-
Articoli recenti
Antonio Giordano Links
Blogroll
This blog in English
Tag
a random Artisti Canada cartografia Citazioni editoria Fantascienza Fotografia Fotografia Astronomica Fotografie fotografie (non mie) fotomicrografia Futuro Giornalismo humor Idee Ilva Internet Lettera Aperta Letture Life Link mostre Neruda Palermo Poesia Politica Pubblicazioni Riflessioni sarcasmo vario Saturday Poem Sciacca Film Fest Scienza Segnalazioni Sicilia The job videoArchivi
- febbraio 2012 (1)
- novembre 2011 (1)
- ottobre 2011 (5)
- settembre 2011 (9)
- agosto 2011 (1)
- luglio 2011 (3)
- giugno 2011 (1)
- maggio 2011 (1)
- febbraio 2011 (3)
- gennaio 2011 (4)
- dicembre 2010 (2)
- novembre 2010 (12)
- ottobre 2010 (15)
- settembre 2010 (9)
- agosto 2010 (6)
- luglio 2010 (6)
- giugno 2010 (5)
- marzo 2010 (1)
- febbraio 2010 (5)
- gennaio 2010 (9)
- dicembre 2009 (1)
- novembre 2009 (5)
Tag Archives: Idee
Standard
Industry best practices are not creative. Best practices are maintenance and benchmarking is linear: this leads to that, variation is less professional. The state of the art didn’t arrive by formula or recipe.
Quale audience per il fotogiornalismo?
Oggi a pranzo ho visto Gabriele, di Cesura, e Guglielmo. Sono due miei vecchi colleghi del master di reportage, e senza dubbio gli amici con cui mi piace di più parlare di fotografia, all’interno di questo mondo un pò troppo concentrato su sé stesso.
Tra gli ultimi pettegolezzi del mondo fotografico e gli aggiornamenti obbligatori (“io ho in mente questo progetto, tu che fai?”), ci siamo andati a sedere in un parchetto, a ripararci dal sole che in questi giorni sta martellando Milano, e abbiamo parlato del futuro della distribuzione fotografica. E vedo che anche Guglielmo e Gabrio, che sono quelli che su qualsiasi rivista verrebbero definiti “giovani fotografi” (con qualche ragione, anche se questo è un paese in cui si è giovani fino a 50 anni), si pongono il problema di come fare arrivare a più gente possibile le proprie foto, per uscire dal ghetto della “foto d’autore”, dei photo editor che ti pubblicano una foto come se ti stessero facendo l’elemosina, e per arrivare a un’audience veramente di massa.
Il problema sicuramente si pone. I giornali sono sempre meno letti, e si comportano, come dicevo anche in un post recente, come se avessero nostalgia di come funzionava il giornalismo 30 anni fa (chiudendo gli occhi, e facendo finta di non vedere il mondo che cambia intorno). In più, molto spesso si ha l’impressione che le belle foto rimangano confinate nei cassetti o nei musei. Audience “alta”, diciamo. Ma la perdita di lettori, e lo spostamento su internet, non viene compensato, in termini economici, dalle vendite pubblicitarie su supporto elettronico. Si cercano disperatamente nuovi modelli. Che credo (in questo sono d’accordo con Gabriele) vadano necessariamente ricercati nella distribuzione elettronica, nella donazione, nella sponsorizzazione. Si è accennato, per esempio, a Spot Us Italia: un’esperienza in fase di sperimentazione, ma a cui, personalmente, guardo con attenzione.
Il succo di tutto è: bisogna abbandonare la mentalità per cui c’è un collettore, un gatekeeper, che raccoglie le notizie (o le foto) dai produttori e li fa avere ai fruitori. Si va sempre più verso un modello da molti a molti. Le testate cartacee continueranno per un pò ad avere la loro importanza (pubblicare su NyTimes o su Guardian sarà ancora qualcosa di prestigioso); ma le grandi agenzie di distribuzione, se la vedranno ancora più brutta. Per parafrasare David Randall, il giornalismo sta benissimo e continuerà a crescere, sono i giornali che non hanno buona salute.
In tutto questo, c’è chi tenta di salvare capra e cavoli affidandosi ad un altro gatekeeper, disegnato bene: ipad, apple store e simili. Che, dicono, abbia salvato il mondo della musica. Ma non penso che, sul lungo periodo e nel mondo dell’editoria, sarà qualcosa che funzionerà: qualcuno si stancherà di avere un controllore, all’accesso, a cui bisogna cedere parte rilevante di questo profitto; e poi Google ha fatto la sua mossa sul mercato delle news. Che è una mossa fatta da chi la cultura della rete la conosce, e anche troppo bene, e che va proprio nella direzione di bypassare le tradizionali agenzie di distribuzione, per diventare un nuovo canale.
Dovresti fare dei video, fotografo.
E’ ufficiale: il fotografo non fa più solo fotografie, occupandosi, inoltre, di tutto quello che queste fotografie faranno per lui (dargli da mangiare, tra le tante altre cose). No: nell’era dell’ i-pad, dei contenuti interattivi sui siti, della stampa in crisi, e della totale cessione del diritto di accesso al mercato, e dei margini di profitto, a Steve Jobs, il fotografo deve svegliarsi, fare altro. Il mercato cambia, non ci sono più soldi per i reportage o per pagare le foto, e, signore mio, dobbiamo trovare altri modi di raggiungere i lettori, e di spremere i gonzi con una macchina fotografica.
Fare un giro presso i foto editors milanesi, di questi tempi, è come ascoltare un mantra. Prima, la parte sui costi tagliati e sull’impossibilità di produrre reportage (hanno anche ragione: le politiche editoriali degli ultimi tempi potrebbero essere chiamate “Giornali: Ma perché non possiamo tornare a 30 anni fa?”. Con, in più, il sospetto che molti stiano usando la scusa della crisi per fare pulizia, e licenziare e tagliare anche quando non ce ne sarebbe bisogno). Poi, la richiesta di “personalità creative ed eclettiche” in grado di produrre foto, testo, video, e magari di portare un caffé macchiato caldo al direttore.
Non che ci sia qualcosa di male nel fotografo-videografo. Anzi, la comunicazione si è data una bella sveglia, con i contenuti audiovisivi. Guardate, per esempio, cosa combinano a Mediastorm: eccezionali. Ma ho il – ehm – sospetto che ai giornali italiani, di innovare e di catturare nuovi lettori con contenuti innovativi, non gliene freghi niente. A loro interessa solo tagliare le spese, e accodarsi, in modo raffazzonato e giocando di rimessa, a una tendenza che è ormai globale. E, per tagliare le spese, preferiscono ovviamente una persona che fa video e foto contemporaneamente. Magari infischiandosene della qualità finale, o del fatto che il fotografo, per alzare la qualità del lavoro, deve assumere qualcun altro (un montatore, per dire), o occuparsi di troppe cose contemporaneamente.
Ora: per quanto ci piaccia credere il contrario, e per quanto abbiano molte zone di contiguità, i mestieri di fotografo e quello di videografo sono diversi. Uno è in cerca di certe cose, uno di altre. Certo, un fotografo, soprattutto se navigato, sarà in grado di fare video di qualità dignitosa, e viceversa. Ma, ehi, è di questo allora che stiamo parlando? Di accontentarci? E se dovevamo accontentarci, perché non facevamo girare i video direttamente agli sconosciuti? Tanto già nel mondo della fotografia succede, che si pubblichino immagini di gente che il fotogiornalismo lo avrà visto si e no col binocolo, che non garantisce nessuna copertura completa dei fatti, e che insomma non lavora in modo professionale. E succede proprio per abbassare i costi. Perché non fare lo stesso con i video? (possibile risposta: in realtà già lo si fa, vedi per esempio i pregevoli video scaricati da youtube e pubblicati su testate online e telegiornali serali).
Ho sempre sentito lamentele, da parte dei fotografi, sui loro colleghi che usano la penna, e che scattano immagini con il telefonino per fare risparmiare ai giornali. E perché dovrebbe essere diverso per i videomaker, adesso? E, per di più: perché a rischiare, a tentare nuovi approcci, anche economici, e a mettersi in discussione non devono mai essere i giornali?
(grazie a Vittorio Zambardino e al suo Blog, che ho sacchegg…. ehm….. letto per trarre spunto sui mercati dell’informazione, e su come reagiscono i giornali).
What we need
“Photographers need to be problem solvers, they need to propose solutions to a roadblock, not complain about it”.
Via A Photo Editor.
Business digitali
A leggere siti, newsletters e blog che trattano di giornalismo e fotogiornalismo, uno si fa l’idea che il mondo del giornalismo stia andando a scatafascio, che tutto sia sbagliato, che i cari vecchi tempi in cui si pagavano un sacco di soldi per fare dei servizi sono finiti perché ora c’è la rete che permette la pubblicazione (quasi) gratis e che abbatte i costi.
E’ vero che la rete ha sovvertito molto questo mestiere. Ma io non ho mai creduto in chi rimpiange dei Mitici Tempi Andati che, molto spesso, sono solo delle idealizzazioni. Anzi, mi piace molto vivere in questo tempo: infinite possibilità di fare vedere a chiunque le proprie foto e i propri contenuti, infinito spazio per pubblicare, nessuna barriera…. Ok, bisogna trovare il modo di rendere economicamente sostenibile tutto ciò. Ma la verità è che anche il vecchio modello non era più sostenibile da nessuno (i giornali sono in perdita dagli anni settanta: vedi il blog di David Campbell, segnalato nel post precedente).
In rete si trovano anche gli antidoti al pensiero Bei Tempi che Non Torneranno. C’è una pattuglia di blogger, fotografi e professionisti che adoro leggere, per lo sforzo che compiono in ogni post di guardare avanti, di vedere tutte le opportunità che i nuovi mezzi di comunicazione offrono ai professionisti. Primo tra tutti, non si può non citare Vittorio Zambardino, che ha un blog, Scene Digitali, che si occupa, ad ampio raggio, della cultura di internet nel nostro paese. Quello che è interessante, è che spesso Zambardino parla di giornalismo, senza paraocchi né illusioni corporative, e senza neanche usare quell’esaltazione da scoperta – dell’ultimo – minuto che certi giornalisti hanno quando parlano di nuove tecnologie. Ci sono un mucchio di idee e prospettive su quello che la rete potrà essere, o dovrebbe essere. Non sempre sono d’accordo con lui, e questo è un motivo in più per leggerlo.
Ci sono poi diversi altri blogger, che amo leggere per le diverse prospettive che offrono. Li ho linkati qui accanto. Quelli che leggo più spesso sono A photo editor, Thoughts of a Bohemian, Strictly Business. Sono tutti blog che trattano del business della fotografia, ma che lo fanno senza nascondere la testa nella sabbia, guardandosi intorno (io ho delle riserve sulle soluzioni restrittive che Strictly Business dà alla mancanza di fondi nell’informazione digitale. Ma il solito Campbell è stato molto più bravo di me a spiegarle, nella sua serie di post sull’informazione nell’era digitale).
Una scoperta recente è Duckrabbit: due giornalisti che producono pezzi multimediali, quello che da più parti viene visto come il futuro del giornalismo on line (e a tal proposito, inizio a chiedermi: è da almeno quattro anni che sento questo mantra dello slideshow come futuro del fotogiornalismo on line. Ci credo, ci credo eccome; ma mi sembra che ancora non si voglia uscire dallo stato di sperimentazione, di “oh guarda quanto è bello e figo”. E, oltretutto, non vedo tantissimi siti di informazione, in italiano almeno, che ne fanno uso. Per il momento, da quello che vedo, si usano di più le gallerie cliccabili).
E, finale a sorpresa, un gruppo, i Nine Inch Nails, che da quando hanno abbandonato la casa discografica si sono buttati a testa bassa nel mondo 2.0: produzione e distribuzione di musica a basso o nessun costo, generazione di introiti da altre attività (concerti, merchandising, servizi on line, contenuti diversi per diversi costi), totale apertura alle nuove tecnologie e alla presenza in rete. L’ultima notizia è l’uscita di un video totalmente edito dai fans, dopo che i NIN avevano messo a disposizione i girati grezzi. I NIN non ci guadagnano, direttamente, nulla. Ma sono pronto a scommettere che tutto questo si trasformerà in pubblicità gratuita per i loro concerti e i loro dischi. Insomma: nel marasma, da cui l’industria musicale è tutt’altro che esente, c’è qualcuno che sembra aver trovato il modello giusto. Adesso bisogna tirar fuori le idee, prendere esempio e trovare il modo di applicare questo modo di lavorare al mondo della fotografia.
Come back….
E rieccomi. E’ passato un bel pò di tempo dall’ultimo post: ultimi lavori chiusi, ritorno in Italia, un pò di tempo dedicato a famiglia, ragazza, amici. Adesso è tempo di ricominciare a lavorare per un altro anno (a proposito: buon 2010 a tutti). Quest’anno cambierò vita, farò un sacco di soldi, e imparerò a fare il moonwalking come si deve.
Buoni propositi a parte, mi piace iniziare l’anno con una citazione, un link, e un augurio:
The successful visual journalist in the new media economy is therefore going to be someone who embraces the logic of the web’s ecology, using the ease of publication, distribution and circulation to construct and connect with a community of interest around their projects and their practice. (…) It won’t be easy (but when was photojournalism or documentary photography easy?), but the successful visual journalist will be someone who uses social media (in combination with the more traditional tools of books, exhibitions and portfolios) to activate partnerships with other interested parties to fund their stories, host their stories, circulate their stories, and engage with their stories. The social value of this is obvious, and this social value will be the basis for drawing economic value so the work can continue.
Parole di David Campbell, che ha un blog su politica e media che consiglio a tutti di leggere. L’idea di Campbell è potente, molto potente, e piace pensare che, finalmente, si sia trovata una via d’uscita allo stallo in cui il fotogiornalismo sta versando da un bel pò di tempo (perché che sia necessario trovare un altro modello di funzionamento, su quello non c’è dubbio). Quello che ancora mi lascia perplesso, è che pochi riescono a dare esempi concreti, e operativi, di come questa connessione con i social network dovrebbe funzionare, e di come dovrebbe incoraggiare l’economia. Insomma: sulla carta sembra funzionare, ma in pratica?
Io intuisco che funzionerà, anche se ancora non so immaginarmi come. ma forse tocca proprio a noi fotografi inventare modelli che funzionino. E, con l’augurio di riuscirci, e di riuscire, chiunque, a trovare il modello funzionante, auguro un grande 2010 a tutti.

