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varias

E buongiorno ai miei cari, due lettori. Come sempre, mi faccio prendere dalle cose da fare e smetto di aggiornare il mio blog. Rimedio subito: mi sembra di lasciare una traccia per qualche amico che mi legge, e che non mi segue sui tanti social network in cui si passa il tempo.

Ho quasi finito di montare il video che ho girato sulla Sarmiento de Gamboa, un mese fa. Mi sono trovato a mio agio con il montaggio video, aiutato anche dal fatto che ho passato gli ultimi anni a mettere insieme storie per immagini, e qualcosa, come si usa dire, mi è rimasta. Purtroppo sono stato molto rallentato dall’arrivo di alcune videocassette, quelle del Rov che è stato mandato a tremila e rotti metri di profondità, che volevo assolutamente inserire nel montaggio finale. Adesso il video è quasi pronto: non sono convinto della musica, ne vorrei una più calma di quella che ho inserito adesso, un post-rock molto gradevole ma che, forse, è troppo rumoroso per un video che sarà mostrato durante conferenze, studi e così via.

Apriamo una parentesi. La quantità di musica libera, non protetta da copyright, che gira su internet, è gigantesca. Tanto che spesso si hanno problemi a trovare quello che si vuole. Soprattutto se, come me, si è iniziato a montare con una canzone in testa (Chromakey dreamcoat dei Boards of Canada) e non si è più riusciti a togliersela dalla testa. Ma quella non posso utilizzarla. Così, mi sono fatto il giro dei vari supermercati della musica libera, su cui i musicisti vanno a piazzare le loro canzoni. Alcune scoperte gradevolissime: il catalogo della 12rec merita decisamente un ascolto approfondito; così come quello della Comfort Stand, che purtroppo adesso non è più in attività, ma che ha mantenuto on line l’archivio, con delle chicche inarrivabili, come la compilation Wakka Chikka Wakka Chikka, tutta composta da pezzi per, ehm, film porno. Ma il bello di queste ricerche è anche finire su cose imprevedibili, come la sezione film della Warp Records, un’altra miniera di idee che nel tempo ha dato ospitalità ad Aphex Twin e Boards of Canada, e che, ho scoperto, produce anche per il cinema.

Il lato negativo è stato scoprire la sciatteria con cui tanti musicisti trattano la propria musica. Ho sentito della roba veramente indegna, su questi siti – aggregatori di musicisti in cerca di visibilità. Capisco bene che si vuole “farcela”, e che, nella fretta di essere visibili, certe cose passino inosservate. Ma la scarsa cura compositiva e in registrazione è qualcosa che si paga, e si paga molto cara, quando c’è tanta altra musica a portata di click. Detto altrimenti: la potenza di un musicista è la sua musica, che deve catturare, e non essere uguale a quella di tanti altri. Qui invece mi sembra che tanti si concentrino più sul design delle copertine e sul trovare nomi assurdi e suggestivi ai propri pezzi, che non sugli stramaledettissimi pezzi. Forse c’è la convinzione che la cura di queste minchiate sia la chiave per il successo. beh, svegliatevi: se la vostra musica fa cagare, nessuno la sceglierà, anche se avete perso un mese per disegnare quella copertina di design minimale con la foto di un divano inquadrato a metà.

A parte lo studio del panorama musicale amatoriale, in questo tempo non ho fatto molto altro. Qualche immersione subacquea, giusto per prendere pratica, dato che ancora non mi sentivo a mio agio con l’assetto e tutto il resto. Letture: una biografia dell’Ammiraglio Thomas Cochrane, e un libro sul deep diving. A giorni spero di poter fare un lavoro su una cripta di monaci, qui in Sicilia, che ancora non ho avuto il tempo per fare. Adesso ho un paio di altri giorni di montaggio, e poi posso ripartire.

Nota finale, e amara, sulla gente che ti chiede le foto che non ti ha pagato, e ti fa pure fretta per averle. Hanno esigenza, dicono. Ma la regola è sempre quella: fast, good and cheap: choose two. Se vuoi buone foto, e gratis, aspetti i miei ritagli di tempo.

A presto, dudes. Torno ad ascoltare musica scadente per un sottofondo. Mi sa che, dopo questa indigestione, andrò a comprare qualche cofanetto di musica classica, per disintossicarmi.

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Tre mesi e non sentirli

Come molti dei miei due affezionati lettori si saranno accorti, sono stato in silenzio per tre mesi. Ogni tanto mi capita: inizio ad andare in giro per qualche lavoro, poi faccio qualcos’altro, e senza accorgermene si passa dall’inverno alla primavera all’estate. Ecco qualche aggiornamento:

  • sono stato diverse volte a Bologna, per un lavoro su un laboratorio di biologia all’avanguardia. Lavoro ancora incompleto, perché la biologia studia cose piccole, e quindi bisogna trovare altri modi di rendere unica la storia;
  • il mio lavoro sul centro ricerche dell’ENEA, invece, sta girando per le redazioni italiane. Presto la galleria su questo sito (ma nel frattempo potete dare un’occhiata sul sito della mia agenzia)
  • a fine marzo ho iniziato un corso per Scuba Diver. Un altro mondo è alla nostra portata;
  • sto studiando alcune novità, sia fotografiche che, in senso lato, giornalistiche. More to happen.
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Lettera aperta/ritratti

(inizio una serie di lettere aperte a personaggi assortiti del mondo della fotografia. Senza una cadenza precisa, ma ogni tanto, quando il tempo e gli argomenti lo consentiranno, ne pubblicherò qualcuna. Comincio, oggi, con un post – citazione, che i lettori più attenti di questo blog non avranno problemi a riconoscere)

Caro soggetto a cui devo fare un ritratto,

buongiorno, sono Antonio, e sono stato incaricato di fotografarti. Come dici? Ah, non dovrei darti del tu, giusto, scusa. Ho iniziato solo perché anche Tu mi davi del tu, ma credo che avere la macchina fotografica al collo mi faccia diventare più piccoletto. Dicevo, mi hanno incaricato di farti un ritratto. Si, proprio a te, sai, sei una persona importante, sicuramente devi aver fatto qualcosa per cui altra gente vuole vedere la tua faccia, e i ritratti pittorici, mi spiace, li usano solo quelli molto ricchi, o quelli non tanto a posto con la testa, o più spesso una combinazione dei due.

Si, ovviamente, lo so che tu non vieni mai bene in foto, e che lo fai solo perché ci sei costretto, e che preferiresti non farlo. E per di più, hai lo strano sospetto che io sia qui a lucrare, ah! che indecenza! Lucrare sulla Tua Immagine…. Tranquillo, i tuoi pensieri su come appari male in fotografia sono corretti, e tutti ci sentiamo a disagio come una quindicenne, davanti all’obiettivo. Solo che tu, ovviamente, hai anche una tua teoria sulla civiltà dell’immagine in cui il controllo del proprio apparire è potere….Guardami come sono bravo mentre sorrido ammirato, e ti faccio credere che tu abbia detto qualcosa di originale. In fondo, io sono pagato anche per sentire te che mi dici le tue banalità, che accomuna il tuo ego fragile ai tanti altri che ho fotografato. E credimi: dite tutti la stessa cosa, con poche varianti. Adesso siediti, e comincia ad ignorarmi mentre ti dico come è meglio metterti, assumendo una posa che risale alle foto che ti faceva il tuo papà, con lo sguardo non puntato in macchina, e la fronte corrucciata che cerca di simulare pensosità, e una sorta di dannazione intellettuale. Sei un personaggio pubblico, uno che la gente ha interesse a conoscere, ma non hai mai pensato di poter finire di fronte ad un obiettivo. Il tuo nome stampato sui giornali ti fa piacere, ma la tua faccia ti disturba. Anzi no: nemmeno quella. Ti disturba che quella faccia, per arrivare sul giornale, debba essere fotografata da uno come me. Uno che preme i pulsanti, e solo per questa ragione pretende di avere la tua attenzione. Scusa, soggetto. Quando avrò tempo ti impegnerò in una discussione sulla semiotica, ma adesso non ho tempo. Devo lucrare sulla Tua Immagine, e dimenticarmi, per il momento, che tu mi sei debitore almeno quanto io lo sono con te, visto che la mia attenzione potrebbe rivolgersi da tutt’altra parte.

No, stai tranquillo, non durerà molto a lungo. In fondo, tu non hai tempo da perdere, no? Hai un sacco di cose da fare, di libri da studiare, di roba a cui pensare, e non puoi fermarti a perdere dieci minuti del tuo tempo preziosissimo a farti fotografare, in modo che la gente sappia chi sei tu. Io no, per me è diverso, stai tranquillo, caro soggetto: ho passato quasi trent’anni della mia vita a studiare, leggere, formarmi, specializzarmi, a fare foto, master, lauree etc. etc. al solo scopo di venire qui, e vedere la tua faccia annoiata mentre ti faccio delle foto. Stai tranquillo, io ho tanto tempo da perdere. Piuttosto, vediamo di fare in fretta, perché già qualcuno, qualcuno con qualcosa infinitamente importante da dirti, ti chiama. Poi ti pubblicheremo, e mi chiamerai per dirmi che la foto che ho mandato non ti piace, e pazienza se mi hai dato appena tre minuti dei dieci concordati e al terzo scatto già eri impaziente e ti mettevi come ti pareva: per ritrarre te non c’è bisogno di più scatti. Il Vero Fotografo è colui che sa cogliere il carattere, l’identità, la psicologia di un uomo o di una donna, e che sa farlo in appena tre scatti.

Non c’è bisogno nemmeno che usiamo tutta questa attrezzatura. Lo so che intimidisce, che la vista di un flash su uno stativo ha mandato in psicoterapia fior di intellettuali. D’altronde, se Dio ci ha dato la luce del sole, che motivo abbiamo noi di sostituirci a Lui, con queste macchinette che emanano luce? Scusami se ho pensato di poter fare del mio meglio per il Tuo ritratto, ma non avevo pensato che Tu sai già come illuminarti.

Che dire, caro Soggetto? Il tempo a nostra disposizione è già finito. Mi sarebbe piaciuto conoscerti meglio, ma lo so bene: il tempo a disposizione, gli impegni. Ci sentiamo presto. Si, certo, posso mandarti qualche scatto di questa sessione, così potrai chiedermi via mail come mai non sei venuto esattamente come volevi, e come ti sarebbe servito per quella foto che devi dare al tuo webmaster, e che avevi pensato di procurarti aggratis dal sottoscritto dopo avergli fatto perdere del tempo. Guarda, possiamo anche fare così: puoi pubblicare la foto, mettendo il mio nome, come ti sei premurato di precisare, come se mi stessi facendo un regalo. E in più, potrei mandarti le mie ultime bollette del telefono: non credo che la Vodafone si accontenterà di “c’è il mio nome sul sito di Pinco Pallo” come pagamento.

Caro Soggetto da ritrarre, lo so che sono un incontentabile, e che se fosse per me ti terrei per 23 ore a cambiare posizione e luce in modo da avere quel riflesso negli occhi. Ma ti prego: stai un attimo fermo mentre cerco di fare il mio lavoro. Poi scomparirò, amici come prima, e leggerò anche il tuo libro, guarderò i tuoi film, mi appassionerò alle tue partite.

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Impegno per impegno

I primi giorni di settembre sono dedicati (o, almeno, io li dedico) da sempre al passaggio da una fase dell’anno all’altra. Non si è più nel cuore dell’estate, con i suoi ritmi lenti, le immersioni e le paste coi ricci. E non si è ancora nella macchinetta tritacarne dell’inverno, con il suo freddo, il suo lavoro continuo. Così, uso questi giorni per ricaricarmi e prepararmi, riprendere contatto con il lavoro e tutte le cose da fare, rimettermi a leggere, a sintonizzarmi con il mondo.

(mi piace tanto, da che io ricordi, seguire il festival di Venezia in questo periodo. E non per il festival in sé, ma perché trovo che sia un bel modo di tornare a impegnare la testa, che durante l’estate è stata impegnata a pensare ad altre cose, o a non pensare e basta)

Questa estate è stata strana: mai più di due giorni fermo, sempre in giro, per la Sicilia, per i mari che la circondano, o per la mitteleuropa (a giorni pubblicherò le foto del mio viaggio automobilistico Palermo – Vienna. Medio formato in bianco e nero, maledetta la mia anima fighetta). Un sacco di caldo, e qualche foto. Anzi, parecchie foto. Tutte cose che mi hanno fatto trascurare un pò gli aspetti, chiamiamoli così, da ufficio del mio lavoro: spedire le mail, tenere gli edit aggiornati, contattare la gente, fare le telefonate, sollecitare la gente che non ti paga…. Il lato che, agli occhi di chi mi circonda, è più rassicurante: per qualche strano motivo, la gente non ti fa domande quando dici che il tuo lavoro consiste nello stare seduto a una scrivania davanti a un computer, e nell’avere una pausa pranzo.

Così, in questi giorni di settembre, che di solito la gente usa per avere delle impressioni (o, almeno, dai tempi dell’omonima canzone, è obbligatorio avere delle Impressioni di Settembre, e di condividerle. “Caro, ho come l’impressione che ‘sto pesce non sia proprio fresco”. “cara, la tua è proprio un’impressione di settembre”. E parte il giro progressive di organo Hammond), io li sto usando per rimettermi al passo. Aggiornarmi, scrivere mail e progetti, chiamare la gente per farli leggere. In teoria dovrei essere contento: lavoro otto ore al giorno, e quando mi chiama qualcuno non rispondo più “si, sono libero: faccio il fotografo”, ma “no, sono in ufficio al lavoro, vediamoci in pausa pranzo”. Che poi, l’ufficio non è altro che una stanza di casa. Eppure, mi sembra di sprecare del tempo. Si può sprecare del tempo lavorando?

A quanto pare, si. Nel senso che ci si tiene impegnati con mille cose, ma il lavoro, quello vero, quello creativo, non va avanti. Ne parlano, a zonzo per il web, un pò di blog dedicati alla creatività, e all’economia ad essa connessa. I miei preferiti: Permission to Suck (il cui Manifesto è proprio una bella lettura e fonte di ispirazione) e Lateral Action, soprattutto nel post intitolato Foolish Productivity). Tutti ruotano intorno all’idea che spesso questo tenersi occupati sia una trappola mentale. Molto spesso, l’individuo creativo deve lottare con tutta una serie di pensieri, che mi piace immaginare come tante versioni in miniatura della Bestia BugBlatta di Traal. Una bestia enorme, spaventosa e letale, ma del tutto stupida. Per eluderla, la Guida Galattica per Autostoppisti consiglia di bendarsi: la Bestia BugBlatta pensa che, se la vittima non può vederla, neanche lei può vedere la vittima, e la lascia in pace. Ecco, i pensieri bloccanti sono di questa portata: spaventosi, sembrano ineludibili e davvero insormontabili, finché non si scopre che hanno la stessa consistenza di un’asciugamano sulla testa. Uno di questi pensieri è “non ce la farò mai, è matematico” (segue alzata di spalle). Un altro è “gli altri sono in grado, io no, io non posso fare queste cose speciali” (ancora un’alzata di spalle). Un altro ancora è “il mio lavoro non mi porterà da nessuna parte” (alzata di spalle con salto carpiato). E, per finire questa carrellata (assolutamente non esaustiva: i cattivi pensieri, come parlamentari e tasse, cambiano di numero solo per crescere, mai per diminuire), “se lavoro con i ritmi che la società giudica rispettabili, nessuno mi guarderà male quando dirò che il mio lavoro è disegnare nuovi modelli di panchine per elefanti marziani” (alzata di spalle. A questo punto si è capito, suffragati dagli autorevoli studi del prof. Anacleto J. Amigdala, che questi pensieri provocano un riflesso al Gran Simpaticone del cervello, che per sottolineare la Veridicità Semantica Assoluta del concetto appena espresso, manda un impulso alle spalle. E’ un riflesso condizionato quindi! Come il canuzzo di Pavlov….).

In altre parole, cerchiamo di lavorare con quei ritmi perché la società ci ha detto che se non si tiene un orario 9-17 in una qualche attività, non si è produttivi. Ma bisogna proprio stabilire quand’è che un giornalista, un fotografo, un grafico, un designer, siano produttivi. Spedire mail, scrivere progetti, sono senz’altro strumenti essenziali di una professione. Ma si può dire che aumentino la produttività? Io dico di no. Le idee, e la loro realizzazione, avvengono in tutt’altro contesto, e questo contesto non è quello definito da Thunderbird e dal suo simpatico suono di “Inbox piena. Hai 127 messaggi da leggere. Se non li termini entro un’ora, il tuo computer regredirà a un Commodore 64″. Certo, senza tutto il lavoro di sostegno, le idee non si realizzano. Ma se tutto il tempo viene preso da quello, che cosa rimane?

Quindi: va bene il passare il tempo in ufficio a sbrigare faccende: nessun professionista che voglia definirsi tale non lo fa. Ma spesso questo lavoro tende a prendersi tutto il resto. Il che è male. Bisognerebbe trovare il tempo, l’equilibrio mentale e l’organizzazione per confinare tutto questo a un tempo definito, e passare il resto delle giornate, o della settimana, a cercare idee e a realizzarle.

La morale? Invece di continuare a scrivere mail, o di fare una noiosa selezione, ho passato il tempo scrivendo un post. E, dopo averlo scritto, mi sono reso conto di avere un’ottima scusa per mettermi a leggere Anathem senza sentirmi in colpa. Salute, dudes.

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Imprevisti…

Si, lo so: non ho continuato con gli umbrellas diaries, le mie cronache sconclusionate dello Sciacca Film Fest. Ma c’è una ragione: sono stato chiamato e, in fretta e furia, sono partito per andare a fotografare una manifestazione a Pantelleria. Da qualche tempo al largo dell’isoletta nel centro del Canale di Sicilia si trova una piattaforma per prospezioni ed estrazioni petrolifere. La cosa fa preoccupare gli abitanti di Pantelleria per diverse ragioni, alcune delle quali sono facilmente intuibili: il disastro in Louisiana è stato meno di sei mesi fa in un bacino molto più grande e aperto del Mediterraneo; la piattaforma nel Canale di Sicilia è arrivata in gran silenzio, in punta di piedi, senza avvisare nessuno, come se volessero fare le cose di nascosto; e per di più, in questo periodo pare che le compagnie petrolifere si siano scatenate a chiedere permessi di ricerca ed estrazione in tutto il mediterraneo, soprattutto dalle parti della Sicilia (vedi il caso emblematico di Sciacca, dove una società con capitale sociale particolarmente nullo stava per accaparrarsi un permesso di ricerca in una zona sensibilissima, ad alta sismicità e con un patrimonio, naturale ed economico, da proteggere).

Ci sono diverse ragioni per non stare tranquilli, per fare sentire la propria voce. E io, che un pò sto seguendo questa storia dall’inizio, mi sono aggregato alla spedizione. In sovrappiù, mi sono fatto portare proprio dalle parti della piattaforma, per fotografarla.

Quello che mi ha fatto più impressione è la sua grandezza. Sembrava una enorme zanzarona, immobile nel mare un pò mosso. Fotografarla non è stato facile, perché, a parte la detestatissima luce di mezzogiorno (ma è mai possibile che tutte le cose interessanti, ultimamente, sembrano accadere quando la luce è orribile?), si ballava non poco a causa del maestrale. Ma alla fine sono tornato con delle buone immagini, la fotocamera un pò impregnata di salsedine, e la soddisfazione di non essermi fatto prendere dal mal di mare neanche una volta.

Ieri mattina, invece, ho fotografato un gruppo di giovani imprenditori siciliani, che stanno lanciando sul mercato una nuova tecnologia in grado di ottimizzare la resa delle coltivazioni. Mi hanno spiegato con entusiasmo come funziona la loro tecnologia, mi hanno portato con loro a zonzo per i campi, abbiamo chiaccherato su ciò che significa rimanere in Sicilia e investire sulla propria crescita qui. E, ovviamente, ho fotografato: un pò di reportage su ciò che fanno nei campi, e ritratti, individuali e di gruppo, con la loro invenzione. Mi piace fotografare chi cerca di fare impresa e di innovare in realtà del Sud: molto spesso, sono persone che si ostinano a credere che si possa vivere in modo normale, persino nel meridione.

Purtroppo, né di Pantelleria né degli scatti di ieri mattina posso pubblicare niente: siamo in attesa di pubblicazione. Ma posterò sicuramente qualcosa.

Che mestiere strano, pazzo e imprevedibile, il mio. In tre giorni, sono passato dal Cortile Orquidea dello Sciacca Film Fest, a una barchetta che mi ha portato in mezzo al Canale di Sicilia e sotto una piattaforma petrolifera, a una motovedetta della Capitaneria (da cui ho seguito la manifestazione a Pantelleria) alla tenuta di Donnafugata per fotografare i miei giovani imprenditori. Non si può dire che non mi faccia vedere il mondo. E, credo, la sua ricchezza è proprio questa: farmi vedere il mondo.

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Snow

Sta nevicando, a Milano. Sperando che anche questa volta la nevicata non colga tutti “di sorpresa” (ma da quando in qua in una città del nord italia non ci si aspetta che nevichi?), auguro buon fine settimana a tutti!

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In progress…

C’è un tentativo di nevicata, questa mattina a Milano. Non una buona giornata per stare fuori, e per fortuna non ho avuto da uscire.

Mentre mi preparo per diversi progetti da realizzare da marzo in poi (è qui a Milano, di passaggio sulla via per Mosca, il G., con cui abbiamo parlato un pò di Caucaso e di possibili progetti; e poi, stavo pensando a qualcosa sugli operai, a riprendere il mio lavoro sulla Sicilia,  a un paio di cose in Francia, ad altro sulla via della realizzazione…), mi dedico a mettere ordine al mio archivio, ad aggiornare le mie letture, a mettere qualche foto sul mio sito. Da oggi è on line una nuova galleria: sono le foto del lavoro sull’accademia di liuteria Stradivari, che avevo fatto per il Globe and Mail e di cui avevo parlato QUI. Nel frattempo sto preparando un nuovo portfolio, e una nuova galleria di ritratti.

E, nel tempo libero, leggo Altai, di Wu Ming. Dei quali si può pensare quello che si vuole, ma sono dei narratori sopraffini, che riescono ad affabulare come pochi. Proprio il genere di abilità che bisognerebbe raggiungere con macchina fotografica e audio.

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Fumi….

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Mi fa sempre una certa impressione fotografare Milano dall’alto. In una città di pianura, il poter guardare in un modo diverso il panorama è una specie di privilegio. Specie quando questo privilegio deriva dal tuo lavoro. Qualche giorno fa, durante una di queste sessioni di scatti dall’alto, ho potuto vedere qualcosa di interessante: tutti i fumi dei riscaldamenti accesi. Mi piace come, arrampicandosi un pò, si possa avere una visione diversa di quello che ogni giorno diamo per scontato. Il combustibile per i riscaldamenti viene sputato in atmosfera. Solo che spesso, in pianura e con tutti quei palazzi, non si vede.

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Una storiella di giornalismo italiano

E’ molto toccante leggere lettere come quella di Celli, pubblicata su Repubblica qualche giorno fa, in cui l’ex direttore Rai invita il figlio ad andare via da un paese ingessato in logiche di precariato, nepotismo, clientelismo. Ed è ancora più toccante vedere queste cose in fase di realizzazione, in diretta. Vediamo cosa succede, per esempio, a un giovane giornalista freelance che cerchi di pubblicare con un grosso quotidiano italiano. Niente nomi, ovviamente: il giovane freelance non sono io, è un mio caro amico con cui sto lavorando spesso, e dare eccessiva pubblicità alla vicenda potrebbe non piacergli.

Antefatto: esce una notizia importante, che potrebbe finire in cronaca nazionale. In Italia ancora non è stata pubblicata, e il mio amico (che chiameremo Domenico LoSciuto) chiama la redazione del Grande Quotidiano (che chiameremo Controvoce) per proporre il pezzo. Gli rispondono che si, si può fare, ma deve parlare con un giornalista che si occupa di solito di quelle cose. Domenico chiama, e si mettono d’accordo per scrivere il pezzo a quattro mani: l’articolo di Domenico sarà una parte di quello, di più ampio respiro, che sta scrivendo il Grande Giornalista di Controvoce.

Ok. LoSciuto parte a scrivere con l’energia che è abituale in questi casi. Il pezzo è bello, il tema è quello che preferisce, e, tanto per cambiare, riesce a trovare un gran bell’attacco (se c’è una cosa che ammiro di Domenico, è la sua capacità di trovare attacchi mozzafiato, e di mantenere le promesse nel resto del pezzo).  Spedisce il pezzo, e qualche ora dopo appare su internet. Uguali informazioni, un pò rimasticato, ma si capisce che il pezzo è quello. L’unica cosa che non va, è la firma: c’è solo quella del Grande Giornalista, di quella di Domenico neanche l’ombra.

Domenico incassa, ma non si dispera: in fondo, di internet non gliene frega niente, è sul cartaceo che vuole che le cose siano in ordine. Chiama il Grande Giornalista, che attribuisce la colpa del refuso ai tecnici del sito, e che promette che l’indomani, su carta, le cose saranno in ordine.

E vediamolo, ‘sto maledetto giornale: due articoli, uno a doppia firma, come promesso, che introduce la storia. L’altro, di approfondimento, in cui l’attacco è uguale, esattamente uguale, a quello di Domenico. Ma la firma, ancora una volta, è solo per il Grande Giornalista. Nessuna traccia di chi quell’attacco l’ha materialmente scritto, e di chi ha passato quelle informazioni. Un contentino per Domenico, come se già solo vedere la propria firma su Controvoce fosse di per sé un regalo. Dimenticandosi che lui per quel pezzo ci ha lavorato, e che si aspetta non solo di essere pagato (cosa che, sempre più spesso, nel giornalismo italiano sembra diventare un optional), ma di avere il proprio lavoro riconosciuto.

E la cosa più brutta è la frustrazione. Adesso non è che Domenico può mettersi a fare casino nella redazione di Controvoce, perché lui comunque ha bisogno di questo contatto, se vuole continuare a lavorare. Trattasi di tipico caso in cui qualcuno che ha una posizione di potere ne approfitta per lavorare di meno, e sfruttare il lavoro altrui senza rendergliene neanche i meriti.

Congratulazioni. Congratulazioni a giornalisti che, scrivendo di certi argomenti, vengono presi per eroi da chi li legge, e che poi si comportano nel più corporativo e mediocre dei modi. E congratulazioni a Controvoce, a cui piace dipingersi come la voce di chi resiste, e che poi è esattamente parte di questo sistema che fa finta di criticare. Benvenuti in Italia.

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