Antonio Giordano

Sì, beh, questa è solo, tipo, la tua opinione amico.

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Non siamo in grado di fare le Olimpiadi

Finalmente da Roma arriva una notizia chiara, le Olimpiadi del 2024 non si faranno nella Capitale. Questo mette fine all’inconcludenza esibita dalla giunta Raggi fin dall’inizio della sua avventura, dato che quella sulle olimpiadi è la sua prima vera decisione. Il Comitato Olimpico e chiunque sperava in un palcoscenico internazionale di rilancio per Roma si rassegnerà o passerà a città che hanno già dimostrato di saper organizzare eventi internazionali, come Milano.

Anche se decidere qualcosa è sempre meglio di niente, è utile vedere qual è il processo che porta a una decisione e quali saranno le sue conseguenze. L’argomento principale per opporsi alle olimpiadi da parte del Movimento 5 stelle è, tanto per cambiare, quello economico, il principe dei motivi che possono usarsi in un’epoca dominata dal calcolo come la nostra. Secondo il pensiero corrente le olimpiadi costano troppo e danno troppi grattacapi e nessun vantaggio a chi decide di ospitarle. Meglio lasciare che siano altri, meno furbi e più sprovveduti di noi, a organizzarle. A questo approccio, che ha tutte le apparenze della razionalità ma stranamente non presenta mai calcoli, studi o pareri tecnici, come ci si aspetterebbe da persone che parlano in modo razionale e pronte a supportare le proprie argomentazioni, se ne affianca un altro che verrebbe definito politico se per il Movimento Cinque Stelle la politica non fosse una parolaccia. Giusto o sbagliato che sia i governanti pentastellati sono convinti che la classe dirigente e imprenditoriale romana, e più in generale italiana, non sia degna di fiducia nel gestire un evento come le Olimpiadi, e dunque è meglio togliere subito qualsiasi tentazione e lasciare che i soldi siano usati per attività più proficue.

Su quest’ultimo argomento ci sarebbe tanto da discutere. Non tutta la classe dirigente è così disastrata, e si possono sempre usare gli strumenti adatti per impedire alla corruzione di prendere piede. Ma soprattutto ora c’è il Movimento 5 Stelle a fare da argine e sarà al governo di Roma per i prossimi cinque anni, o anche i prossimi dieci se governerà così bene come dicono i suoi esponenti. Chi meglio di loro per vigilare che le opere per le Olimpiadi si svolgano nel migliore dei modi? Se io mi sentissi molto superiore a qualcuno nel fare qualcosa e lo sbandierassi di continuo ai quattro venti non mi tirerei indietro, quando mi venisse offerta l’opportunità di dimostrare la mia bravura. Al contrario, ci sguazzerei dentro e farei in modo da fare funzionare finalmente le cose come voglio io, e sfruttando una grande opportunità, non lavoretti di poco conto.

L’unico motivo per tirarsi indietro sarebbe la consapevolezza di non essere così bravi. Le Olimpiadi, per una classe politica impreparata, sono una rogna da cui stare lontani. Forse il Movimento Cinque Stelle inizia a capire che non basta girare in scooter e alzare la voce dicendo qualcosa che ci fa sentire furbi per governare, e questa consapevolezza piace talmente poco che si tirano indietro di fronte alla prima occasione per dimostrare quanto valgono.

Ma queste sono solo supposizioni. Gli argomenti a sfavore delle Olimpiadi sono seri tanto quanto quelli a favore. Le grandi manifestazioni attirano la corruzione come il collo di Berlusconi una cravatta a pois. È un problema serio, come hanno dimostrato le recenti Olimpiadi di Rio (sulle cravatte a pois ormai ci siamo rassegnati). Le risorse economiche da pompare nell’organizzazione sono onerose, forse troppo per un paese che non sta crescendo e che preferisce ancora mantenere un sacco di gente che non ha merito né competenze ma ha un lavoro e non può essere licenziata. Certo, ci sarebbe quel piccolo particolare che l’Italia ha già organizzato le Olimpiadi, in un periodo in cui cresceva molto ma era ancora una società semi rurale, con un sacco di analfabeti e un PIL non paragonabile a quello che oggi ci permette di sedere nel G8. Questa minuzia viene ribaltata con un altro argomento economico, secondo cui staremmo ancora pagando quelle Olimpiadi, ma per sfortuna anche in questo caso nessuno ha dimostrato con dei dati quanto questa obiezione sia affidabile. Potrebbe esserlo, o potrebbe essere il classico luogo comune a cui si crede per pigrizia. Il resto degli argomenti richiama alla memoria tempi andati in cui gli italiani erano affidabili, si andava in giro in cinquecento, c’era la lira e tutto andava meglio, non come adesso, con tutti questi euro e immigrati e politici.

Dunque l’Italia del 2016, con le sue risorse umane, culturali, economiche e tecnologiche non può organizzare una manifestazione che proprio quest’anno si è svolta in un’economia in via di sviluppo. A volte si insinua che ormai le Olimpiadi sarebbero una manifestazione corrotta fatta per economie ansiose di dimostrare di essere grandi e disposte a farsi abbindolare dagli sponsor. Sicuramente non per gente cresciuta come noi. A Londra, Pechino e Tokyo, solo per citare le due precedenti edizioni e la prossima, saranno contenti di essere considerati abitanti poco adeguati a stare tra i raffinati della Terra.

L’Italia dunque non ha il coraggio, la cultura e le risorse per fare una cosa che qualsiasi altra grande potenza mondiale non vede l’ora di poter organizzare. Abbiamo tutti i nostri buoni motivi, chi lo nega? C’è sempre una buona ragione per non fare nulla, non toccare nulla, non andare avanti, non discutere nemmeno di quello che potrebbe essere fatto. Ancora qualche anno di prudenza e il nostro posto tra i paesi progrediti sarà preso da chi se lo merita, da paesi desiderosi di guardare avanti e di lavorare duro per crescere. Noi a quel punto spariremo anche dalle competizioni sportive. Mandare atleti in giro per il mondo costa, e poi che senso ha competere, quando sappiamo già di essere i migliori?

La sfida della mia generazione

Abbiamo guardato l’Europa sgretolarsi, negli ultimi mesi. La crisi sui migranti, il referendum per l’uscita della Gran Bretagna, l’insofferenza degli stati a est ai regolamenti a cui loro stessi hanno scelto di aderire sono tutti colpi all’Unione Europea. L’idea che possa esserci, al di là delle differenze statali e dei diversi sistemi di potere, un’azione politica ed economica comune in tutto il continente europeo sembra oggi illusoria e persino pericolosa, dato che diverse forze politiche attribuiscono proprio all’Unione Europea la responsabilità della crisi del mondo occidentale. Invece è proprio oggi che bisogna rendere più forte l’Unione, superare le piccolezze nazionali che l’hanno tenuta finora al guinzaglio e l’hanno trasformata in un covo di burocrati inefficienti e manovrabili. L’obiettivo di qualsiasi onesto cittadino europeo dovrebbe essere una federazione di rappresentanti eletti che attuano una politica estera, economica e militare comune a tutti gli stati, e più tempo tardiamo a rivendicare questo obiettivo, più facciamo in modo che vincano i populisti.

Una sfida difficile, soprattutto oggi. Da anni nelle teste delle opinioni pubbliche l’UE è diventata un organismo che soffoca, con i suoi divieti, qualsiasi possibilità di crescere e uscire dal pantano economico. L’impressione può essere corretta, dato che le strutture intergovernative in anni recenti sono state usate da alcuni governi (senza fare nomi, la Germania) per imporre ad altri le proprie convinzioni e i propri modelli economici. Altri stati (sempre per non fare nomi, l’Italia) hanno approfittato di quelle che venivano chiamate ingerenze, ma che in realtà erano cessioni di sovranità che erano state accettate liberamente, per attribuire all’Europa la propria inadeguatezza e l’incapacità congenita a risolvere problemi e ad assumersi delle responsabilità. Se il debito pubblico italiano sta strangolando le sue generazioni più giovani non è per colpa dell’Europa, ma unicamente dell’incompetenza dei governanti italiani e, non meno importante, dell’irresponsabilità dei cittadini italiani che per anni hanno vissuto al di sopra delle possibilità e ora non vogliono pagarne il conto. Di conseguenza ogni cosa è stata attribuita all’Europa e ai suoi burocrati, che, riparati dietro un processo decisionale barocco, spesso danno l’impressione di prendere decisioni non per il bene dei cittadini europei ma per favorire le lobby finanziarie, le vere detentrici del potere. In un mondo in cui gli stati nazionali non riescono più a tenere testa allo strapotere della finanza globale, l’Europa è stata vista, spesso a ragione ma altrettanto spesso a torto, come il gendarme della finanza, totalmente dedita ad arrestare qualsiasi iniziativa degli stati di riprendere il controllo sull’economia e di favorire gli interessi dei cittadini.

In uno scenario del genere il miracolo è che una cosa come Brexit non sia arrivata prima. Attribuire la responsabilità dei propri problemi interni all’Unione Europea, che penalizzerebbe l’economia e incoraggerebbe la libera circolazione dei migranti, è una tentazione troppo grande anche per il meno populista dei politici in circolazione, e in questo momento ci sono pochi statisti in giro e troppi cialtroni in abito che non vedono l’ora di dire a un ceto medio sempre più spaventato esattamente quello che vuole sentirsi dire. La colpa dei vostri problemi è degli immigrati. Dei burocrati di Bruxelles. Delle lobby. Di chiunque tranne che del sistema di cui voi stessi vi siete avvantaggiati fino ad oggi e che ora ha cambiato direzione, come una marea, e cerca di risucchiarvi in un gorgo invece di limitarsi a rinfrescarvi i piedini.

Fino a poco tempo fa in Italia eravamo convinti che solo il ceto medio italiano, con la sua cultura innamorata delle soluzioni autoritarie, avesse dei rigurgiti di nostalgia per il periodo in cui i più deboli facevano i maggiori sacrifici e in sovrappiù venivano convinti a non lamentarsi a suon di manganellate. Ora apprendiamo che anche opinioni pubbliche più “illuminate” come quella inglese, quella francese e quella tedesca tendono a dare la colpa a chi è più povero o scuro di pelle e a cercare soluzioni che hanno il pregio di lasciare tutto esattamente com’è, brutalizzando le fasce sociali più deboli. La ricerca di un nemico esterno e di soluzioni che esibiscano il più possibile il carattere nazionale, che qui in italia si riassume nello slogan “prima gli italiani” e in tutta la paccottiglia ideologica da bar sport che lo accompagna, sono ben più di coliche nella pancia di una nazione. Sono un fascismo in fase nascente, che non si è organizzato in squadracce ma ha gli stessi presupposti prevaricatori, totalitari e autarchici. L’ossessione per il nemico esterno, europeo, liberale o musulmano, deriva dalla convinzione che solo gli italiani purosangue, maschi bianchi cattolici e di destra, abbiano diritto alla cittadinanza. Tutti gli altri sono parassiti da eliminare.

Oggi che le forze della distruzione della democrazia liberale stanno tornando a uscire dal sottosuolo in cui erano state relegate, chi pensa che libertà, democrazia e diritti siano più che parole ma siano ciò che dà senso a una vita dovrebbe battersi per avere più unione nell’Europa, una maggiore presenza a livello sia locale che federale delle istituzioni europee e una maggiore cessione di sovranità. Il bersaglio di questi fascisti da farsa è l’Europa perché è un ostacolo alle loro pretese di controllare i bassi umori del popolo, e noi dovremmo rafforzare, invece, un governo fatto di razionalità, di diritto semplice e certo, di rispetto dei diritti umani. È una lotta analoga a quella che i nostri avi poco più che ventenni affrontarono per riunificare l’Italia. I motivi sono simili. Bisogna superare la superstizione e gli interessi particolari di pochi governanti e ricchi aristocratici per abbracciare un bene più grande, quello dei popoli di tutta Europa. Solo uniti, e con un governo federale, si può arrivare a questo scopo. È il nostro momento. Non facciamolo passare.

Inadatti agli esteri

Sono successe due cose importanti nel mondo, ieri. Un aereo è stato abbattuto sui cieli dell’Ucraina, un Boeing diretto a Kuala Lumpur tirato giù da un missile terra aria, sparato non si sa bene da chi. Nel pomeriggio, Israele ha invaso di nuovo la striscia di Gaza.
Le due cose non sono legate, se non dalla corrente sotterranea che mi sembra stia attraversando il mondo in questo momento. Un ritorno prepotente della geopolitica, del mondo al di fuori dei nostri gretti e provinciali confini di occidentali ricchi, che criticano – esempio – gli israeliani perché guardano i bombardamenti in televisione. Geniale: critichiamo gli israeliani perché si comportano esattamente come noi. Il mondo sta bussando alla nostra porta e lo fa da tempo, attraverso flussi migratori e guerre che ci riguardano sempre più in prima persona, eppure la nostra reazione è sempre la stessa, l’anestetizzazione attraverso dosi massiccie di pattumiera televisiva con cui convincerci che in fondo quello che succede da un’altra parte non riguarda davvero noi, che ci penserà qualcun altro, e che noi abbiamo ben altre cose da risolvere.

Il mondo globale è questo. Quello che succede a un Palestinese a Gaza, a un Israeliano a Tel Aviv, a un olandese su un boeing diretto a Kuala Lumpur tirato giù da un missile di nazionalità ancora sconosciuta, è tutta merda che ci riguarda. I nostri commerci, gli scambi di persone e culture, le decisioni che prendiamo o che deleghiamo altri a prendere hanno influenze dirette su quello che succede a qualcun altro nel mondo. Per questo mi cadono le braccia quando vedo comportamenti arrendevole, come se fossimo impotenti e non avessimo possibilità di cambiare le cose. Giorni fa Federica Mogherini, ministro degli esteri italiano, si è prodotta in una dichiarazione che, sfrondata della pessima sintassi standard a cui chiunque faccia politica si sente obbligato, diceva sostanzialmente che il ministro è una madre, e che per questo capisce cosa sta succedendo a Gaza e sarebbe meglio per tutti fermarsi. Complimenti. Ci voleva un ministro degli esteri per una posizione del genere. Sulla posizione della diplomazia italiana a Israele, su come il governo italiano veda il governo di Hamas, su quali negoziati si sono aperti, si possono aprire, si ha intenzione di aprire, su quali canali con l’ambasciata israeliana, su quali mediazioni per chiedere una tregua, sempre chiesta ma non si sa sulla base di cosa, non è pervenuto nulla.

Sull’Ucraina, stessa cosa. Non ci si aspetta che il governo italiano, e il ceto che ama definirsi intellettuale, prenda una posizione netta su un atto di guerra come l’abbattimento del boeing. Le notizie sono ancora confuse, nessuno sa bene cosa sia successo. Però. Però però però. Qui stiamo riscuotendo quello che abbiamo seminato in anni di smargiasserie con poca sostanza alle spalle, di mancanza di spina dorsale che questo governo, invece che rimediare, sta portando a livelli più avanzati. Ora non c’è più un tizio che fa finta di essere uno dei grandi della terra quando in realtà la sua strategia è dare pacche sulle spalle. Ora c’è uno, circondato da altre nullità come lui, convinto che la politica estera sia come uno scambio di tweet in lingua inglese. Mettiamo in fila qualche episodio: scoppia una guerra in Ucraina dalle conseguenze potenzialmente disastrose per l’Italia, e il governo italiano balbetta cose insignificanti sulla difficoltà di capire quali sono le forze in campo. Cambia regime, e ancora non si capisce da che parte stia l’Italia, non lo sanno nemmeno quelli che dovrebbero decidere in tal senso (posso aiutare io il Governo: stiamo dalla parte della Russia, come da dieci anni a questa parte. A meno che a un certo punto i ribelli non comincino a vincere, e allora l’Italia si produrrebbe in un altro dei voltafaccia riconosciuti giustamente come suo marchio di fabbrica in politica estera). Uccidono Andy Rocchelli, un fotoreporter italiano, e a parte le frasi di circostanza non si sa più niente e nessuno sembra essere interessato a capire chi lo abbia ucciso e perché. Se fossi un complottista direi che puzza di insabbiamento, ma purtroppo mi limito a guardare i fatti, e a concludere che chi sta governando è del tutto inadatto a gestire questa crisi geopolitica. Il che ci porta al boeing precipitato. La presidenza dell’Unione Europea – toh! È il turno dell’Italia. Non ce lo avevano mai detto in questi mesi – ha niente da dire a proposito di una guerra sui suoi confini che mette a rischio lo spazio aereo attraversato da migliaia di suoi velivoli commerciali, merci e cittadini?

Magari Renzi sta cercando il modo per infiocchettare una presentazione smart e dirci che grazie alle nuove tecnologie risolverà i problemi internazionali. Manda un tweet se vedi un missile sparato sul tuo aereo, o metti un like di indignazione sulla petizione italiana per colorare di giallo i carri armati israeliani (e di rosa i razzi di Hamas). Il che sarebbe l’ennesima confermaa della sua incapacità, del suo essere semplicemente un bullo che non le ha mai prese e continua a fare il bullo. Piacerebbe avere risposte, dal Presidente del Consiglio, e una visione. Cosa intende fare con l’avanzata sempre più sfacciata di un nuovo tipo di totalitarismo, anche nel cuore dell’Europa? Come intende, se intende, contrastarlo?

Dalle risposte che si daranno dipenderanno gli anni a venire. Si può scegliere di intervenire attivamente e di promuovere per quanto possibile la democrazia. O si può raccontare la storiella che non siamo in grado di intervenire su cose che sono più grandi di noi. Il che ci darebbe la conferma di essere governati da gente inadatta, che dovrebbe lasciare il posto a persone più preparate e con più fegato a prendere posizione su quello che sta succedendo nel mondo.

Ascolto: un sacco di musica punk.

Ingiuste fotografie

Sono ancora impegnato a fotografare la Settimana Alfonsiana (qui un resoconto della prima giornata). Ritratti degli ospiti (ieri ho fotografato Vito Mancuso, oggi è il turno di Guglielmo Epifani) e della situazione. Fatta eccezione per le luci, neon ai vapori di sodio che mi fanno venire gli incubi da due notti, non è una situazione di per sé molto impegnativa, così posso ascoltare le conferenze, che sono organizzate come esecuzioni diverse di un unico tema centrale, tratto dalle Sacre Scritture. Così, il teologo dà il suo punto di vista, lo scrittore – giornalista un altro, il filosofo un altro ancora, e così via. Il tema di quest’anno è “chiunque teme Dio e pratica la giustizia, a qualsiasi popolo appartenga, è a lui gradito”

Purtroppo non ci sono critici d’arte o fotografici, sarei stato curioso di sentire come avrebbero interpretato il tema della giustizia tra gli uomini. Lo suggerirò agli organizzatori, per il prossimo anno. Un’idea che mi è venuta, riguardo immagini e giustizia, è che molto spesso, per farsi un’idea della situazione, e governare, le classi dirigenti hanno bisogno di immagini. Immagini che dipingano la situazione, immagini che a volte vanno interpretate, ma che diventano un importante strumento di controllo.

Sto pensando, per esempio, al contributo incredibile che la cartografia, la fotografia da satellite, l’elaborazione di dati visivi di varia provenienza danno nel movimentare risorse e potere ai giorni nostri. Immagini satellitari di una inondazione, paragoni tra le stesse foto di un’area colpita da un terremoto, fotografie di reportage, sono gli strumenti più potenti di cui i mass media di oggi dispongono per movimentare l’opinione pubblica e svolgere una funzione di decisione dell’agenda politica. In altre parole, la gestione delle immagini fisse, insieme alla parola scritta e ai video, varia il modo in cui risorse materiali e simboliche vengono allocate. Dunque, in definitiva, hanno un influsso deciso su come la giustizia viene somministrata ai governati.

Sono convinto che le immagini fisse abbiano molto più potere, in questo senso, e che lo abbiano acquisito soprattutto negli ultimi anni. Ma, come sempre, c’è il rovescio della medaglia. Se è vero (e penso lo sia) che un’immagine fotografica, in quanto tale, ha sempre un grado di menzogna al suo interno, allora tale menzogna può essere utilizzata per praticare e incoraggiare le ingiustizie. Mostrare cose che non avvengono, o tacere cose che invece avvengono. Per tornare all’esempio delle immagini satellitari, le foto possono mostrare la distruzione, ma non le cause profonde di quella distruzione. Ed è un meccanismo che chi comanda conosce benissimo, saturando tutti i canali di comunicazione con immagini, quando succede qualcosa di controverso. In questo modo, abbiamo l’illusione di sapere ed essere informati; ma lasciamo passare sostanzialmente intatte tutte le ingiustizie che sono connesse al fatto controverso.

Per esempio, le foto di Abu Graib hanno contribuito a svelare e a porre rimedio ad una situazione di palese ingiustizia, in cui carcerati erano torturati e seviziati. Il giusto scandalo, le scuse dell’amministrazione americana, il dibattito sul trattamento equo dei prigionieri, hanno sempre però evitato accuratamente una domanda fondamentale: era giusto, o meno, che gli statunitensi fossero lì in Iraq? Ok: domanda che veniva posta in altre sedi e occasioni; e a cui non si poteva dare risposta in modo secco. Ma qui quello che mi preme è questo: di fronte al maggiore scoop fotogiornalistico del decennio, si aveva l’illusione che un’ ingiustizia fosse venuta a galla e punita, mentre in realtà ne passava sotto silenzio una ancora maggiore.

Come sempre, quindi, bisogna contestualizzare le immagini, e chiedersi chi le abbia prodotte e con quale scopo. La scuola del reportage fotografico si basa su un vecchio, nobile assunto, che vorrebbe il fotoreporter impegnato a scovare e mostrare le ingiustizie del mondo. Questo assunto non ha per niente perso valore, anzi, è più attuale che mai. Ma si deve tenere presente che le immagini di reportage potrebbero essere usate per perpetrare altre ingiustizie, più subdole, o per tacerne altre, o ancora per narcotizzare chi potrebbe chiedere conto di quelle ingiustizie. La fotografia non è mai giusta, o ingiusta, di per sé. Lo diventa.

Fighting Talk: The New Propaganda

Most of all, it’s about the terror of power and the power of terror. Power and terror have become interchangeable. We journalists have let this happen. Our language has become not just a debased ally, but a full verbal partner in the language of governments and armies and generals and weapons. …

Robert Fisk, in un articolo sull’Independent. Seguito dalla  ancora più condivisibile chiosa di Jim Johnson, sul suo blog di politica e fotografia:

If we need always ask ‘who is using this photograph and for what purpose,’ the same is true too of words.

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