Cose offensive

Ghost+Perv+Shower

Da un po’ di tempo quando si parla di libertà di espressione salta fuori una parola, veloce, velocissima. Offesa incombe su qualsiasi dibattito come un monitodinapolitano per chiunque si dedichi a pensare, per professione o per hobby, a temi che coinvolgono minoranze, religioni, gruppi che reclamano diritti e chiunque in passato sia stato vittima di una discriminazione. Attento, non devi offendere. Attento, chi offende è spedito dalla parte del torto senza citazione di Brecht. Oppure si arriva al punto surreale in cui si può dire qualsiasi assurdità purché non si sia offensivi. Dobbiamo chiederci se questa attenzione a non offendere gli altri sia così utile, o se non faccia più danno che bene alla libertà di espressione. Continua a leggere

Più veloce della luce

Ormai la notizia è circolata: un esperimento congiunto tra il Cern e i laboratori nazionali del Gran Sasso, dell’Infn, avrebbe scoperto che alcune particelle, i neutrini, si muoverebbero a velocità prossime a quelle della luce. Il rivelatore di velocità è l’esperimento OPERA, al Gran Sasso, un apparato di tante pellicole fotografiche che vengono impressionate dai neutrini generati al Cern. L’esperimento ovviamente deve essere ripetuto e verificato da altri laboratori.  Apprezzo molto il tono di cauta apertura dei miei commentatori scientifici preferiti, Marco Cattaneo e Amedeo Balbi, sulla questione.

Se non altro, contrariamente ad altri annunci roboanti di scoperte scientifiche, questo annuncio è stato fatto come si deve, avvisando prima la comunità scientifica, e pubblicando un paper in cui vengono pubblicati i dati. Ora vediamo che esito daranno le verifiche incrociate. Fa molto piacere, comunque, che istituzioni italiane come l’Infn, con cui sono stato in contatto più volte (QUI e QUI le gallerie delle mie visite ai laboratori di Frascati e a quelli di Catania), anche per ricerche connesse ai neutrini, e di cui conosco l’enorme valore, siano al centro di notizie e cambiamenti così importanti. Come ho detto più volte, è bellissimo vivere questi tempi, se si sceglie il giusto punto di osservazione. E le ricerche scientifiche sono sicuramente uno di quei punti di osservazione privilegiati.

Per questo mi dispiace, poi, vedere come ci si perda nei dettagli. Da questa mattina sto cercando un giornale, una rivista on line, un blog, che abbia foto fresche dell’esperimento Opera, o in generale dei laboratori del Gran Sasso. Non ce ne sono; a dire il vero – ma sono sempre disposto ad accogliere una smentita – non ho proprio trovato foto dei laboratori del Gran Sasso. In questo momento la rappresentazione visiva di quello che è successo al Gran Sasso è affidata solo a interpretazioni grafico/artistiche, o, peggio, a foto che non c’entrano nulla non dico con i laboratori in questione, ma proprio con la fisica nucleare.

E non è sicuramente un caso. L’accesso di fotografi ai Laboratori del Gran Sasso è da tempo limitato a servizi commissionati. In altre parole, o sei inviato da una testata, che ha già in mente un servizio da realizzare sui laboratori, oppure non entri. Non si lavora per l’archivio – cosa che, per inciso, ho personalmente tentato di fare ai laboratori del Gran Sasso, per conto della mia agenzia. Questa cosa che può anche essere condivisibile: un amico fisico che un pò conosce l’ambiente, mi diceva che tra politici, giudici ed ecologisti i laboratori del Gran Sasso hanno avuto qualche grattacapo, e quindi ci vanno cauti con i contatti con la stampa. Però, la contropartita è che quando tutti dovrebbero parlare – soprattutto – del Gran Sasso, parlano del Cern. E mettono immagini del Cern. A leggere i giornali di stamattina pare che tutto, in queste ore, ruoti intorno al Cern, e questo mi sembra ingiusto nei confronti dei laboratori del Gran Sasso. Ma è il risultato che si ottiene quando si fa fare tutto ai giornali: al momento giusto, tutti si rivolgeranno alle agenzie, le quali non hanno immagini fresche dei laboratori. E se aspettiamo che i giornali italiani, in questo momento, commissionino a qualcuno una visita a un laboratorio, stiamo freschi.

Il risultato è che si avrà informazione incompleta, distorta o poco solida, e che si è persa un’occasione per farne di buona. Perché certo, si possono alzare le spalle, e prendersela con la sciatteria (indubbia) dei giornalisti nostrani quando si occupano di scienza, se invece di una foto di Opera viene pubblicata la foto di un laboratorio x, o proprio di un luogo che non c’entra niente con la fisica. O, in alternativa, si può pensare che una foto vale l’altra, e che il pubblico tanto non capirebbe la differenza. Belle foglie di fico, che coprono il fatto che nessuno potrà vedere com’è fatto, esattamente, questo maledetto rivelatore. O potrà vederlo in foto fatte anni fa, che poi è la stessa cosa. I risultati del controllo delle informazioni, sono anche questi. Adesso speriamo che questo venga capito.

Canale di Sicilia

Qualche aggiornamento su ciò che succede nel Canale di Sicilia, in attesa che “Segno” pubblichi il nuovo numero in edicola, e quindi di poter pubblicare su questo blog l’articolo Un canale, due modelli che ho scritto proprio sull’assalto petrolifero al Canale.

Negli ultimi giorni si sono succedute diverse notizie, che riguardano il petrolio nel Canale di Sicilia. Una buona sintesi è data da questo articolo, oltre che dagli Echi di stampa di Guido Picchetti, un instancabile lottatore per i diritti del mare. Dal maggio 2010, società sconosciute e dalla consistenza ambigua (capitali sociali risibili, sostanziale impossibilità di rintracciare i responsabili) stanno inondando i comuni siciliani di richieste di permessi di prospezione ed estrazione petrolifera. In un caso, sono stato osservatore diretto delle modalità con cui i permessi venivano richiesti. Ricordavano molto i modi della burocrazia degli anni ’50, che approfittava dell’ignoranza del pubblico, e della piccolezza degli uffici di destinazione, per poter poi mettere di fronte al fatto compiuto le popolazioni.

Questo succedeva nel 2010. A un certo punto, un decreto del ministero dell’ambiente vietò ricerca ed estrazione petrolifera a meno di 12 miglia dalle coste. Come se 12 miglia fossero abbastanza, in caso di incidente (no, non lo sono. Guardate qui cosa sarebbe successo se il disastro della Deep Water Horizon avesse avuto luogo nel Canale di Sicilia, con epicentro a Pantelleria). Ma neanche questo limite ha spaventato le società petrolifere, le quali ritengono conveniente estrarre il petrolio dalle profondità del Canale a causa delle basse royalties richieste dallo Stato italiano. Insomma: conviene estrarre in Sicilia, se sei un petroliere.

Le cose si fanno più divertenti quando si va a scavare un pò. Come ha scoperto il comitato Stoppa la Piattaforma, nelle osservazioni al VIA presentate al ministero, le valutazioni di impatto ambientale sono state, in più casi, scopiazzate da altri documenti, redatti per altre zone (in alcuni casi, zone del mare Adriatico), e quindi la particolarità di questa zona non è stata per niente tenuta in considerazione. Ecco perché, quindi, non si è tenuto conto di qualche piccolo particolare: il fatto che i banchi del Canale siano in realtà le pendici di un edificio vulcanico sommerso, Empedocle, di cui fa parte anche l’isola Ferdinandea; il fatto che in questa zona c’è un’importante attività di pesca, che potrebbe essere seriamente compromessa (e va bene, a me non fa tanta simpatia la pesca industriale di questa zona, ma non mi piacerebbe vederla spazzata via dal petrolio); il fatto che il Canale sia un’oasi di biodiversità ed una zona unica dal punto di vista geologico, non ancora pienamente studiata, come rimarcato da Greenpeace nel suo rapporto, presentato proprio in questi giorni. Tutte cosette che potrebbero mettere in allarme le popolazioni della zona, che normalmente, invece, sono bene addormentate, e pensano al proprio cortile (e mi piacerebbe, un giorno, fare una riflessione proprio su questo, su quanto le grandi imprese e i grandi capitali puntino sulla proverbiale arrendevolezza siciliana per potere fare i propri comodi).

Ma le cose più offensive che sono emerse, secondo me, sono due. La prima, è che uno dei firmatari della valutazione di impatto ambientale per il permesso petrolifero a Pantelleria è l’amministratore unico della società che ha richiesto di poter estrarre petrolio. Se la canta e se la suona, in altre parole. Per di più, questo signore, sempre secondo le osservazioni del comitato Stoppa la Piattaforma presentate al ministero, firma la valutazione di impatto ambientale come geologo, essendo stato sospeso dall’albo. Questo, se qualcuno avesse ancora dubbi sull’utilità degli ordini professionali.

La seconda cosa offensiva, se fosse confermata, sarebbe ancora più grave (o normale, a seconda dal paese in cui vivete: se all’estero, o in Italia). Secondo un articolo del Fatto, lo scarso attivismo del ministro più interessato alla faccenda, la Prestigiacomo, sarebbe dovuto agli interessi diretti della famiglia Prestigiacomo nelle estrazioni petrolifere del Canale di Sicilia. Conflitto di interessi, in altre parole.

Ancora siamo alle schermaglie, credo. Le compagnie petrolifere stanno cercando di ottenere permessi di estrazione, e stanno cercando di farlo passando sopra la testa delle persone che abitano in quella zona. E’ un modo di agire che, in verità, si vede abbastanza spesso: ci si fa schermo della burocrazia e della correttezza delle procedure, per mascherare una sostanziale fuga dal confronto pubblico. Se si dovesse arrivare a un confronto vero con la popolazione della zona, si sa che bisognerebbe indorare la pillola, mascherarla da vantaggio. Ed ecco, infatti, che si hanno le prime avvisaglie. Tempo fa, un assessore regionale se ne uscì dicendo che il petrolio potrebbe rappresentare una fonte di lavoro. Ecco la parola magica: fonte di lavoro. Quando ai siciliani viene prospettata l’immagine dell’Imprenditore di Fuori che Porta Lavoro, vanno in brodo di giuggiole, non capiscono più nulla. Con questo metodo, quello del Portare Lavoro, è stato possibile cementificare le coste dell’isola, piazzarci qualche bel petrolchimico qui e là, e lasciare la gente in condizioni di sudditanza spinta.

Un altro modo è quello di richiamarsi alla Patria. E infatti, già si sente parlare di benzina a prezzo ridotto per i siciliani, perché le royalties del petrolio siciliano devono rimanere ai siciliani. Quelle poche che si riesce ad avere. Ma, in ogni caso, la retorica del meridionale derubato funziona in modo molto potente, in questi casi.

Quello che serve, allora, è coinvolgere la popolazione in senso opposto. Mostrare i vantaggi, a lungo periodo, della salvaguardia. Non del no al petrolio, e basta. Proprio della salvaguardia della zona. Tenere in forma il mare, proteggerlo dai petrolieri ma non solo, è la scelta più sensata che si può fare sul lungo periodo. Se no, si finisce di nuovo al vecchio modello del privato che si tiene tutti gli introiti, e scarica sul pubblico, sulla comunità, tutte le perdite, economiche e non. Si chiamano esternalità, non le ho inventate io, e sanno contabilizzarle molto bene, per lasciarle fuori dai bilanci e farle pagare a qualcun altro. Ma una salvaguardia vera si può fare solo coinvolgendo il più possibile la popolazione della zona. Non si può, in nessun momento, compiere lo stesso errore di comportamento, trasformarsi in un movimento minoritario ma organizzato, e imporre scelte, per quanto in buona fede, di salvaguardia ambientale. Bisogna decidere, una volta tanto, con più democrazia, non meno. Questa è la sfida attualmente in corso in questo piccolo spicchio di mondo, e sarebbe bene che tutti gli attori coinvolti ne prendessero coscienza.

Ancora su artisti e fotografi….

Sempre a proposito del tema che ho affrontato ieri, della definizione di artisti e fotografi. Leggo da Conscientious:

A photographer might take photographs of her children to talk about her family. An artist takes photographs of her children to talk about the human condition. A photographer might take photographs of a particular region to portray it, mostly for the sake of the people living there. An artist takes photographs of a particular region to ultimately produce images of no particular region other than the one that we all share, regardless where we live. A photographer might stick to that tried, old method and produce the same photographs, using the same style, for many years. An artist will not shy away from experimentation – and the potential of astounding success, at the risk of sometimes even more astounding failure.

Sembra che, da un lato, confermi quello che sostenevo ieri: il fotografo è uno che si limita a usare una tecnica per riprodurre il reale, magari nel modo più bello possibile, ma senza dirci di più sulla natura di questo reale; l’artista fa altro, parla di sé e di noi come genere umano, ci e si mette davanti allo specchio. Ma Colberg aggiunge qualcosa di interessante, accennando al fatto che i fotografi si accontenterebbero di riprodurre uno stile collaudato, mentre gli artisti si accollerebbero più rischi creativi.

Per me questo post solleva più domande di quelle che risolve. Se essere fotografi significa padroneggiare la tecnica e ripetere un certo stile in modo pedissequo, allora in un certo qual modo sono fotografi tutti i fotoamatori armati di buona volontà, teleobiettivi esagerati e conoscenze tecniche eccellenti (migliori, a volte, di chi è un professionista – qualunque cosa questa parola voglia dire)? E se essi lo sono, come si differenziano da fotogiornalisti, fotografi di architettura o ritrattisti che si guadagnano da vivere in questo modo? Si torna da capo: basta un insieme di conoscenze tecniche e/o economiche, per essere fotografi? E quando queste conoscenze evolvono verso l’arte?

Immettere titolo qui

Come ogni mattina, scendo a prendere il giornale. Lo so, sono una specie di dinosauro, non ho ancora fatto trent’anni e già mi attacco a questo feticcio cartaceo, pieno di notizie già vecchie, e che quanto prima scomparirà a causa della crisi. Ma il giornale è ancora l’unica tecnologia che, senza bisogno di fili, collegamenti, attesa per caricare il sistema operativo, e ricerca su Google, mi dà un quadro chiaro di quello che succede in Italia e, soprattutto, nella città.

A dire il vero, la vera ragione per comprare il giornale, per ora, è questa: una serie di notizie locali, e l’agenda. Tutte cose che a cercare su internet ci sono, ma sparse nel purgatorio dei siti di livello locale. E io non ho voglia di cercare per un quarto d’ora se ci sono mostre interessanti. Mi faccio una prima idea con il cartaceo. E l’idea che mi sono fatto, questa mattina, è che c’è una certa confusione con i termini.

Prendiamo, per esempio, una mostra fotografica. Quand’è che l’autore deve essere chiamato “artista”, e quando “fotografo”? Sembra, a una osservazione empirica, che il titolo di artista valga di più di quello di fotografo: i giornalisti usano artista quando vogliono dipingere un personaggio un pò strambo che fa della Ricerca su concetti alti. Una cosa intellettuale, una specie di libro, ma fatto con le fotografie. In questo caso, l’Autore è avvicinato di più al Pittore, l’Artista per antonomasia, che crea a partire da un’idea che ha dentro di se, e la rende visibile. La fotografia come specchio, per riprendere la metafora usata da John Szarkowski nella sua mostra Mirrors and windows. Un modo per riflettere la propria identità e la propria psicologia, e scavarci dentro.

Il termine fotografo, invece, sembra essere più utilizzato con finalità alchemico/artigianali. Il fotografo è quello che, per qualche motivo, sa usare meglio della media macchine, pellicole e luci, e che combina tutti questi ingredienti per farci vedere delle cose, belle, brutte o strane. L’autore è quindi uno come noi, che non fa altro che rendere visibili delle cose che già ci sono. La fotografia usata come finestra sul mondo che ci circonda, come punto di osservazione, più o meno oggettivo, su una realtà misurabile. Anche se secondo me in ogni fotografia ci sono aspetti dell’uno e dell’altro modo di intendere il mezzo (specchio e finestra), i giornali, in quanto rappresentanti di un senso comune più largo, tendono a considerare, e nominare, come artistico e alto ciò che mette mano sulla realtà, e come artigianale ciò che si “limita” a prenderne atto.

Non che le cose siano così semplici. Mi è capitato più di una volta di sentirmi chiamare “fotografo”, e sempre per un motivo diverso. E sempre più di una volta mi è capitato che il titolo di fotografo mi fosse negato, sempre per i motivi più diversi. Ad esempio, quella volta che mi hanno proposto di partecipare a una mostra amatoriale, riservata a non professionisti. Ho fatto notare che quella clausola mi impediva di partecipare, e mi è stato risposto “perché, tu già ti senti professionista?” Ho dovuto rispondere che la maggior parte del mio tempo e delle mie risorse sono dedicate sempre a realizzare fotografie, e che i miei unici introiti arrivano da questa attività. Dunque, non so se ci si debba sentire o meno professionali, ma in quella condizione credo che si, si sia un fotografo.

Altre volte, mi si chiamava fotografo perché maneggiavo macchine più grandi della media. Altre ancora, ero un fotografo perché parlavo di fotografia e cultura dell’immagine. Insomma, ci sono delle idee un pò confuse, e non solo nei giornali. Pare che essere un fotografo dipenda, di volta in volta, dal sapere utilizzare attrezzature complicate, da un fatto economico, o dall’essere incasellati in figure professionali precise (il fotoreporter, il paparazzo, e così via). Mentre sull’essere artisti ci sono altre idee in merito, ma ho l’impressione che siano idee che tendono a escludere i motivi per cui si è fotografi. Per dire, ricordo un’intervista a Berengo Gardin in cui il maestro escludeva categoricamente di essere un artista, ma di essere un umile fotografo: i veri artisti, diceva, sono i suoi soggetti, che si sono disposti in un certo modo. Lui si è limitato a fare scattare l’otturatore.

Quand’è, allora, che ci si può definire fotografi, e quando artisti? E’ davvero così netta, la distinzione? E se lo è, per quali motivi e quali linee di demarcazione? Non sono responsabili anche i fotografi per questa confusione? Essere fotografi significa mettere insieme una serie di pratiche, economiche e tecniche, o si va anche oltre?

Ingiuste fotografie

Sono ancora impegnato a fotografare la Settimana Alfonsiana (qui un resoconto della prima giornata). Ritratti degli ospiti (ieri ho fotografato Vito Mancuso, oggi è il turno di Guglielmo Epifani) e della situazione. Fatta eccezione per le luci, neon ai vapori di sodio che mi fanno venire gli incubi da due notti, non è una situazione di per sé molto impegnativa, così posso ascoltare le conferenze, che sono organizzate come esecuzioni diverse di un unico tema centrale, tratto dalle Sacre Scritture. Così, il teologo dà il suo punto di vista, lo scrittore – giornalista un altro, il filosofo un altro ancora, e così via. Il tema di quest’anno è “chiunque teme Dio e pratica la giustizia, a qualsiasi popolo appartenga, è a lui gradito”

Purtroppo non ci sono critici d’arte o fotografici, sarei stato curioso di sentire come avrebbero interpretato il tema della giustizia tra gli uomini. Lo suggerirò agli organizzatori, per il prossimo anno. Un’idea che mi è venuta, riguardo immagini e giustizia, è che molto spesso, per farsi un’idea della situazione, e governare, le classi dirigenti hanno bisogno di immagini. Immagini che dipingano la situazione, immagini che a volte vanno interpretate, ma che diventano un importante strumento di controllo.

Sto pensando, per esempio, al contributo incredibile che la cartografia, la fotografia da satellite, l’elaborazione di dati visivi di varia provenienza danno nel movimentare risorse e potere ai giorni nostri. Immagini satellitari di una inondazione, paragoni tra le stesse foto di un’area colpita da un terremoto, fotografie di reportage, sono gli strumenti più potenti di cui i mass media di oggi dispongono per movimentare l’opinione pubblica e svolgere una funzione di decisione dell’agenda politica. In altre parole, la gestione delle immagini fisse, insieme alla parola scritta e ai video, varia il modo in cui risorse materiali e simboliche vengono allocate. Dunque, in definitiva, hanno un influsso deciso su come la giustizia viene somministrata ai governati.

Sono convinto che le immagini fisse abbiano molto più potere, in questo senso, e che lo abbiano acquisito soprattutto negli ultimi anni. Ma, come sempre, c’è il rovescio della medaglia. Se è vero (e penso lo sia) che un’immagine fotografica, in quanto tale, ha sempre un grado di menzogna al suo interno, allora tale menzogna può essere utilizzata per praticare e incoraggiare le ingiustizie. Mostrare cose che non avvengono, o tacere cose che invece avvengono. Per tornare all’esempio delle immagini satellitari, le foto possono mostrare la distruzione, ma non le cause profonde di quella distruzione. Ed è un meccanismo che chi comanda conosce benissimo, saturando tutti i canali di comunicazione con immagini, quando succede qualcosa di controverso. In questo modo, abbiamo l’illusione di sapere ed essere informati; ma lasciamo passare sostanzialmente intatte tutte le ingiustizie che sono connesse al fatto controverso.

Per esempio, le foto di Abu Graib hanno contribuito a svelare e a porre rimedio ad una situazione di palese ingiustizia, in cui carcerati erano torturati e seviziati. Il giusto scandalo, le scuse dell’amministrazione americana, il dibattito sul trattamento equo dei prigionieri, hanno sempre però evitato accuratamente una domanda fondamentale: era giusto, o meno, che gli statunitensi fossero lì in Iraq? Ok: domanda che veniva posta in altre sedi e occasioni; e a cui non si poteva dare risposta in modo secco. Ma qui quello che mi preme è questo: di fronte al maggiore scoop fotogiornalistico del decennio, si aveva l’illusione che un’ ingiustizia fosse venuta a galla e punita, mentre in realtà ne passava sotto silenzio una ancora maggiore.

Come sempre, quindi, bisogna contestualizzare le immagini, e chiedersi chi le abbia prodotte e con quale scopo. La scuola del reportage fotografico si basa su un vecchio, nobile assunto, che vorrebbe il fotoreporter impegnato a scovare e mostrare le ingiustizie del mondo. Questo assunto non ha per niente perso valore, anzi, è più attuale che mai. Ma si deve tenere presente che le immagini di reportage potrebbero essere usate per perpetrare altre ingiustizie, più subdole, o per tacerne altre, o ancora per narcotizzare chi potrebbe chiedere conto di quelle ingiustizie. La fotografia non è mai giusta, o ingiusta, di per sé. Lo diventa.

Settimana Alfonsiana

Da oggi, e per tutta la settimana, sarò a Palermo, per fotografare lo svolgimento della Settimana Alfonsiana. Si tratta di una serie di incontri con personalità del mondo della cultura, della filosofia, del mondo accademico e religioso, ispirati da un tema tratto dalla Bibbia, che poi viene esaminato dal punto di vista di ciascun relatore. Quest’anno, tra gli altri, ci saranno Laura Boldrini, portavoce dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Vito Mancuso, Massimo Cacciari, Guglielmo Epifani. Il programma completo si può leggere qui.

Credo che, oltre a fotografare le conferenze e il pubblico, cercherò di ottenere un ritratto ambientato per ciascuno degli ospiti. Mi porto un’attrezzatura minima (un flash, stativo, ombrello, concentratore, gelatine), e bel pò di inventiva. D’altronde, il luogo in cui si svolgono tutti gli incontri è un convento: una miniera inesauribile di buoni luoghi per fotografare.

Le conferenze, per chi volesse venire, si tengono alle 17 di ogni giorno, fino a venerdì, in Via Badia, nella sede dei Padri Redentoristi, nella zona di Uditore.

Ancora un po’ di fanta….

Nell’ultimo post parlavo di fotografia e fantascienza, chiedendomi come mai non ci fosse una produzione di fotografie fantascientifiche. Cinema e illustrazione, da sempre, ci fanno vedere ciò che è impossibile vedere.

La fotografia, quando si occupa di scienza e fantascienza, sembra invece mostrarci la via più semplice per capire cose complicate. Ma ammetto che detto così non sembra tanto professionale. E, soprattutto, non spiega come la fotografia ci mostri questa via più semplice, con quale meccanismo comunicativo.

Se non che, leggendo il blog (autorevolissimo, interessante: una lettura obbligata per qualsiasi appassionato di fotografia) di Michele Smargiassi, trovo un post in cui, parlando della mostra di Eleonora Rossi a Lucca che ha per tema il pentimento, l’autore si occupa di un argomento che ha parecchie affinità (mi sembra) con quello che volevo dire io.

Scrive Smargiassi:

L’ebbrezza di onnipotenza che continua a fluire nelle vene della fotografia a dispetto di mille smentite ha prodotto nel corso della storia parecchi tentativi di fotografare l’invisibile, l’astratto, se non addirittura il metafisico e l’ultraterreno.

Si, decisamente si. Atteggiamento che è semplificato alla perfezione da Garcia Marquez nel suo Cent’anni di solitudine, in cui a un certo punto Josè Arcadio Buendia si mette a usare il dagherrotipo per trovare la prova scientifica dell’esistenza di Dio. E, proprio come nel romanzo, la fotografia ha sempre mostrato una certa testardaggine nel perseguire questo compito.

Fino a quando la fotografia, con mezzi più o meno costosi, può mostrare degli oggetti, è, diciamo così, al sicuro. La riproduzione di microbi, particelle, o parti dello spazio profondo, o di fenomeni della fisica (l’esplosione di una mela al passaggio di un proiettile) è ancora un’impronta, un indice, una testimonianza della compresenza fisica di oggetto fotografato e supporto fotografico. Ma con oggetti meno facili? Inconoscibile, invisibile, metafisica…. Che dire, allora, del mondo fisico che ci circonda? Come si mostra, con le immagini, una particella di materia, un’onda gravitazionale, l’energia, la teoria della relatività?

Smargiassi, a proposito del pentimento, propone una spiegazione, che faccio mia:

la fotografia, quando osa affrontare argomenti che vanno oltre il sensibile e il tangibile, non può che diventare metonimia: ovvero non può offrirci che oggetti visibili per significare concetti invisibili.

In effetti. Quello che i fotografi che si occupano di scienza e scoperte scientifiche fanno, quando devono far vedere un concetto che va oltre il tangibile, non è altro che usare la parte per il tutto. Per esempio, Louie Psihoyos, quando deve mostrare una cosa come il sovraccarico di informazioni, la ridondanza e l’eccesso di materiale informativo nella nostra società, si serve di un mezzo – gli schermi televisivi – per significare quello che i Living Colour chiamavano Information Overload in una bellissima canzone.

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Ma, a ben pensarci, c’è un genere particolare della fotografia che fa sempre uso della metonimia: il reportage. Che non fa altro che selezionare pezzi di un continuum, che è la realtà, per rappresentarla. In questo caso, però, ad essere diversa è la finalità: non mostrare l’invisibile, ma riassumere un sistema – la realtà – che non si può osservare nella sua totalità senza mettere in opera una selezione, un taglio. Il che ci porta a discorsi sulla conoscibilità del reale, o sul disordine cui naturalmente tende il mondo. Disordine che la fotografia ha sempre cercato di contrastare, con i suoi strumenti: inquadratura, messa a fuoco, tempo dello scatto, luce. Tutti mezzi con cui selezionare qualcosa e lasciarne altre fuori, ridurre il rumore, trovare un codice. Di nuovo, il senso di onnipotenza. Se non altro, quando qualcuno mi dirà di sistemare quel macello sulla scrivania, potrò farmi trovare con la fotocamera montata sul cavalletto, e sostenere che sto mettendo ordine. Chissà se sarò credibile.

Fanta che? Vuoi della fantascienza da bere?

Essendo di estrazione un pò nerd, lo ammetto, mi piace da matti la fantascienza. Preferisco di gran lunga leggerla che guardarla su uno schermo, visto che molto spesso i film di fantascienza sono delle ciofeche inguardabili. Ma i bei film di fantascienza sono belli davvero. Non bisogna dimenticare che IL film, imprescindibile, è 2001: odissea nello spazio.

Navigando, ieri, mi è capitato di finire, per due volte, sul sito di Douglas Trumbull. Personaggio di cui, lo ammetto, non sapevo nulla, prima di guardare la pagina su Wikipedia, ma che in un attimo mi è diventato familiare: regista e produttore, ha realizzato gli effetti speciali di filmetti come Blade Runner, Incontri Ravvicinati del Terzo tipo, Star Trek e lo stesso 2001. Uno che la definizione di “effetti speciali” l’ha inventata, così come la conosciamo oggi. Ed è interessantissimo vedere i video in cui Trumbull svela i metodi, tutti analogici, con cui ha realizzato scene rimaste impresse a generazioni di spettatori. Non posso fare a meno di pensare a una qualsiasi città futura come se fosse uscita da Blade Runner, per esempio, con il clima impazzito, le industrie che divorano risorse, luce, spazio, che ne segnano il profilo de – umanizzato. Mondi forgiati nell’acciaio….

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La fantascienza, da sempre, ha, tra gli innumerevoli compiti che si è data, quello di farci vedere, letteralmente vedere, il mondo del futuro, come sarà, come potrebbe essere, e, forse, come già è, in versione estremizzata. E, dato che deve far – vedere, il ruolo del cinema, e dell’immagine, è sempre stato fondamentale nella fantascienza. Mi vengono in mente diverse sequenze, in cui il centro dell’inquadratura è l’occhio. Ma, ancora di più, mi viene in mente tutta una sottocultura di locandine, poster e copertine di libri che, di fatto, hanno segnato l’iconografia del genere, dagli anni ’40 in poi. Per esempio, in Italia, i libri di Urania sono sempre stati inconfondibili per il design delle copertine:

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Negli anni ’90 passarono a design più futuristici. In fondo, il cyberpunk iniziava a consolidarsi, “fantascienza” in quegli anni significava di più lunghi viaggi in freddissimi circuiti e reti telematiche, e anche la grafica cercava di adeguarsi, cercando di imitare questa freddezza cibernetica:

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Urania è sicuramente un punto di riferimento, anche visivo, per chi abbia seguito la fantascienza in Italia. Ma bisogna dire che anche altre case editrici hanno saputo darsi uno stile di riferimento. Per amor di brevità, ricordo solo i tipi di Fanucci, che stanno ripubblicando tutta l’opera di Philip K. Dick,  che hanno creato uno stile molto più minimale e iconico, rispetto a quello di Urania, ma che è efficacissimo, secondo me, nell’evocare atmosfere futuristiche piazzando l’essenziale nella copertina.

E la fotografia? Qui il discorso si fa interessante. Non credo esista settore editoriale, o grafico, in cui la fotografia venga usata meno, che nel settore della fantascienza. Si, ok: c’è tutta una produzione di fotografie, nate per scopi scientifici, che vengono rielaborate e usate come copertina. Penso a immagini di pianeti, galassie, e ai capolavori prodotti da Hubble, su cui bisognerebbe fare mostre su mostre. Ma, che io sappia, non esiste una produzione di foto fantascientifiche, propriamente dette, che interpretino la copertina di un libro, o la locandina di un film, con i mezzi propri dell’immagine fotografica.  Forse perché nel momento stesso in cui una scoperta, un’invenzione, una teoria scientifica, vengono fotografate, diventano meno fantascientifiche, più parte del reale. In fondo, la fotografia ha sempre avuto il ruolo di testimoniare la realtà; e questo potrebbe essere una delle dimostrazioni più lampanti.

Ho sempre pensato che fotografi di scienza come Peter Menzel, Louie Psihoyos e George Steinmetz, tra gli altri, hanno un certo tocco fantascientifico. Il che credo che sia dato dalla capacità di interpretare, in modo iconico e con gli strumenti della fotografia, importanti intuizioni della ricerca e della filosofia. Il compito del fotografo di (fanta)scienza quindi sarebbe fare vedere il difficile da capire, più che fare vedere l’impossibile da vedere. In questo, probabilmente, la fotografia si distanzia sia dal cinema, a cui da sempre abbiamo chiesto di rendere visibile l’impossibile da vedere, che dall’illustrazione, che può mostrare tutto ciò che gli occhi, probabilmente, non vedranno mai. La fotografia, quando si occupa di illustrare la scienza, lo fa per mostrare ciò che già esiste, ma che ancora non è stato capito (ovviamente non sto parlando di fotografia scientifica propriamente detta, dove la fotografia viene usata come strumento oggettivo di conoscenza. Anche se, a pensarci bene, anche quando la fotografia diventa più simbolica e interpretativa, lo fa per diventare un oggetto di conoscenza: per mostrare la scienza anche a chi non è un addetto ai lavori).

Discorso lungo, e complesso, e passibile di diverse critiche, me ne rendo conto. Ma parliamone: digitando “science fiction photography”, su google, ho trovato il progetto “Where I write: fantasy & science fiction authors in their creative spaces”, del fotografo statunitense Kyle Cassidy. Una serie di ritratti di scrittori di fantascienza ripresi nel loro studio. Idea grandiosa, ma, purtroppo, mancano i migliori: Neal Stephenson e Valerio Evangelisti. Mi toccherà rimediare.

Trovare soggetti sparsi

Una delle cose più difficili che trovo fare, da quando ho iniziato a fare questo lavoro, è individuare soggetti di cui occuparmi. A dire il vero, era una cosa difficile già prima, quando mi divertivo a scribacchiare storielle, e quando lavoravo in una radio locale di Bologna durante l’università (ah! bei tempi).

Trovare un argomento di cui parlare, una storia da raccontare con le parole o le immagini, non è mai stata una cosa facile; e non devo essere il solo a trovarmi in difficoltà, se nei corsi  di giornalismo di tutto il mondo una delle prime cose che vengono affrontate, è proprio cos’è la notizia e come si trova. (con scarsi risultati globali, devo dire). Io di solito sto lì a cercare, navigare su internet, leggere libri, parlare con le persone, sempre pronto a cogliere un’idea, a capire se ci sono cose che posso seguire e fotografare. Faccio i compiti per casa: mi dedico ad attività creative e rilassanti, in cui la mia mente può vagare, leggo e faccio cose che non hanno nulla a che vedere con la fotografia, tengo un diario, vado alle mostre. E ovviamente, nonostante tutti questi tentativi di rendere sistematica la produzione di idee, quelle maledette vengono sempre fuori nei modi più impensati. Facendo due chiacchere con la nonna, guardando un noioso calendario di foto – cartolina, bevendo caffé. Anzi no, bere caffé non ha effetti sull’ idea – finding: con tutto quello che mi bevo ogni giorno, dovrei avere un paio di idee rivoluzionarie a settimana. Invece, di rivoluzionario ho solo il caratteraccio.

Ho sperimentato anche qualche tecnica, di quelle consigliate dai coach. Brain storming, visualizzazione creativa. Ma il brainstorming mi è sembrato solo un modo faticoso per tirare fuori dalla testa, in un battibaleno, un mucchio di banalità che altrimenti sarebbero emerse con lentezza. Alla fine, guardi il foglio, e valuti che le idee (che ovviamente hai scritto senza giudicare, proprio come ti hanno suggerito) fanno schifo. Appallottoli il foglio, e ricominci.

Ma prima o poi l’idea salta fuori (credo grazie a tutto il lavoro preparatorio, chiamiamolo così). Di solito, sotto forma di un argomento, più o meno grande, che vuoi affrontare. Una volta, al mio master in reportage, un tizio se ne uscì con l’idea di fare un reportage sul medioevo. Punto. Panico tra gli altri partecipanti. Misurata reazione del Prof., Sandro Iovine, che in quei momenti (e sono tanti) immagino faccia brainstorming passando in rassegna nella sua mente tutti i modi più raffinati di uccidere. Un reportage sul medioevo; ma ho sentito anche di idee di reportage sui vulcani, sulle tigri, sulla società italiana, sul problema del riscaldamento globale. La gente ha aspirazioni elevate, senza dubbi.

Ora: preparare un reportage ricorda spesso il preparare un testo argomentativo (per certi aspetti. Per altri, è più simile al poetare). Nella fase di studio e circoscrizione dell’argomento, è meglio attenersi ad una semplice regola: più ristretto il soggetto, meglio si può maneggiare. Più che “vulcani”, meglio “eruzioni notturne dello Stromboli”; più che “riscaldamento globale”, “pale eoliche a Sambuca di Sicilia”, e così via. Restringere. E, alla fine, avere un soggetto di cui si può sapere, e fotografare, una porzione grande di ciò che c’è da sapere.

Ok. Ma, una volta che abbiamo il soggettone, l’argomento della storia, abbiamo finito? Ach nein! Qui diventa ancora più difficile, mannaggia alla fotografia. Io di solito mi incaglio proprio in questa fase. Immaginare reportage è facile. Immaginare come farli, è quello che distingue un fotografo vero da…. beh, da me. Ci sono saggi, libri e interi workshop succhiasoldi dedicati all’argomento. Il consiglio su cui tutti convergono è: sezionare il soggettone in tanti piccoli pezzi, che si possano seguire singolarmente, e poi fotografarli massivamente, più volte, in modo esauriente. Questa cosa chiama in ballo diverse abilità, come il sapere visualizzare in anticipo una storia, il sapere come la si vuole raccontare, l’impostazione e altre amenità simili. Tutte cose che presuppongono una buona conoscenza del soggetto. E qui iniziano le leggende: fotografi di National Geographic che scrivono 10 parole chiave su tovaglioli di bar, altri che si appuntano cose a biro direttamente sulle mani mentre fotografano, fotografi che tengono interi schedari per tenere in ordine il filo della storia….

Devo dire che è con una certa soddisfazione che ho letto il post di Alec Soth in cui lancia il progetto “From here to there”. Soth (che in passato aveva un blog molto migliore di quello odierno, molto più divertente) spiega che un trucco che usa per fare foto è scrivere una lista di soggetti su cui è curioso, e semplicemente uscire a cercarli. Anche se poi non li trova, l’atto stesso di cercare dei soggetti lo spinge a uscire, a fotografare, a sentire cosa succede nel mondo. Credo che sia un’idea grandiosa. Anch’io voglio scrivere la mia lista di soggetti. Tipo: progresso scientifico, musicisti jazz, uomini con il cappotto, cucine degli anni ’70. (ma la soddisfazione per aver letto quel post era un’altra. Era per aver scoperto che persino i grandi fotografi devono ricorrere a del lavoro per stimolare la creatività. Non una grande scoperta, ma fa bene rinfrescarla ogni tanto. E ci mette sullo stesso piano: io sono convintissimo del fatto che, con il dovuto impegno e lavoro, tutti possiamo riuscire a fare quello che vogliamo. Magari non diventeremo Alec Soth. Ma nemmeno rimarremo dove siamo).

E’, ripeto, un bell’esercizio da fare. Ma andrebbe integrato. I soggetti che propone Soth, infatti, sono, sembrano, slegati tra loro. E allora mi viene da chiedermi: c’è, dietro questi soggetti, un soggettone più grande che li racchiude? Un reportage in cui possono entrare piloti stranamente bassi, che, con in una mano una valigia e nell’altra un bambino che dorme, parlano con guardiani di musei in cui sono esposti quadri e pitture amatoriali, ma che preferiscono andare al bar accompagnati da una pecora che guida una berlina verso la cassa. Uhm. Dovrò pensarci. Forse è qualcosa sul riscaldamento globale?

In ogni caso, quell’elenco mostra dei soggetti (apparentemente) slegati tra loro (ed una delle obiezioni che si potrebbero muovere è che sono slegati fino a che non è una fotocamera a legarli), ed è una cosa che mi piace tantissimo, visto che slega la fotografia, la fotografia di reportage e documentaria, dal doversi occupare di una storia. Esistono anche ricerche di soggetti che non devono essere per forza condotte con un macro – soggetto in mente. Esistono micro – storie. Esistono fotografie, pure e semplici, scattate per pura e semplice curiosità. Il che è, di nuovo, una cosa un pò banale da ricordare. Ma non fa male farlo. Non per me e per i miei due lettori, almeno. Io non sono il genere di fotografo che passeggia sempre con la macchina in tasca, e quando esco con l’attrezzatura, devo avere una storia, per quanto piccola, in mente. Retaggio della mia formazione, degli insegnamenti del mio maestro e delle mie letture (chi tratta meglio della scelta del soggetto, e della divisione in sottogeneri, è David Hurn di Magnum, nel suo On Being a Photographer. Credo ci sia anche un pdf gratuito in giro per la rete, ma non ne sono sicuro). Ogni tanto vorrei liberarmi di questa “costruzione”, e secondo me inquadrare la ricerca di foto come fa, in questo caso, Soth, può rendere le cose più divertenti. Una lista di soggetti totalmente random. Penso che scriverò presto la mia. Chissà come sarà contento, il Direttore.