Antonio Giordano

Sì, beh, questa è solo, tipo, la tua opinione amico.

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Elenchi e liste

Tempo fa avevo scritto, qui, qualcosa a proposito della “caccia” a soggetti da fotografare. Avevo descritto, brevemente, il processo con cui il fotografo americano Alec Soth trova i suoi soggetti: scrive una lista di cose di cui è interessato, e l’avere una lista lo spinge ad uscire, a cercare cose da fotografare nel vasto, buio mondo.

L’avere una lista, il redigerne una, è un modo di fare ordine nel mondo, per capire bene il nostro rapporto con esso. Non è stata una sorpresa, quindi, guardare la puntata di ieri di Vieni via con Me, tutta incentrata sugli elenchi. Elenchi che esprimevano motivazioni, che dipingevano situazioni, che cercavano di mettere ordine in un mondo, quello odierno, che è sempre più vasto e confuso (e, proprio per questo, difficile da fotografare come si deve, aggiungo io). C’è tutta una sezione elenchi sul sito di Vieni via con me, in cui le persone possono proporre il proprio elenco, e si va dall’esistenziale (motivi per restare in Italia, o per andare via) al più pratico (gente che incontri in autostrada).

Degli elenchi che ho ascoltato ieri in trasmissione, però, mi ha fatto impressionato molto questo: bisogna essere veramente pieni di frustrazioni, per dire cose del genere ad uno sconosciuto, al telefono.

Aggiungerò i miei due cent, allora. Ecco l’elenco dei libri che, in questo momento, ho sul comodino, o sparsi per casa per leggerli o rileggerli:

  • “Verso Mauritius” di Patrick O’Brian
  • “Verso un’ecologia della mente” di Gregory Bateson
  • “Godel, Escher, Bach” Douglas Hopfstadter
  • “Piemonte” Josef Koudelka
  • Una monografia su David Bailey
  • “Educare lo sguardo” Roswell Angier
  • “Impero” Niall Fergusonn
  • “Io, l’Immortale” Roger Zelazny
  • “La voce delle immagini” Chiara Frugoni.

Distopia del 5 novembre

Come far passare oggi senza giocare un pò con V for Vendetta?

La data di oggi viene ricordata, nel Regno Unito, come quella della congiura delle polveri. Per come viene riassunta qui la storia, quella congiura mirava a uccidere il Re Giacomo I d’Inghilterra, e i membri del parlamento inglese, con una esplosione. La congiura fu scoperta da un soldato del Re, e l’artificiere dei congiurati, un certo Guy Fawkes, venne arrestato, torturato e impiccato. Da allora, ogni cinque novembre vengono bruciati dei pupazzi che raffigurano i congiurati, e viene cantata una filastrocca:

Remember, remember,
the fifth of November,
Gunpowder, treason and plot.
I see no reason
why Gunpowder treason
Should ever be forgot!

Questa, molto in sintesi, è la storia. Ma devo ammettere che non ne sapevo nulla prima di vedere V for Vendetta, un film che mi è piaciuto molto, e da subito. Come si saprà, il protagonista del film indossa una maschera di Guy Fawkes. V for Vendetta appartiene al filone delle distopie: storie, genericamente di fantascienza, che raccontano di società future completamente inaccettabili e mostruose. Di solito sono società che hanno molto in comune con la nostra. Seguendo un classico schema della fantascienza, le distopie estremizzano delle tendenze, sociali o scientifiche, chiaramente presenti nelle società odierne, e cercano di ipotizzare gli sviluppi futuri.

Il secolo scorso è stato molto fiorente, per la produzione di distopie, sia in letteratura, che nel cinema e nei fumetti. Alcune sono diventate famose, come 1984 di Orwell, Il Mondo Nuovo di Aldous Huxley, il Tallone di Ferro di Jack London, Arancia Meccanica e Blade Runner.

Negli ultimi anni c’è stato una declinazione particolare delle distopie. E’ evidente che cineasti e scrittori amano parlare del mondo che li circonda, ed estremizzarlo. E l’ultimo decennio ha visto una corrente particolare di distopie, di cui V for Vendetta, il film, è un esempio lampante. Ho specificato “il film” perché il fumetto ha una storia molto più articolata, e inoltre viene raccontata in un futuro realistico, ma ipotetico, in cui la società si è molto staccata da quella che noi viviamo quotidianamente. Il film, invece, ha chiari legami con gli anni che abbiamo appena trascorso, quelli della guerra al terrorismo, delle guerre in medio oriente, degli scontri di civiltà e dei diritti civili negati in nome dello stato di guerra e della necessità della nazione. Per esempio, il film sottolinea moltissimo il ruolo essenziale che ha la paura, l’induzione della paura, nell’azione dei governi. E mostra diversi segni che fanno intendere che il mondo di V for Vendetta, anche se nel futuro, è figlio diretto del nostro presente: i cappucci messi agli incarcerati; le immagini di sommosse urbane, tutte “reali”; le sequenze dei telegiornali, che urlano notizie di catastrofi drammaticamente simili a quelle che, periodicamente, siamo costretti ad ascoltare noi.

La distopia di Guy Fawkes, in altre parole, mischia reale e immaginario per dirci qualcosa su…. già, su cosa? Secondo me, su entrambe le cose: reale, E immaginario. Nel senso che ci ammonisce per qualcosa che sta succedendo nel nostro mondo reale, ma ci fa capire che la nostra battaglia è anche nell’immaginario, nel consumo quotidiano di immagini e narrazioni (che solo a volte sono puramente di informazione) che vorrebbero imporci modi di pensare del tutto fittizi. Nel portare avanti questo discorso, V for Vendetta descrive un mondo che, partendo da premesse analoghe a quello reale, è del tutto distante dall’equazione, di solito portata avanti dai governi, “più pace, più sicurezza, più tranquillità, in cambio dei vostri diritti”. In altre parole, descrive un futuro cupo, là dove i governi e i media ne descrivono uno radioso.

Ed è esattamente questo, secondo me, il tratto che unisce V for Vendetta ad altre narrazioni distopiche del decennio scorso. Il maneggiare la stessa, identica narrazione che viene usata da media e governi (definizione generica, lo so…), e cambiarla di segno. E’ un’operazione che si può ritrovare in diverse opere, e in diversi media. Tutto “Year zero” dei Nine Inch Nails racconta un futuro inquietante, in cui le peggiori tendenze fondamentaliste e fasciste degli Stati Uniti odierni hanno preso il potere, e lo usano per soffocare la libertà dei cittadini. Per raccontare questo futuro, Trent Reznor è, per così dire, uscito dal disco, ed ha inventato una narrazione condotta come una caccia al tesoro, in cui, per mesi, i fans cercavano indizi su questo fantomatico mondo di Year Zero. Era come leggere messaggi che arrivavano dal futuro prossimo, e in diversi momenti è stato proprio inquietante (tutta il racconto della campagna, e la descrizione completa del mondo di Year Zero, può essere trovata QUI). Inquietante perché spesso si faceva riferimento a fatti già successi, e quindi a volte si aveva la sensazione di non capire più in quale realtà ci si trovava. Forse è per questo che li chiamano Alternate Reality Game.

Altre distopie che hanno questo tono? Bioshock, direi. In cui, a dire il vero, le cose sono maneggiate in maniera diversa: si parte dagli anni sessanta del secolo scorso, e si va a finire in un mondo del tutto diverso da quello che ci ha raccontato la storia che studiamo. Ma, guardando bene, qual’è il mondo subacqueo in cui si svolge l’azione di Bioshock, tolta l’iconografia retrò e un pò di tecnologia strana? E’ il nostro, con la sua disgregazione sociale, con i suoi problemi psicologici e politici.

E ora, che cosa ci proporrà la fantascienza distopica in questo decennio? Io ancora segnali interessanti non ne ho visti, a meno che non vogliamo considerare Avatar una distopia. Ma non mi pare. E in ogni caso, secondo me, Avatar usa il procedimento inverso: usa la fantascienza, per analizzare il passato prossimo. Forse dal mondo del fumetto. Ho letto qualche numero di DMZ (disegnato, peraltro, dall’italiano Riccardo Burchielli) e sembra molto interessante, disegnato benissimo, per quanto, al punto in cui sono arrivato io, ancora non vedo i segni di un riflessione approfondita sul mondo odierno (ma i segnali sono molto promettenti).

Aspetto di vedere qualche bel film di fantascienza distopica, allora. In attesa che facciano un bel film su Anathem. Il quale non è una distopia (non nel senso che ho detto finora, quantomeno), ma è uno dei più bei romanzi che abbia letto negli ultimi anni.

Fanta che? Vuoi della fantascienza da bere?

Essendo di estrazione un pò nerd, lo ammetto, mi piace da matti la fantascienza. Preferisco di gran lunga leggerla che guardarla su uno schermo, visto che molto spesso i film di fantascienza sono delle ciofeche inguardabili. Ma i bei film di fantascienza sono belli davvero. Non bisogna dimenticare che IL film, imprescindibile, è 2001: odissea nello spazio.

Navigando, ieri, mi è capitato di finire, per due volte, sul sito di Douglas Trumbull. Personaggio di cui, lo ammetto, non sapevo nulla, prima di guardare la pagina su Wikipedia, ma che in un attimo mi è diventato familiare: regista e produttore, ha realizzato gli effetti speciali di filmetti come Blade Runner, Incontri Ravvicinati del Terzo tipo, Star Trek e lo stesso 2001. Uno che la definizione di “effetti speciali” l’ha inventata, così come la conosciamo oggi. Ed è interessantissimo vedere i video in cui Trumbull svela i metodi, tutti analogici, con cui ha realizzato scene rimaste impresse a generazioni di spettatori. Non posso fare a meno di pensare a una qualsiasi città futura come se fosse uscita da Blade Runner, per esempio, con il clima impazzito, le industrie che divorano risorse, luce, spazio, che ne segnano il profilo de – umanizzato. Mondi forgiati nell’acciaio….

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La fantascienza, da sempre, ha, tra gli innumerevoli compiti che si è data, quello di farci vedere, letteralmente vedere, il mondo del futuro, come sarà, come potrebbe essere, e, forse, come già è, in versione estremizzata. E, dato che deve far – vedere, il ruolo del cinema, e dell’immagine, è sempre stato fondamentale nella fantascienza. Mi vengono in mente diverse sequenze, in cui il centro dell’inquadratura è l’occhio. Ma, ancora di più, mi viene in mente tutta una sottocultura di locandine, poster e copertine di libri che, di fatto, hanno segnato l’iconografia del genere, dagli anni ’40 in poi. Per esempio, in Italia, i libri di Urania sono sempre stati inconfondibili per il design delle copertine:

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Negli anni ’90 passarono a design più futuristici. In fondo, il cyberpunk iniziava a consolidarsi, “fantascienza” in quegli anni significava di più lunghi viaggi in freddissimi circuiti e reti telematiche, e anche la grafica cercava di adeguarsi, cercando di imitare questa freddezza cibernetica:

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Urania è sicuramente un punto di riferimento, anche visivo, per chi abbia seguito la fantascienza in Italia. Ma bisogna dire che anche altre case editrici hanno saputo darsi uno stile di riferimento. Per amor di brevità, ricordo solo i tipi di Fanucci, che stanno ripubblicando tutta l’opera di Philip K. Dick,  che hanno creato uno stile molto più minimale e iconico, rispetto a quello di Urania, ma che è efficacissimo, secondo me, nell’evocare atmosfere futuristiche piazzando l’essenziale nella copertina.

E la fotografia? Qui il discorso si fa interessante. Non credo esista settore editoriale, o grafico, in cui la fotografia venga usata meno, che nel settore della fantascienza. Si, ok: c’è tutta una produzione di fotografie, nate per scopi scientifici, che vengono rielaborate e usate come copertina. Penso a immagini di pianeti, galassie, e ai capolavori prodotti da Hubble, su cui bisognerebbe fare mostre su mostre. Ma, che io sappia, non esiste una produzione di foto fantascientifiche, propriamente dette, che interpretino la copertina di un libro, o la locandina di un film, con i mezzi propri dell’immagine fotografica.  Forse perché nel momento stesso in cui una scoperta, un’invenzione, una teoria scientifica, vengono fotografate, diventano meno fantascientifiche, più parte del reale. In fondo, la fotografia ha sempre avuto il ruolo di testimoniare la realtà; e questo potrebbe essere una delle dimostrazioni più lampanti.

Ho sempre pensato che fotografi di scienza come Peter Menzel, Louie Psihoyos e George Steinmetz, tra gli altri, hanno un certo tocco fantascientifico. Il che credo che sia dato dalla capacità di interpretare, in modo iconico e con gli strumenti della fotografia, importanti intuizioni della ricerca e della filosofia. Il compito del fotografo di (fanta)scienza quindi sarebbe fare vedere il difficile da capire, più che fare vedere l’impossibile da vedere. In questo, probabilmente, la fotografia si distanzia sia dal cinema, a cui da sempre abbiamo chiesto di rendere visibile l’impossibile da vedere, che dall’illustrazione, che può mostrare tutto ciò che gli occhi, probabilmente, non vedranno mai. La fotografia, quando si occupa di illustrare la scienza, lo fa per mostrare ciò che già esiste, ma che ancora non è stato capito (ovviamente non sto parlando di fotografia scientifica propriamente detta, dove la fotografia viene usata come strumento oggettivo di conoscenza. Anche se, a pensarci bene, anche quando la fotografia diventa più simbolica e interpretativa, lo fa per diventare un oggetto di conoscenza: per mostrare la scienza anche a chi non è un addetto ai lavori).

Discorso lungo, e complesso, e passibile di diverse critiche, me ne rendo conto. Ma parliamone: digitando “science fiction photography”, su google, ho trovato il progetto “Where I write: fantasy & science fiction authors in their creative spaces”, del fotografo statunitense Kyle Cassidy. Una serie di ritratti di scrittori di fantascienza ripresi nel loro studio. Idea grandiosa, ma, purtroppo, mancano i migliori: Neal Stephenson e Valerio Evangelisti. Mi toccherà rimediare.

Passeggia a braccetto con la poesia…..

…. con la minuscola. Nel senso che quelli che scrivono Poesia con la maiuscola, che la vogliono nei salotti, che la staccano dalla gente comune e che la seppelliscono di tonnellate di atteggiamenti e parole e comportamenti da gruppo iniziato, beh, avrebbero proprio scassato. A me la poesia piace così, per strada, tenuta in tasca in fogli sgualciti e pronta alla bisogna, a una bevuta, a un angolo di città o semplicemente a uno sconosciuto, utilizzata e passata di mano, lasciata lì e ripresa da qualcuno.

Mi piace la poesia di Howpedestrian. Un’idea di Katherine Leyton, poeta di Toronto, gestita interamente da lei (con, ogni tanto, delle incursioni di qualche amico), che ogni giorno scende in strada, ferma uno sconosciuto e gli fa leggere una poesia. I risultati sono dei piccoli capolavori, come i corporate haiku che vengono pubblicati in questi giorni, poesia veloce per businessmen sempre di corsa. C’è un poeta per ciascuno di noi, come dice il manifesto.

In progress…

C’è un tentativo di nevicata, questa mattina a Milano. Non una buona giornata per stare fuori, e per fortuna non ho avuto da uscire.

Mentre mi preparo per diversi progetti da realizzare da marzo in poi (è qui a Milano, di passaggio sulla via per Mosca, il G., con cui abbiamo parlato un pò di Caucaso e di possibili progetti; e poi, stavo pensando a qualcosa sugli operai, a riprendere il mio lavoro sulla Sicilia,  a un paio di cose in Francia, ad altro sulla via della realizzazione…), mi dedico a mettere ordine al mio archivio, ad aggiornare le mie letture, a mettere qualche foto sul mio sito. Da oggi è on line una nuova galleria: sono le foto del lavoro sull’accademia di liuteria Stradivari, che avevo fatto per il Globe and Mail e di cui avevo parlato QUI. Nel frattempo sto preparando un nuovo portfolio, e una nuova galleria di ritratti.

E, nel tempo libero, leggo Altai, di Wu Ming. Dei quali si può pensare quello che si vuole, ma sono dei narratori sopraffini, che riescono ad affabulare come pochi. Proprio il genere di abilità che bisognerebbe raggiungere con macchina fotografica e audio.

Business digitali

A leggere siti, newsletters e blog che trattano di giornalismo e fotogiornalismo, uno si fa l’idea che il mondo del giornalismo stia andando a scatafascio, che tutto sia sbagliato, che i cari vecchi tempi in cui si pagavano un sacco di soldi per fare dei servizi sono finiti perché ora c’è la rete che permette la pubblicazione (quasi) gratis e che abbatte i costi.

E’ vero che la rete ha sovvertito molto questo mestiere. Ma io non ho mai creduto in chi rimpiange dei Mitici Tempi Andati che, molto spesso, sono solo delle idealizzazioni. Anzi, mi piace molto vivere in questo tempo: infinite possibilità di fare vedere a chiunque le proprie foto e i propri contenuti, infinito spazio per pubblicare, nessuna barriera…. Ok, bisogna trovare il modo di rendere economicamente sostenibile tutto ciò. Ma la verità è che anche il vecchio modello non era più sostenibile da nessuno (i giornali sono in perdita dagli anni settanta: vedi il blog di David Campbell, segnalato nel post precedente).

In rete si trovano anche gli antidoti al pensiero Bei Tempi che Non Torneranno. C’è una pattuglia di blogger, fotografi e professionisti che adoro leggere, per lo sforzo che compiono in ogni post di guardare avanti, di vedere tutte le opportunità che i nuovi mezzi di comunicazione offrono ai professionisti. Primo tra tutti, non si può non citare  Vittorio Zambardino, che ha un blog, Scene Digitali, che si occupa, ad ampio raggio, della cultura di internet nel nostro paese. Quello che è interessante, è che spesso Zambardino parla di giornalismo, senza paraocchi né illusioni corporative, e senza neanche usare quell’esaltazione da scoperta – dell’ultimo – minuto che certi giornalisti hanno quando parlano di nuove tecnologie. Ci sono un mucchio di idee e prospettive su quello che la rete potrà essere, o dovrebbe essere. Non sempre sono d’accordo con lui, e questo è un motivo in più per leggerlo.

Ci sono poi diversi altri blogger, che amo leggere per le diverse prospettive che offrono. Li ho linkati qui accanto. Quelli che leggo più spesso sono A photo editor, Thoughts of a Bohemian, Strictly Business. Sono tutti blog che trattano del business della fotografia, ma che lo fanno senza nascondere la testa nella sabbia, guardandosi intorno (io ho delle riserve sulle soluzioni restrittive che Strictly Business dà alla mancanza di fondi nell’informazione digitale. Ma il solito Campbell è stato molto più bravo di me a spiegarle, nella sua serie di post sull’informazione nell’era digitale).

Una scoperta recente è Duckrabbit: due giornalisti che producono pezzi multimediali, quello che da più parti viene visto come il futuro del giornalismo on line (e a  tal proposito, inizio a chiedermi: è da almeno quattro anni che sento questo mantra dello slideshow come futuro del fotogiornalismo on line. Ci credo, ci credo eccome; ma mi sembra che ancora non si voglia uscire dallo stato di sperimentazione, di “oh guarda quanto è bello e figo”. E, oltretutto, non vedo tantissimi siti di informazione, in italiano almeno, che ne fanno uso. Per il momento, da quello che vedo, si usano di più le gallerie cliccabili).

E, finale a sorpresa, un gruppo, i Nine Inch Nails, che da quando hanno abbandonato la casa discografica si sono buttati a testa bassa nel mondo 2.0: produzione e distribuzione di musica a basso o nessun costo, generazione di introiti da altre attività (concerti, merchandising, servizi on line, contenuti diversi per diversi costi), totale apertura alle nuove tecnologie e alla presenza in rete. L’ultima notizia è l’uscita di un video totalmente edito dai fans, dopo che i NIN avevano messo a disposizione i girati grezzi. I NIN non ci guadagnano, direttamente, nulla. Ma sono pronto a scommettere che tutto questo si trasformerà in pubblicità gratuita per i loro concerti e i loro dischi. Insomma: nel marasma, da cui l’industria musicale è tutt’altro che esente, c’è qualcuno che sembra aver trovato il modello giusto. Adesso bisogna tirar fuori le idee, prendere esempio e trovare il modo di applicare questo modo di lavorare al mondo della fotografia.

Come back….

E rieccomi. E’ passato un bel pò di tempo dall’ultimo post: ultimi lavori chiusi, ritorno in Italia, un pò di tempo dedicato a famiglia, ragazza, amici. Adesso è tempo di ricominciare a lavorare per un altro anno (a proposito: buon 2010 a tutti). Quest’anno cambierò vita, farò un sacco di soldi, e imparerò a fare il moonwalking come si deve.

Buoni propositi a parte, mi piace iniziare l’anno con una citazione, un link, e un augurio:

The successful visual journalist in the new media economy is therefore going to be someone who embraces the logic of the web’s ecology, using the ease of publication, distribution and circulation to construct and connect with a community of interest around their projects and their practice. (…) It won’t be easy (but when was photojournalism or documentary photography easy?), but the successful visual journalist will be someone who uses social media (in combination with the more traditional tools of books, exhibitions and portfolios) to activate partnerships with other interested parties to fund their stories, host their stories, circulate their stories, and engage with their stories. The social value of this is obvious, and this social value will be the basis for drawing economic value so the work can continue.

Parole di David Campbell, che ha un blog su politica e media che consiglio a tutti di leggere. L’idea di Campbell è potente, molto potente, e piace pensare che, finalmente, si sia trovata una via d’uscita allo stallo in cui il fotogiornalismo sta versando da un bel pò di tempo (perché che sia necessario trovare un altro modello di funzionamento, su quello non c’è dubbio). Quello che ancora mi lascia perplesso, è che pochi riescono a dare esempi concreti, e operativi, di come questa connessione con i social network dovrebbe funzionare, e di come dovrebbe incoraggiare l’economia. Insomma: sulla carta sembra funzionare, ma in pratica?

Io intuisco che funzionerà, anche se ancora non so immaginarmi come. ma forse tocca proprio a noi fotografi inventare modelli che funzionino. E, con l’augurio di riuscirci, e di riuscire, chiunque, a trovare il modello funzionante, auguro un grande 2010 a tutti.

Day off in Toronto

Giorno piovoso, oggi, a Toronto. E, per fortuna, non è giorno di assignment (si, non sono esattamente una persona amante del maltempo, per quanto mi piaccia un sacco fotografarlo). Ma c’è sempre da fare, anche quando rimani in casa davanti al computer: edit di foto, didascalie, email per proporre foto, email in cerca di assignment, email che rifiutano assignment, postproduzione, telefonate, organizzare gli scatti di domani, e tutto ciò che fa di questo un lavoro, e non un hobby.

Nei momenti di pausa, mi piace leggere un pò di blog. Sto leggendo parecchio quelli che parlano della fotografia come business. Si, si tende a dimenticarlo, ma questo è innanzitutto un business, e come tale va trattato. In giro per la rete ci sono tantissimi blog sull’argomento. Nella sezione link, qui accanto, ho appena aggiunto quelli che mi sembrano più interessanti, freschi e meno compassati. Buona lettura.

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