per esempio, a Spot Us Italia: un’esperienza in fase di sperimentazione, ma a cui, personalmente, guardo con attenzione.

Il succo di tutto è: bisogna abbandonare la mentalità per cui c’è un collettore, un gatekeeper, che raccoglie le notizie (o le foto) dai produttori e li fa avere ai fruitori. Si va sempre più verso un modello da molti a molti. Le testate cartacee continueranno per un pò ad avere la loro importanza (pubblicare su NyTimes o su Guardian sarà ancora qualcosa di prestigioso); ma le grandi agenzie di distribuzione, se la vedranno ancora più brutta. Per parafrasare David Randall, il giornalismo sta benissimo e continuerà a crescere, sono i giornali che non hanno buona salute.

In tutto questo, c’è chi tenta di salvare capra e cavoli affidandosi ad un altro gatekeeper, disegnato bene: ipad, apple store e simili. Che, dicono, abbia salvato il mondo della musica. Ma non penso che, sul lungo periodo e nel mondo dell’editoria, sarà qualcosa che funzionerà: qualcuno si stancherà di avere un controllore, all’accesso, a cui bisogna cedere parte rilevante di questo profitto; e poi Google ha fatto la sua mossa sul mercato delle news. Che è una mossa fatta da chi la cultura della rete la conosce, e anche troppo bene, e che va proprio nella direzione di bypassare le tradizionali agenzie di distribuzione, per diventare un nuovo canale.

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Dovresti fare dei video, fotografo.

E’ ufficiale: il fotografo non fa più solo fotografie, occupandosi, inoltre, di tutto quello che queste fotografie faranno per lui (dargli da mangiare, tra le tante altre cose). No: nell’era dell’ i-pad, dei contenuti interattivi sui siti, della stampa in crisi, e della totale cessione del diritto di accesso al mercato, e dei margini di profitto, a Steve Jobs, il fotografo deve svegliarsi, fare altro. Il mercato cambia, non ci sono più soldi per i reportage o per pagare le foto, e, signore mio, dobbiamo trovare altri modi di raggiungere i lettori, e di spremere i gonzi con una macchina fotografica.

Fare un giro presso i foto editors milanesi, di questi tempi, è come ascoltare un mantra. Prima, la parte sui costi tagliati e sull’impossibilità di produrre reportage (hanno anche ragione: le politiche editoriali degli ultimi tempi potrebbero essere chiamate “Giornali: Ma perché non possiamo tornare a 30 anni fa?”. Con, in più, il sospetto che molti stiano usando la scusa della crisi per fare pulizia, e licenziare e tagliare anche quando non ce ne sarebbe bisogno). Poi, la richiesta di “personalità creative ed eclettiche” in grado di produrre foto, testo, video, e magari di portare un caffé macchiato caldo al direttore.

Non che ci sia qualcosa di male nel fotografo-videografo. Anzi, la comunicazione si è data una bella sveglia, con i contenuti audiovisivi. Guardate, per esempio, cosa combinano a Mediastorm: eccezionali. Ma ho il – ehm – sospetto che ai giornali italiani, di innovare e di catturare nuovi lettori con contenuti innovativi, non gliene freghi niente. A loro interessa solo tagliare le spese, e accodarsi, in modo raffazzonato e giocando di rimessa, a una tendenza che è ormai globale. E, per tagliare le spese, preferiscono ovviamente una persona che fa video e foto contemporaneamente. Magari infischiandosene della qualità finale, o del fatto che il fotografo, per alzare la qualità del lavoro, deve assumere qualcun altro (un montatore, per dire), o occuparsi di troppe cose contemporaneamente.

Ora: per quanto ci piaccia credere il contrario, e per quanto abbiano molte zone di contiguità, i mestieri di fotografo e quello di videografo sono diversi. Uno è in cerca di certe cose, uno di altre. Certo, un fotografo, soprattutto se navigato, sarà in grado di fare video di qualità dignitosa, e viceversa. Ma, ehi, è di questo allora che stiamo parlando? Di accontentarci? E se dovevamo accontentarci, perché non facevamo girare i video direttamente agli sconosciuti? Tanto già nel mondo della fotografia succede, che si pubblichino immagini di gente che il fotogiornalismo lo avrà visto si e no col binocolo, che non garantisce nessuna copertura completa dei fatti, e che insomma non lavora in modo professionale. E succede proprio per abbassare i costi. Perché non fare lo stesso con i video? (possibile risposta: in realtà già lo si fa, vedi per esempio i pregevoli video scaricati da youtube e pubblicati su testate online e telegiornali serali).

Ho sempre sentito lamentele, da parte dei fotografi, sui loro colleghi che usano la penna, e che scattano immagini con il telefonino per fare risparmiare ai giornali. E perché dovrebbe essere diverso per i videomaker, adesso? E, per di più: perché a rischiare, a tentare nuovi approcci, anche economici, e a mettersi in discussione non devono mai essere i giornali?

(grazie a Vittorio Zambardino e al suo Blog, che ho sacchegg…. ehm….. letto per trarre spunto sui mercati dell’informazione, e su come reagiscono i giornali).

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Assortimento

Ci sono un mucchio di cose in costruzione, in questi giorni, di cui terrò informati i miei due lettori. In questo momento sono a Palermo, per parlare con un tipo di una redazione, e per fare un paio di piccoli lavori (una fabbrica di coppole, e vorrei andare a curiosare a Termini Imerese, per vedere che aria tira). Il prossimo mese mi installerò in un nuovo studio a Milano, ho diversi reportage in preparazione, e in generale ci sono un sacco di buone cose all’orizzonte.

In questi giorni, per chi non se ne fosse accorto, sono stati annunciati i vincitori del World Press Photo. La foto dell’anno è di un italiano (della mia età, e che vive a Napoli: da parte mia, il quadruplo di complimenti), e ben altri 9 italiani hanno vinto qualcosa (tra cui Luca Santese, uno dei miei amici di Cesuralab). Ora: non c’è più bisogno di sottolineare come il fotogiornalismo italiano sia di qualità ben superiore alla media a cui ci abituano le testate italiane (anche perché altri lo hanno fatto meglio di me). Qui vorrei solo notare un paio di cose. Per esempio, che la maggioranza dei lavori è realizzata all’estero. Di solito il canto giaculatorio, a metà tra il moralistico e il compiaciuto, è “ma i nostri fotografi sono delle fighette, quand’è che parleranno di Italia?”. Buona domanda. A cui, fino a poco tempo fa, avrei risposto che si, in effetti, la tendenza a lavorare all’estero…. Ma poi uno si ricorda di come la fotografia viene trattata per tutto l’anno dai giornali italiani: approssimazione, banalizzazione, tette, culi, fotoricatti, teste parlanti, didascalizzazione pedante. La verità è che ai giornali italiani l’Italia, così come viene presentata dai fotogiornalisti italiani, non interessa. Non la vogliono. Vogliono di più l’immagine plasticosa e prefabbricata e sciatta che dell’italia si ha nelle redazioni.

Prova del nove? Nessuno (nessuno) dei lavori italiani premiati al World Press Photo è stato commissionato. Vuol dire che ai giornali italiani il buon fotogiornalismo, semplicemente, non interessa.

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Ridondanza

Le foto e i reportage che arrivano dal disastro di Haiti, in qualche modo, si assomigliano. Non che siano tutte uguali tra loro. Ma ricordano, e fin troppo da vicino, altre foto di altri tristi disastri che sono successi negli ultimi anni. Il modo in cui sono fatte, e soprattutto gli aspetti che sottolineano, le storie che raccontano, non si distanziano molto da quelle che abbiamo visto in occasione del recente terremoto dell’Aquila, o dello Tzunami nel sud est asiatico.

Magari è solo una mia impressione. O, magari, bisogna dare tempo a chi sta lavorando sul campo di sviluppare storie più approfondite, che raccontino i diversi aspetti di una tragedia che, mi sembra, ancora non ha copertura adeguata. Paradossale, vero? Siamo sovraccaricati, di informazioni sul terremoto ad Haiti e sulla tragedia che vi sta avvenendo. Ma l’impressione che ho è che questa tragedia sia raccontata solo in parte. Che manchi qualcosa.

Un’ipotesi è che i fotografi siano già al lavoro su storie approfondite. Le quali, per definizione, hanno bisogno di più tempo per essere sviluppate. Quindi, mentre aspettiamo, quello che vediamo non è altro che una incredibile ridondanza, prodotta dai fotografi di grosse agenzie, i quali sembrano alla ricerca più dell’icona e della sensazione, che non del racconto di una storia. Sul blog di Foto8 ci sono parecchi esempi di questa ridondanza: elicotteri che decollano a distanza da folle bisognose, rovine in mezzo alle quali camminano persone disperate. Se c’è un denominatore comune, a queste foto, è la reazione, è l’autoassoluzione, è il dipingere gli haitiani come vittime di una situazione che non ha responsabili. Vero, ma solo in parte: il terremoto non ha responsabili. Ma vero anche che terremoti di potenza analoga avvengono anche in Giappone, dove non fanno tante vittime. E, se ad Haiti è andato tutto così male, una grossa fetta di responsabilità ce l’ha anche l’occidente. Il quale si autoassolve anche nelle fotografie che cerca, e pubblica.

Un’altra ipotesi è che i fotografi, al momento, siano più a caccia della didascalia, della foto iconica, del prossimo scatto che vincerà il World Press Photo 2011 (nota per chi volesse partecipare a quello 2010: sorry, ma il terremoto di Haiti è avvenuto ai primi di gennaio, queste foto non sono utilizzabili per il concorso di quest’anno), che non a caccia di storie da raccontare. Non stanno facendo il loro mestiere, in altre parole. Che dovrebbe essere quello di informare, di raccontare, di sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale, di fare vedere quello che sta succedendo. Non di cercare scatti che finiranno in una esposizione.

Forse è proprio la categoria di fotogiornalismo, che va ripensata. Forse i fotografi stanno cercando, con tutte le proprie forze, di raccontare una tragedia troppo grande per essere raccontata in così poco tempo. Ma se stanno cercando, allora è proprio l’approccio che non va: ci sono troppe foto prese a random per la città e poco racconto di come la gente stia cercando di sopravvivere. Troppa gente allarmata per strada, troppi ritratti di persone avvilite, troppe piazze piene di macerie con corpi stesi. Forse bisogna orientarsi meno alle news, e più all’approfondimento. Senza lasciare che siano i colleghi giornalisti a occuparsi di questo (ovvero: senza lasciare che siano solo loro a occuparsene).

Comunque, non tutte le foto che arrivano da Haiti sono di questo tenore. Si trovano parecchi spunti interessanti. Per esempio, è una bella idea quella della prigione, apparsa sul NYT Lens. E’ solo l’inizio di una storia, ma è un modo diverso di raccontare. Oppure, la fotografia che ha segnalato Bob Sacha. E di idee ce ne sarebbero. Cosa succede in un condominio rimasto in piedi, dopo il terremoto? Chi è rimasto, chi è scappato, che problemi ci sono? Come stanno lavorando i poliziotti di Haiti, che vita hanno? Come si stanno comportando i cittadini dell’ovest, in arrivo su navi da crociera che non hanno cambiato rotta dopo il disastro? E gli uomini di chiesa, i religiosi, cosa stanno facendo per supportare la comunità?

Credo che molti inizieranno a lavorare su questi temi, se non lo hanno già fatto, e che i migliori lavori inizieranno ad arrivare ora. Ma, per il momento, quello che vedo è una fila di fotografi con in testa la replica esatta della presa di Saigon, con l’elicottero che decolla e la folla che vuole scappare a tutti i costi. E questo, se anche farà vincere molti premi di fotogiornalismo, sicuramente non farà bene all’informazione.

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Business digitali

A leggere siti, newsletters e blog che trattano di giornalismo e fotogiornalismo, uno si fa l’idea che il mondo del giornalismo stia andando a scatafascio, che tutto sia sbagliato, che i cari vecchi tempi in cui si pagavano un sacco di soldi per fare dei servizi sono finiti perché ora c’è la rete che permette la pubblicazione (quasi) gratis e che abbatte i costi.

E’ vero che la rete ha sovvertito molto questo mestiere. Ma io non ho mai creduto in chi rimpiange dei Mitici Tempi Andati che, molto spesso, sono solo delle idealizzazioni. Anzi, mi piace molto vivere in questo tempo: infinite possibilità di fare vedere a chiunque le proprie foto e i propri contenuti, infinito spazio per pubblicare, nessuna barriera…. Ok, bisogna trovare il modo di rendere economicamente sostenibile tutto ciò. Ma la verità è che anche il vecchio modello non era più sostenibile da nessuno (i giornali sono in perdita dagli anni settanta: vedi il blog di David Campbell, segnalato nel post precedente).

In rete si trovano anche gli antidoti al pensiero Bei Tempi che Non Torneranno. C’è una pattuglia di blogger, fotografi e professionisti che adoro leggere, per lo sforzo che compiono in ogni post di guardare avanti, di vedere tutte le opportunità che i nuovi mezzi di comunicazione offrono ai professionisti. Primo tra tutti, non si può non citare  Vittorio Zambardino, che ha un blog, Scene Digitali, che si occupa, ad ampio raggio, della cultura di internet nel nostro paese. Quello che è interessante, è che spesso Zambardino parla di giornalismo, senza paraocchi né illusioni corporative, e senza neanche usare quell’esaltazione da scoperta – dell’ultimo – minuto che certi giornalisti hanno quando parlano di nuove tecnologie. Ci sono un mucchio di idee e prospettive su quello che la rete potrà essere, o dovrebbe essere. Non sempre sono d’accordo con lui, e questo è un motivo in più per leggerlo.

Ci sono poi diversi altri blogger, che amo leggere per le diverse prospettive che offrono. Li ho linkati qui accanto. Quelli che leggo più spesso sono A photo editor, Thoughts of a Bohemian, Strictly Business. Sono tutti blog che trattano del business della fotografia, ma che lo fanno senza nascondere la testa nella sabbia, guardandosi intorno (io ho delle riserve sulle soluzioni restrittive che Strictly Business dà alla mancanza di fondi nell’informazione digitale. Ma il solito Campbell è stato molto più bravo di me a spiegarle, nella sua serie di post sull’informazione nell’era digitale).

Una scoperta recente è Duckrabbit: due giornalisti che producono pezzi multimediali, quello che da più parti viene visto come il futuro del giornalismo on line (e a  tal proposito, inizio a chiedermi: è da almeno quattro anni che sento questo mantra dello slideshow come futuro del fotogiornalismo on line. Ci credo, ci credo eccome; ma mi sembra che ancora non si voglia uscire dallo stato di sperimentazione, di “oh guarda quanto è bello e figo”. E, oltretutto, non vedo tantissimi siti di informazione, in italiano almeno, che ne fanno uso. Per il momento, da quello che vedo, si usano di più le gallerie cliccabili).

E, finale a sorpresa, un gruppo, i Nine Inch Nails, che da quando hanno abbandonato la casa discografica si sono buttati a testa bassa nel mondo 2.0: produzione e distribuzione di musica a basso o nessun costo, generazione di introiti da altre attività (concerti, merchandising, servizi on line, contenuti diversi per diversi costi), totale apertura alle nuove tecnologie e alla presenza in rete. L’ultima notizia è l’uscita di un video totalmente edito dai fans, dopo che i NIN avevano messo a disposizione i girati grezzi. I NIN non ci guadagnano, direttamente, nulla. Ma sono pronto a scommettere che tutto questo si trasformerà in pubblicità gratuita per i loro concerti e i loro dischi. Insomma: nel marasma, da cui l’industria musicale è tutt’altro che esente, c’è qualcuno che sembra aver trovato il modello giusto. Adesso bisogna tirar fuori le idee, prendere esempio e trovare il modo di applicare questo modo di lavorare al mondo della fotografia.

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Come back….

E rieccomi. E’ passato un bel pò di tempo dall’ultimo post: ultimi lavori chiusi, ritorno in Italia, un pò di tempo dedicato a famiglia, ragazza, amici. Adesso è tempo di ricominciare a lavorare per un altro anno (a proposito: buon 2010 a tutti). Quest’anno cambierò vita, farò un sacco di soldi, e imparerò a fare il moonwalking come si deve.

Buoni propositi a parte, mi piace iniziare l’anno con una citazione, un link, e un augurio:

The successful visual journalist in the new media economy is therefore going to be someone who embraces the logic of the web’s ecology, using the ease of publication, distribution and circulation to construct and connect with a community of interest around their projects and their practice. (…) It won’t be easy (but when was photojournalism or documentary photography easy?), but the successful visual journalist will be someone who uses social media (in combination with the more traditional tools of books, exhibitions and portfolios) to activate partnerships with other interested parties to fund their stories, host their stories, circulate their stories, and engage with their stories. The social value of this is obvious, and this social value will be the basis for drawing economic value so the work can continue.

Parole di David Campbell, che ha un blog su politica e media che consiglio a tutti di leggere. L’idea di Campbell è potente, molto potente, e piace pensare che, finalmente, si sia trovata una via d’uscita allo stallo in cui il fotogiornalismo sta versando da un bel pò di tempo (perché che sia necessario trovare un altro modello di funzionamento, su quello non c’è dubbio). Quello che ancora mi lascia perplesso, è che pochi riescono a dare esempi concreti, e operativi, di come questa connessione con i social network dovrebbe funzionare, e di come dovrebbe incoraggiare l’economia. Insomma: sulla carta sembra funzionare, ma in pratica?

Io intuisco che funzionerà, anche se ancora non so immaginarmi come. ma forse tocca proprio a noi fotografi inventare modelli che funzionino. E, con l’augurio di riuscirci, e di riuscire, chiunque, a trovare il modello funzionante, auguro un grande 2010 a tutti.

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Una storiella di giornalismo italiano

E’ molto toccante leggere lettere come quella di Celli, pubblicata su Repubblica qualche giorno fa, in cui l’ex direttore Rai invita il figlio ad andare via da un paese ingessato in logiche di precariato, nepotismo, clientelismo. Ed è ancora più toccante vedere queste cose in fase di realizzazione, in diretta. Vediamo cosa succede, per esempio, a un giovane giornalista freelance che cerchi di pubblicare con un grosso quotidiano italiano. Niente nomi, ovviamente: il giovane freelance non sono io, è un mio caro amico con cui sto lavorando spesso, e dare eccessiva pubblicità alla vicenda potrebbe non piacergli.

Antefatto: esce una notizia importante, che potrebbe finire in cronaca nazionale. In Italia ancora non è stata pubblicata, e il mio amico (che chiameremo Domenico LoSciuto) chiama la redazione del Grande Quotidiano (che chiameremo Controvoce) per proporre il pezzo. Gli rispondono che si, si può fare, ma deve parlare con un giornalista che si occupa di solito di quelle cose. Domenico chiama, e si mettono d’accordo per scrivere il pezzo a quattro mani: l’articolo di Domenico sarà una parte di quello, di più ampio respiro, che sta scrivendo il Grande Giornalista di Controvoce.

Ok. LoSciuto parte a scrivere con l’energia che è abituale in questi casi. Il pezzo è bello, il tema è quello che preferisce, e, tanto per cambiare, riesce a trovare un gran bell’attacco (se c’è una cosa che ammiro di Domenico, è la sua capacità di trovare attacchi mozzafiato, e di mantenere le promesse nel resto del pezzo).  Spedisce il pezzo, e qualche ora dopo appare su internet. Uguali informazioni, un pò rimasticato, ma si capisce che il pezzo è quello. L’unica cosa che non va, è la firma: c’è solo quella del Grande Giornalista, di quella di Domenico neanche l’ombra.

Domenico incassa, ma non si dispera: in fondo, di internet non gliene frega niente, è sul cartaceo che vuole che le cose siano in ordine. Chiama il Grande Giornalista, che attribuisce la colpa del refuso ai tecnici del sito, e che promette che l’indomani, su carta, le cose saranno in ordine.

E vediamolo, ‘sto maledetto giornale: due articoli, uno a doppia firma, come promesso, che introduce la storia. L’altro, di approfondimento, in cui l’attacco è uguale, esattamente uguale, a quello di Domenico. Ma la firma, ancora una volta, è solo per il Grande Giornalista. Nessuna traccia di chi quell’attacco l’ha materialmente scritto, e di chi ha passato quelle informazioni. Un contentino per Domenico, come se già solo vedere la propria firma su Controvoce fosse di per sé un regalo. Dimenticandosi che lui per quel pezzo ci ha lavorato, e che si aspetta non solo di essere pagato (cosa che, sempre più spesso, nel giornalismo italiano sembra diventare un optional), ma di avere il proprio lavoro riconosciuto.

E la cosa più brutta è la frustrazione. Adesso non è che Domenico può mettersi a fare casino nella redazione di Controvoce, perché lui comunque ha bisogno di questo contatto, se vuole continuare a lavorare. Trattasi di tipico caso in cui qualcuno che ha una posizione di potere ne approfitta per lavorare di meno, e sfruttare il lavoro altrui senza rendergliene neanche i meriti.

Congratulazioni. Congratulazioni a giornalisti che, scrivendo di certi argomenti, vengono presi per eroi da chi li legge, e che poi si comportano nel più corporativo e mediocre dei modi. E congratulazioni a Controvoce, a cui piace dipingersi come la voce di chi resiste, e che poi è esattamente parte di questo sistema che fa finta di criticare. Benvenuti in Italia.

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