Antonio Giordano

Sì, beh, questa è solo, tipo, la tua opinione amico.

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Fermo un giro

Le conseguenze, le conseguenze. Due giorni dopo il mio sparring ho un piede gonfio come un melone e sono costretto a tenere la gamba in posizione orizzontale, senza potermi muovere. Sto cercando di trarre il meglio dalla situazione (ho già iniziato a guardare su internet per qualche bel bastone da passeggio, da adattare magari alle magliette da skate), ma in generale essere costretti a stare fermi è una sensazione che possiamo equiparare a un palo nel culo. No, il palo nel culo e il bastone da passeggio non sono collegati. In più, ho questa abitudine di entrare in modalità parentesi tutte le volte che qualcosa non funziona, dunque questa mattina, anche se dovrei scrivere, finora l’ho passata guardando IFTT e pensando a come ottimizzare la mia catena di link in modo da pubblicare dappertutto e con il minimo sforzo.

A proposito. Presto farò una pagina apposita, ma questi sono i modi in cui è possibile contattarmi:

@anto_giordano (sia twitter che instagram)
antogiordano@tumblr.com
sidefist.org
a.sidefist (at) gmail.com

Penso che ora spedirò il piccolo racconto che ho scritto per Segno, e poi continuerò a lavorare a un soggetto. Da qualche parte nella giornata riprenderò la matita, ieri ho iniziato a scrivere un piccolo saggio che non so dove mi porterà, ma che mi sta chiamando da dentro il cassetto. Scoprire la verità in punta di matita, qualcuno l’ha chiamato. Poi dovrei spostarmi nel Piccolo Eremo, dove fare qualche bagno, qualche grigliata, qualche birra, qualche lettura. Qualche.

Questo è sidefist.org. Buona giornata.

Link – Cronache dal grande nulla

Un articolo che parla delle stesse cose di cui parlavo ieri mattina nelle mie trecento parole sulle vacanze. Vale la pena leggerlo, perché la dannazione che descrive è quella a cui andiamo incontro tutti, sia che lavoriamo tranquillamente, sia che apparteniamo a quella schiera sempre più folta di persone da cui la società si aspetta sbattimento e comportamento concorrenziale per accaparrarsi un posto. Quale che sia il prezzo da pagare per averlo, e quali che siano le cose a cui bisogna rinunciare.

Cronache dal Grande Nulla di Andrea Pomella.

link 29-12-2013

Questo sarà un inutile e noioso post di raccolta di link, ma è necessario. Faccio schifo a ricordarmi le cose, e volendo rifare la barra dei preferiti quando potrò rimettere le mani sul mio computer, penso sia meglio tenere nota così.

Questi sono i siti che sto guardando più spesso in questo periodo. Ho anche un feedly ma ultimamente lo consulto sempre meno, e sto cercando di non affidarmi del tutto ai social network per trovare i miei stimoli. Penso che l’utilità delle notizie stia anche nel lavoro che fai per andartele a trovare, e stare su twitter ad aspettare che qualcosa nella timeline mi faccia saltare sulla sedia mi sembra una perdita di tempo, come fare zapping alle sei del pomeriggio in cerca di tette. Voglio dire, può succedere, ma meglio andarsele a cercare dove è più facile che ci siano.

  • The Guardian. La più ovvia. Mi piace soprattutto la parte dei commenti. Anche la parte musicale è ottima. Rispetto ai giornali italiani ha un vantaggio enorme: quello di essere un vero giornale.
  • Il Post. È l’unico italiano della lista. Fa della buona informazione, non è quasi mai fazioso, ci sono anche belle curiosità miste a roba più seria, e Peanuts+Doonesbury in italiano ogni mattina. Se non conoscete Doonesbury, cfr. più sotto.
  • Opendemocracy. Pensatoio liberal. 
  • Slate. Opinioni e info, insieme. All’inizio sono stato attirato dalla mia presenza di un mio vecchio idolo giornalistico, Christopher Hitchens. Ora di Hitch si sente la mancanza, ma Slate continua a sfornare ottimi pezzi e ottima opinione. E pubblicano Doonesbury in originale. E se non sapete cosa sia Doonesbury, poveretti voi.
  • Slashdot. Notizie per nerd, senza limitarsi alle notizie stupide sui telefonini e sui nuovi computer. C’è un sacco di roba, dall’astrofisica alla crittografia, passando per i droni, la biologia e ok, ok, anche i telefonini, google e il futuro della rete. Aria da pensatoio, anche qui.
  • BoingBoing. Altro sito che colleziona notizie nerd.
  • Vice. Per quando vorrei fumare, ma mi ricordo che ho smesso da cinque anni.

Thinking images ed Edmund Clark

Da un pò di tempo leggo, e raccomando di leggere, David Campbell, intellettuale inglese che si occupa di fotografia, fotogiornalismo e nuovi scenari dell’economia digitale.

Ogni lunedì, da quattro settimane, Campbell pubblica Thinking Images, semplicemente alcune sue riflessioni su delle immagini che vede durante il corso della settimana. Mi sembra un ottimo modo di iniziare, soprattutto visto che le riflessioni sono sempre stimolanti, mai banali, e tengono sempre conto del contesto in cui le fotografie vengono lette ed inserite.

Grazie al post di oggi ho potuto scoprire, così, “Guantánamo: If the light goes out” di Edmund Clark. Progetto interessante per diverse ragioni, che Campell elenca egregiamente, e in modo molto migliore di come potrei farlo io, per cui vi invito a leggere il post direttamente sul suo sito (ed a guardare le foto di Clark: il servizio sul Guardian e la galleria su Lensculture). Di mio, aggiungerò solo che è lampante, guardando il lavoro di Clark, che un lavoro documentario di qualità non può prescindere dalla consapevolezza di quali sono gli stereotipi visivi in circolazione su di un dato soggetto, né dallo studio di un’estetica consapevole per andare oltre tali stereotipi. In altre parole, riflessione, studio, approfondimento ed estetica devono sempre essere al primo posto, quando si prepara un reportage.

Buona settimana a tutti!

Internet Creativa

Mi piace vivere questi tempi. Nonostante siano duri e difficili e il futuro sia abbastanza incerto (ma quando, esattamente, il futuro è stato certo e tranquillo?), stiamo vivendo un’epoca di cambiamenti radicali e di progresso. Un’epoca che è interessante vivere e respirare (e di cui mi piacerebbe essere l’umile testimone).

Per esempio, è di ieri la notizia secondo cui Google avrebbe inventato l’automobile automatica, che si muove da sola nel traffico, capisce quando evitare un incidente, e, immagino, suggerisce la strada migliore in base alle condizioni di traffico. Cose che si erano solo lette nei libri di fantascienza, e viste in qualche film, ora potrebbero diventare realtà nel giro di pochi anni.

Questa mattina ho ricevuto un link. E’ una presentazione di Google intitolata The Creative Internet, in cui vengono mostrati tutti i cambiamenti più interessanti nella cultura odierna (o, quantomeno, i tentativi più interessanti di cambiamento). Cambiamenti guidati da internet, o che nella rete trovano il loro sbocco. Prendetevi del tempo per fare caricare le slides (sono cariche di video e foto) ed esploratele con calma. C’è molta roba, e molto interessante a volte. Per esempio, i video di Pes, tutta la sezione sul Data Journalism, i video che uniscono Stop Motion e Light Painting, il sito BBC che rapporta le grandezze dei fatti del mondo ad altre zone geografiche (per esempio: che sarebbe successo se il disastro del golfo fosse avvenuto in mediterraneo?), il racconto – Mongoliad – che Neal Stephenson sta scrivendo con una comunità on line…..

Il mio preferito? Lo User-Generated Star Wars, Star Wars Uncut. Mi ha messo voglia di fabbricarmi una stanza – Millenium Falcon.

Se ci fossero scorciatoie, faremmo tutti i fotografi….

The photography landscape is littered with the roadkill of those who think they are entitled to success. But long-term, sustainable success — especially today — is not achieved by fancy photo tricks and online “attaboys.” It’s achieved by hard work, day in and day out.

Via Blackstar Rising.

Trovare soggetti sparsi

Una delle cose più difficili che trovo fare, da quando ho iniziato a fare questo lavoro, è individuare soggetti di cui occuparmi. A dire il vero, era una cosa difficile già prima, quando mi divertivo a scribacchiare storielle, e quando lavoravo in una radio locale di Bologna durante l’università (ah! bei tempi).

Trovare un argomento di cui parlare, una storia da raccontare con le parole o le immagini, non è mai stata una cosa facile; e non devo essere il solo a trovarmi in difficoltà, se nei corsi  di giornalismo di tutto il mondo una delle prime cose che vengono affrontate, è proprio cos’è la notizia e come si trova. (con scarsi risultati globali, devo dire). Io di solito sto lì a cercare, navigare su internet, leggere libri, parlare con le persone, sempre pronto a cogliere un’idea, a capire se ci sono cose che posso seguire e fotografare. Faccio i compiti per casa: mi dedico ad attività creative e rilassanti, in cui la mia mente può vagare, leggo e faccio cose che non hanno nulla a che vedere con la fotografia, tengo un diario, vado alle mostre. E ovviamente, nonostante tutti questi tentativi di rendere sistematica la produzione di idee, quelle maledette vengono sempre fuori nei modi più impensati. Facendo due chiacchere con la nonna, guardando un noioso calendario di foto – cartolina, bevendo caffé. Anzi no, bere caffé non ha effetti sull’ idea – finding: con tutto quello che mi bevo ogni giorno, dovrei avere un paio di idee rivoluzionarie a settimana. Invece, di rivoluzionario ho solo il caratteraccio.

Ho sperimentato anche qualche tecnica, di quelle consigliate dai coach. Brain storming, visualizzazione creativa. Ma il brainstorming mi è sembrato solo un modo faticoso per tirare fuori dalla testa, in un battibaleno, un mucchio di banalità che altrimenti sarebbero emerse con lentezza. Alla fine, guardi il foglio, e valuti che le idee (che ovviamente hai scritto senza giudicare, proprio come ti hanno suggerito) fanno schifo. Appallottoli il foglio, e ricominci.

Ma prima o poi l’idea salta fuori (credo grazie a tutto il lavoro preparatorio, chiamiamolo così). Di solito, sotto forma di un argomento, più o meno grande, che vuoi affrontare. Una volta, al mio master in reportage, un tizio se ne uscì con l’idea di fare un reportage sul medioevo. Punto. Panico tra gli altri partecipanti. Misurata reazione del Prof., Sandro Iovine, che in quei momenti (e sono tanti) immagino faccia brainstorming passando in rassegna nella sua mente tutti i modi più raffinati di uccidere. Un reportage sul medioevo; ma ho sentito anche di idee di reportage sui vulcani, sulle tigri, sulla società italiana, sul problema del riscaldamento globale. La gente ha aspirazioni elevate, senza dubbi.

Ora: preparare un reportage ricorda spesso il preparare un testo argomentativo (per certi aspetti. Per altri, è più simile al poetare). Nella fase di studio e circoscrizione dell’argomento, è meglio attenersi ad una semplice regola: più ristretto il soggetto, meglio si può maneggiare. Più che “vulcani”, meglio “eruzioni notturne dello Stromboli”; più che “riscaldamento globale”, “pale eoliche a Sambuca di Sicilia”, e così via. Restringere. E, alla fine, avere un soggetto di cui si può sapere, e fotografare, una porzione grande di ciò che c’è da sapere.

Ok. Ma, una volta che abbiamo il soggettone, l’argomento della storia, abbiamo finito? Ach nein! Qui diventa ancora più difficile, mannaggia alla fotografia. Io di solito mi incaglio proprio in questa fase. Immaginare reportage è facile. Immaginare come farli, è quello che distingue un fotografo vero da…. beh, da me. Ci sono saggi, libri e interi workshop succhiasoldi dedicati all’argomento. Il consiglio su cui tutti convergono è: sezionare il soggettone in tanti piccoli pezzi, che si possano seguire singolarmente, e poi fotografarli massivamente, più volte, in modo esauriente. Questa cosa chiama in ballo diverse abilità, come il sapere visualizzare in anticipo una storia, il sapere come la si vuole raccontare, l’impostazione e altre amenità simili. Tutte cose che presuppongono una buona conoscenza del soggetto. E qui iniziano le leggende: fotografi di National Geographic che scrivono 10 parole chiave su tovaglioli di bar, altri che si appuntano cose a biro direttamente sulle mani mentre fotografano, fotografi che tengono interi schedari per tenere in ordine il filo della storia….

Devo dire che è con una certa soddisfazione che ho letto il post di Alec Soth in cui lancia il progetto “From here to there”. Soth (che in passato aveva un blog molto migliore di quello odierno, molto più divertente) spiega che un trucco che usa per fare foto è scrivere una lista di soggetti su cui è curioso, e semplicemente uscire a cercarli. Anche se poi non li trova, l’atto stesso di cercare dei soggetti lo spinge a uscire, a fotografare, a sentire cosa succede nel mondo. Credo che sia un’idea grandiosa. Anch’io voglio scrivere la mia lista di soggetti. Tipo: progresso scientifico, musicisti jazz, uomini con il cappotto, cucine degli anni ’70. (ma la soddisfazione per aver letto quel post era un’altra. Era per aver scoperto che persino i grandi fotografi devono ricorrere a del lavoro per stimolare la creatività. Non una grande scoperta, ma fa bene rinfrescarla ogni tanto. E ci mette sullo stesso piano: io sono convintissimo del fatto che, con il dovuto impegno e lavoro, tutti possiamo riuscire a fare quello che vogliamo. Magari non diventeremo Alec Soth. Ma nemmeno rimarremo dove siamo).

E’, ripeto, un bell’esercizio da fare. Ma andrebbe integrato. I soggetti che propone Soth, infatti, sono, sembrano, slegati tra loro. E allora mi viene da chiedermi: c’è, dietro questi soggetti, un soggettone più grande che li racchiude? Un reportage in cui possono entrare piloti stranamente bassi, che, con in una mano una valigia e nell’altra un bambino che dorme, parlano con guardiani di musei in cui sono esposti quadri e pitture amatoriali, ma che preferiscono andare al bar accompagnati da una pecora che guida una berlina verso la cassa. Uhm. Dovrò pensarci. Forse è qualcosa sul riscaldamento globale?

In ogni caso, quell’elenco mostra dei soggetti (apparentemente) slegati tra loro (ed una delle obiezioni che si potrebbero muovere è che sono slegati fino a che non è una fotocamera a legarli), ed è una cosa che mi piace tantissimo, visto che slega la fotografia, la fotografia di reportage e documentaria, dal doversi occupare di una storia. Esistono anche ricerche di soggetti che non devono essere per forza condotte con un macro – soggetto in mente. Esistono micro – storie. Esistono fotografie, pure e semplici, scattate per pura e semplice curiosità. Il che è, di nuovo, una cosa un pò banale da ricordare. Ma non fa male farlo. Non per me e per i miei due lettori, almeno. Io non sono il genere di fotografo che passeggia sempre con la macchina in tasca, e quando esco con l’attrezzatura, devo avere una storia, per quanto piccola, in mente. Retaggio della mia formazione, degli insegnamenti del mio maestro e delle mie letture (chi tratta meglio della scelta del soggetto, e della divisione in sottogeneri, è David Hurn di Magnum, nel suo On Being a Photographer. Credo ci sia anche un pdf gratuito in giro per la rete, ma non ne sono sicuro). Ogni tanto vorrei liberarmi di questa “costruzione”, e secondo me inquadrare la ricerca di foto come fa, in questo caso, Soth, può rendere le cose più divertenti. Una lista di soggetti totalmente random. Penso che scriverò presto la mia. Chissà come sarà contento, il Direttore.

Impegno per impegno

I primi giorni di settembre sono dedicati (o, almeno, io li dedico) da sempre al passaggio da una fase dell’anno all’altra. Non si è più nel cuore dell’estate, con i suoi ritmi lenti, le immersioni e le paste coi ricci. E non si è ancora nella macchinetta tritacarne dell’inverno, con il suo freddo, il suo lavoro continuo. Così, uso questi giorni per ricaricarmi e prepararmi, riprendere contatto con il lavoro e tutte le cose da fare, rimettermi a leggere, a sintonizzarmi con il mondo.

(mi piace tanto, da che io ricordi, seguire il festival di Venezia in questo periodo. E non per il festival in sé, ma perché trovo che sia un bel modo di tornare a impegnare la testa, che durante l’estate è stata impegnata a pensare ad altre cose, o a non pensare e basta)

Questa estate è stata strana: mai più di due giorni fermo, sempre in giro, per la Sicilia, per i mari che la circondano, o per la mitteleuropa (a giorni pubblicherò le foto del mio viaggio automobilistico Palermo – Vienna. Medio formato in bianco e nero, maledetta la mia anima fighetta). Un sacco di caldo, e qualche foto. Anzi, parecchie foto. Tutte cose che mi hanno fatto trascurare un pò gli aspetti, chiamiamoli così, da ufficio del mio lavoro: spedire le mail, tenere gli edit aggiornati, contattare la gente, fare le telefonate, sollecitare la gente che non ti paga…. Il lato che, agli occhi di chi mi circonda, è più rassicurante: per qualche strano motivo, la gente non ti fa domande quando dici che il tuo lavoro consiste nello stare seduto a una scrivania davanti a un computer, e nell’avere una pausa pranzo.

Così, in questi giorni di settembre, che di solito la gente usa per avere delle impressioni (o, almeno, dai tempi dell’omonima canzone, è obbligatorio avere delle Impressioni di Settembre, e di condividerle. “Caro, ho come l’impressione che ‘sto pesce non sia proprio fresco”. “cara, la tua è proprio un’impressione di settembre”. E parte il giro progressive di organo Hammond), io li sto usando per rimettermi al passo. Aggiornarmi, scrivere mail e progetti, chiamare la gente per farli leggere. In teoria dovrei essere contento: lavoro otto ore al giorno, e quando mi chiama qualcuno non rispondo più “si, sono libero: faccio il fotografo”, ma “no, sono in ufficio al lavoro, vediamoci in pausa pranzo”. Che poi, l’ufficio non è altro che una stanza di casa. Eppure, mi sembra di sprecare del tempo. Si può sprecare del tempo lavorando?

A quanto pare, si. Nel senso che ci si tiene impegnati con mille cose, ma il lavoro, quello vero, quello creativo, non va avanti. Ne parlano, a zonzo per il web, un pò di blog dedicati alla creatività, e all’economia ad essa connessa. I miei preferiti: Permission to Suck (il cui Manifesto è proprio una bella lettura e fonte di ispirazione) e Lateral Action, soprattutto nel post intitolato Foolish Productivity). Tutti ruotano intorno all’idea che spesso questo tenersi occupati sia una trappola mentale. Molto spesso, l’individuo creativo deve lottare con tutta una serie di pensieri, che mi piace immaginare come tante versioni in miniatura della Bestia BugBlatta di Traal. Una bestia enorme, spaventosa e letale, ma del tutto stupida. Per eluderla, la Guida Galattica per Autostoppisti consiglia di bendarsi: la Bestia BugBlatta pensa che, se la vittima non può vederla, neanche lei può vedere la vittima, e la lascia in pace. Ecco, i pensieri bloccanti sono di questa portata: spaventosi, sembrano ineludibili e davvero insormontabili, finché non si scopre che hanno la stessa consistenza di un’asciugamano sulla testa. Uno di questi pensieri è “non ce la farò mai, è matematico” (segue alzata di spalle). Un altro è “gli altri sono in grado, io no, io non posso fare queste cose speciali” (ancora un’alzata di spalle). Un altro ancora è “il mio lavoro non mi porterà da nessuna parte” (alzata di spalle con salto carpiato). E, per finire questa carrellata (assolutamente non esaustiva: i cattivi pensieri, come parlamentari e tasse, cambiano di numero solo per crescere, mai per diminuire), “se lavoro con i ritmi che la società giudica rispettabili, nessuno mi guarderà male quando dirò che il mio lavoro è disegnare nuovi modelli di panchine per elefanti marziani” (alzata di spalle. A questo punto si è capito, suffragati dagli autorevoli studi del prof. Anacleto J. Amigdala, che questi pensieri provocano un riflesso al Gran Simpaticone del cervello, che per sottolineare la Veridicità Semantica Assoluta del concetto appena espresso, manda un impulso alle spalle. E’ un riflesso condizionato quindi! Come il canuzzo di Pavlov….).

In altre parole, cerchiamo di lavorare con quei ritmi perché la società ci ha detto che se non si tiene un orario 9-17 in una qualche attività, non si è produttivi. Ma bisogna proprio stabilire quand’è che un giornalista, un fotografo, un grafico, un designer, siano produttivi. Spedire mail, scrivere progetti, sono senz’altro strumenti essenziali di una professione. Ma si può dire che aumentino la produttività? Io dico di no. Le idee, e la loro realizzazione, avvengono in tutt’altro contesto, e questo contesto non è quello definito da Thunderbird e dal suo simpatico suono di “Inbox piena. Hai 127 messaggi da leggere. Se non li termini entro un’ora, il tuo computer regredirà a un Commodore 64”. Certo, senza tutto il lavoro di sostegno, le idee non si realizzano. Ma se tutto il tempo viene preso da quello, che cosa rimane?

Quindi: va bene il passare il tempo in ufficio a sbrigare faccende: nessun professionista che voglia definirsi tale non lo fa. Ma spesso questo lavoro tende a prendersi tutto il resto. Il che è male. Bisognerebbe trovare il tempo, l’equilibrio mentale e l’organizzazione per confinare tutto questo a un tempo definito, e passare il resto delle giornate, o della settimana, a cercare idee e a realizzarle.

La morale? Invece di continuare a scrivere mail, o di fare una noiosa selezione, ho passato il tempo scrivendo un post. E, dopo averlo scritto, mi sono reso conto di avere un’ottima scusa per mettermi a leggere Anathem senza sentirmi in colpa. Salute, dudes.

Fotografare gli sconosciuti….

….e altre questioni, da sempre dibattute tra chi si occupa di fotografia. Su PixBoomba, i fotografi di National Geographic Bob Caputo e Cary Wolinsky pubblicano dei video, aehm, anomali sulla tecnica fotografica. In cui, con molto humor, affrontano i temi tipici di chi si accosta alla fotografia di reportage.

I video si trovano su http://pixboomba.com/.

Passeggia a braccetto con la poesia…..

…. con la minuscola. Nel senso che quelli che scrivono Poesia con la maiuscola, che la vogliono nei salotti, che la staccano dalla gente comune e che la seppelliscono di tonnellate di atteggiamenti e parole e comportamenti da gruppo iniziato, beh, avrebbero proprio scassato. A me la poesia piace così, per strada, tenuta in tasca in fogli sgualciti e pronta alla bisogna, a una bevuta, a un angolo di città o semplicemente a uno sconosciuto, utilizzata e passata di mano, lasciata lì e ripresa da qualcuno.

Mi piace la poesia di Howpedestrian. Un’idea di Katherine Leyton, poeta di Toronto, gestita interamente da lei (con, ogni tanto, delle incursioni di qualche amico), che ogni giorno scende in strada, ferma uno sconosciuto e gli fa leggere una poesia. I risultati sono dei piccoli capolavori, come i corporate haiku che vengono pubblicati in questi giorni, poesia veloce per businessmen sempre di corsa. C’è un poeta per ciascuno di noi, come dice il manifesto.

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