Scrittura e voce

A volte la voce di uno scrittore è riconoscibile alla perfezione, ha un suono sulla pagina che è suo e soltanto suo. Sono voci estrose, o molto particolari, che uno riuscirebbe a distinguere da altre anche se gli fosse passata una pagina a caso durante una maratona di lettura. Altri scrittori non hanno una voce così esuberante, si concentrano molto su quello che dicono e lo stile sembra essere meno spigoloso, sembra che ci facciano meno attenzione. Il che ovviamente non è così: a volte la voce di uno scrittore è tanto autorevole e personale quanto mimetica, riesce a farti scivolare sulla pagina come se nulla fosse, ma se vai a guardare bene scopri che quella voce così naturale, quello stile così fluido, in realtà è il frutto di un lavoro durissimo, che spesso non ha nulla a vedere con il talento ma ha a che fare con il leggere, rileggere e leggere ancora, e correggere e tagliare e aggiungere e cambiare.

Persino Hemingway, che ti faceva sentire come se stessi pattinando su ghiaccio, diceva che ogni prima bozza è merda. Bisogna lavorarci.

Ho parlato di voce, e non unicamente di stile, perché mi sono fatto l’idea che mentre lo stile sia qualcosa che riguarda esclusivamente i segni che metti sulla pagina, il suono che hanno quando sono letti a voce alta e il significato che assumono messi in un certo ordine, la voce comprende anche i temi di cui parla uno scrittore. La voce di Hunter Thompson è secca e rapida, e può esserlo non solo perché spesso la sua scrittura prendeva la forma di un elenco – l’apertura di Paura e delirio! – ma anche perché scriveva di politica e sport e mischiava tutto con alcool e droghe. Un cavallo lanciato al galoppo, non puoi guardare solo come muove le zampe, devi vedere dove va. Stessa cosa per Mailer: si arrota e allunga i periodi e diventa duro, costruisce le frasi in modo da fare indispettire qualsiasi insegnante di buona scrittura, eppure quando scrive cose come The White Negro o Pubblicità per me stesso o The armies of the Night senti che è nato per scrivere quella roba, sono proprio i suoi temi, selve psichiche egocentriche in cui non si può staccare molto e usare periodi brevi.

La voce viene dal coraggio, a sentire molti scrittori. Dei tre che ho citato, tutti ne hanno parlato, in modo più o meno diretto. Hemingway è quello che ne ha fatto una scuola; Mailer, non volendo essere da meno, ne faceva una questione di scrittura, di scrivere con vigore e con la giusta dose di ego; Hunter Thompson inventò il Gonzo quando smise di fare compromessi con chiunque, e decise – testuale – di alzare la voce. Tutti e tre hanno scritto dei libri onesti, ed è per questo, soprattutto, che mi piacciono. Senti che quello che scrivono non è costruito per stare bene sulla pagina o stupire qualcuno, ma perché c’è urgenza di dirlo, e non hanno trovato altro modo di dirlo che quello.

Per questo l’ultimo Hemingway, e l’ultimo Thompson, sono un pò tristi. Perché cercavano di imitare sé stessi. Erano diventati poco onesti.

Coraggio, temi, voce. Scrivere è questo. Un lungo lavoro per non lasciarsi dominare dalle parole e dalla convenzione imperante di tutti i giorni. La decisione di essere sé stessi, ogni giorno che passa.

Leggo: La sfida, di Norman Mailer.

Dramma sportivo

Dunque sono finiti i mondiali. Ammetto che mi dispiace. Il calcio non è per niente nelle mie corde, durante l’anno: troppo campionato, troppa gente che lo prende come qualcosa di più di quello che è – uno sport, un cazzo di sport. Con i mondiali invece è una specie di festa, posso guardare gente che gioca bene, non devo seguire faccende che mi annoiano a morte come i cambi di giocatori, i terremoti a livello di gestione delle squadre, i malumori per qualche gol dato o subito e tutto quello che non rientra nella categoria “ricordati che è un gioco, e nemmeno uno dei più belli”. Con i mondiali guardo gente che gioca a calcio e basta.

Il che è del tutto contraddittorio con quello che sto per dire. Dei mondiali, mi sono reso conto guardandoli, mi piace il dramma, la competizione. Lo sport, per essere davvero bello, deve mettere in scena un sacco di passione, fare da palcoscenico a delle storie. Campioni in lotta per un traguardo, che impiegano anni a prepararsi, che poi si giocano tutto in brevissimo tempo, misurandosi con sé stessi e con altri pari. L’entrata in gioco di forze che non sono solo muscolari, l’orgoglio, la resistenza, la voglia di vincere, la capacità di non mollare, la forza trovata anche nel momento in cui cadresti per terra per la stanchezza, la sopraffazione di fronte all’idea della sconfitta. Di tutto questo, se lo sport che si guarda è onesto e se gli atleti lo interpretano al meglio, ogni buona competizione è piena.

Poi la mia convinzione è che la rappresentazione più elementare, lo scheletro di questa impostazione drammatica, sia nel pugilato: due persone, armate solo delle proprie mani e della propria testa, della propria capacità di resistenza portata ai limiti. Chi dice che il pugilato sia solo una questione di picchiarsi dimostra di averlo visto solo in tv, e male per giunta, e di parlare di cose di cui non capisce niente.

Ma questa è solo una nota a margine. Quello che conta è che nello sport ci deve essere quell’elemento drammatico, per funzionare davvero. Durante questo fine settimana ho riletto “La sfida”, un lungo reportage in cui Norman Mailer in forma perfetta raccontò l’arrivo del Rumble in the Jungle, una delle più grandi competizioni del secolo scorso, un incontro di pugilato di cui chiunque ha sentito parlare. Alì contro Foreman in Zaire, una scena e dei personaggi che andavano ben oltre il pugilato, il campione istrionico che recita poesie e fa lo smargiasso prima dell’incontro, nonostante i pronostici siano tutti contro di lui, e fa politica, parla di questioni razziali, di potere dei neri, e dall’altra parte un gigante silenzioso che fa della concentrazione e dell’adesione allo stile di vita americano la sua forza, uno che sembra considerare la cultura dei neri come un accessorio noioso. Uno che fa amicizia con i poveracci del Congo e uno che si presenta con tutti i segni della dominazione belga finita da poco, entourage e tattiche completamente diversi, studi psicologici da una parte e dall’altra, l’orgoglio di due bestie addomesticate, due anime perfette per portare su di sé l’amore, l’odio, la violenza e la dolcezza di popoli interi. In mano a Mailer, questo materiale è diventato un racconto di passione umana, di energie vitali che si scontrano, di carnalità, di vita piena in esplosione violenta. Tutto quello che si chiede alla buona scrittura, e allo sport che abbia il coraggio di definirsi tale.

Appunto. Ci dovrebbe essere tutto questo, nello sport, e molto spesso sono riuscito a vederlo nei mondiali appena finiti. Non ci riesco mai, invece, con il calcio di club. Nel teatro sportivo, il calcio di club mi sembra una di quelle rappresentazioni fatte da attori stanchi, su testi vecchi, con modi di stare sul palco e passioni ormai del tutto cancellate da anni di ripetizioni. Un teatrino, più che un dramma.

 

O magari mi sbaglio, e anch’io cado nell’errore di guardare una storia solo da una parte. Magari il calcio è sempre pieno. Ma serve che qualcuno me lo dimostri, a questo punto.

Guardo: Rumble in the Jungle, direttamente da una notte di Kinshasa.