Antonio Giordano

Sì, beh, questa è solo, tipo, la tua opinione amico.

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Il vero vincitore

Inevitabile, ogni febbraio arriva il verdetto del World Press Photo, sulle foto più rappresentative dell’anno, e il premio alla foto dell’anno, quella che verrà maggiormente ricordata. La foto di quest’anno, come si stanno affrettando in molti a dire, ricorda molto una pietà michelangiolesca. L’abbraccio, la pietà, il dolore assoluto, come lo chiama Smargiassi nel suo blog. Foto che, nelle intenzioni della giuria del WPP, dovrebbe trascendere le circostanze concrete in cui è stata realizzata, diventando l’icona di una situazione universale in cui l’umanità sarebbe in questa precisa fase storica.

Niente da dire, ovviamente, sulle scelte della giuria: persone molto più esperte di me, che sicuramente hanno molta più competenza nell’individuare le icone dei nostri tempi. Il punto è che il fotogiornalismo internazionale mi sembra si stia trasformando in una caccia spietata a questo genere di iconicità, più che all’informazione. E questo avviene con il preciso avallo e incoraggiamento del World Press Photo, che ogni anno, nelle categorie di cronaca, sociali e sui fatti dell’anno, premia foto come quelle che hanno vinto quest’anno: dalla pietà michelangiolesca, ai pugni allo stomaco veri e propri, ai bianchi e neri molto estetizzati, che raccontano più la bravura di chi li ha fatti, che della realtà che hanno davanti. E la rete si adegua: ho già letto dei dibattiti in cui si analizza l’estetica formale delle foto che hanno vinto, chiedendosi se il burqa aggiunge o meno valore estetico alla foto, o se non sia una semplice ridondanza formale. Evidentemente, sfugge che dove la foto è stata scattata una donna non può togliersi il velo di dosso a suo piacimento, per fare venire meglio la foto. Ma l’icona ha le sue esigenze.

Sono molto incuriosito, anche, dalla novità dei dati tecnici. Così ora sappiamo che macchina e che velocità di scatto ci vuole per fabbricare una pietà michelangiolesca. Informazioni che, per molti fotografi, saranno molto più rilevanti di quelle contenute nel caption.

Per tutti questi motivi, da molto tempo trovo che le parti più interessanti del World Press Photo siano quella sportiva e quella naturalistica. Sezioni in cui la qualità media è alta, e dove la ricerca formale, sempre molto presente, è assolutamente al servizio del contenuto informativo. Mi vengono in mente diversi premi in cui c’erano foto incredibili: il servizio del 2009 di Paul Nicklen, o di Donald Miralle Jr. del 2005, sono i primi che mi vengono in mente, ma in generale ogni anno ci sono gran belle foto da guardare, gente che sperimenta. E’ un piacere, quindi, trovare Francesco Zizola in questa sezione, nel concorso del 2012, con una foto scattata nei fondali della Sardegna. Una foto che può essere letta a vari livelli, e che mostra un fotografo come sempre attento alle dinamiche del linguaggio che utilizza, consapevole dei problemi posti dal raccontare per immagini.

Per chi è abituato alle classiche fotografie subacquee, la foto di Zizola è quasi deludente: non ci sono gran bei colori, non ci sono i bei soggetti che è quasi obbligatorio ritrarre quando si va giù, non ci sono panorami subacquei mozzafiato. C’è un uomo, chiuso nella sua muta, che fotografa dei tonni. Messa così, sembra la foto più noiosa del mondo. E invece, Zizola ha portato il fotogiornalismo sott’acqua, ritraendo un turista che fotografa una mattanza di animali in via di estinzione. Tali, infatti, sono i tonni nel mediterraneo.

In un solo scatto, dunque, a Zizola riescono diverse operazioni. Si distacca dal fotogiornalismo classico del WPP, allontanandosi dagli scenari obbligati che ogni fotografo deve frequentare per vincere un premio. Non va in Egitto, ma sul fondo della Sardegna. Al tempo stesso, però, del fotogiornalismo continua ad essere un orgoglioso rappresentante, non rinunciando a informare neanche quando va sott’acqua. Ecco, allora, che rappresenta la caccia dei tonni, e l’indifferenza con cui viene fotografata da un turista. E nel fotografare la tonnara, rinuncia anche al linguaggio tipico da immersione subacquea, tutta colori-e-meraviglia. In uno scatto solo: distanza dall’iconismo, ricerca di altri soggetti, fotogiornalismo in mare e distanza dallo stupore a buon mercato della fotografia subacquea. Il World Press Photo, quest’anno, ha confermato che Zizola è uno dei più attenti e consapevoli fotografi italiani, che coltiva e approfondisce il linguaggio fotogiornalistico, rinunciando a ricorrere agli stereotipi visivi cui tanti, troppi grandi fotografi ultimamente ricorrono.

Più veloce della luce

Ormai la notizia è circolata: un esperimento congiunto tra il Cern e i laboratori nazionali del Gran Sasso, dell’Infn, avrebbe scoperto che alcune particelle, i neutrini, si muoverebbero a velocità prossime a quelle della luce. Il rivelatore di velocità è l’esperimento OPERA, al Gran Sasso, un apparato di tante pellicole fotografiche che vengono impressionate dai neutrini generati al Cern. L’esperimento ovviamente deve essere ripetuto e verificato da altri laboratori.  Apprezzo molto il tono di cauta apertura dei miei commentatori scientifici preferiti, Marco Cattaneo e Amedeo Balbi, sulla questione.

Se non altro, contrariamente ad altri annunci roboanti di scoperte scientifiche, questo annuncio è stato fatto come si deve, avvisando prima la comunità scientifica, e pubblicando un paper in cui vengono pubblicati i dati. Ora vediamo che esito daranno le verifiche incrociate. Fa molto piacere, comunque, che istituzioni italiane come l’Infn, con cui sono stato in contatto più volte (QUI e QUI le gallerie delle mie visite ai laboratori di Frascati e a quelli di Catania), anche per ricerche connesse ai neutrini, e di cui conosco l’enorme valore, siano al centro di notizie e cambiamenti così importanti. Come ho detto più volte, è bellissimo vivere questi tempi, se si sceglie il giusto punto di osservazione. E le ricerche scientifiche sono sicuramente uno di quei punti di osservazione privilegiati.

Per questo mi dispiace, poi, vedere come ci si perda nei dettagli. Da questa mattina sto cercando un giornale, una rivista on line, un blog, che abbia foto fresche dell’esperimento Opera, o in generale dei laboratori del Gran Sasso. Non ce ne sono; a dire il vero – ma sono sempre disposto ad accogliere una smentita – non ho proprio trovato foto dei laboratori del Gran Sasso. In questo momento la rappresentazione visiva di quello che è successo al Gran Sasso è affidata solo a interpretazioni grafico/artistiche, o, peggio, a foto che non c’entrano nulla non dico con i laboratori in questione, ma proprio con la fisica nucleare.

E non è sicuramente un caso. L’accesso di fotografi ai Laboratori del Gran Sasso è da tempo limitato a servizi commissionati. In altre parole, o sei inviato da una testata, che ha già in mente un servizio da realizzare sui laboratori, oppure non entri. Non si lavora per l’archivio – cosa che, per inciso, ho personalmente tentato di fare ai laboratori del Gran Sasso, per conto della mia agenzia. Questa cosa che può anche essere condivisibile: un amico fisico che un pò conosce l’ambiente, mi diceva che tra politici, giudici ed ecologisti i laboratori del Gran Sasso hanno avuto qualche grattacapo, e quindi ci vanno cauti con i contatti con la stampa. Però, la contropartita è che quando tutti dovrebbero parlare – soprattutto – del Gran Sasso, parlano del Cern. E mettono immagini del Cern. A leggere i giornali di stamattina pare che tutto, in queste ore, ruoti intorno al Cern, e questo mi sembra ingiusto nei confronti dei laboratori del Gran Sasso. Ma è il risultato che si ottiene quando si fa fare tutto ai giornali: al momento giusto, tutti si rivolgeranno alle agenzie, le quali non hanno immagini fresche dei laboratori. E se aspettiamo che i giornali italiani, in questo momento, commissionino a qualcuno una visita a un laboratorio, stiamo freschi.

Il risultato è che si avrà informazione incompleta, distorta o poco solida, e che si è persa un’occasione per farne di buona. Perché certo, si possono alzare le spalle, e prendersela con la sciatteria (indubbia) dei giornalisti nostrani quando si occupano di scienza, se invece di una foto di Opera viene pubblicata la foto di un laboratorio x, o proprio di un luogo che non c’entra niente con la fisica. O, in alternativa, si può pensare che una foto vale l’altra, e che il pubblico tanto non capirebbe la differenza. Belle foglie di fico, che coprono il fatto che nessuno potrà vedere com’è fatto, esattamente, questo maledetto rivelatore. O potrà vederlo in foto fatte anni fa, che poi è la stessa cosa. I risultati del controllo delle informazioni, sono anche questi. Adesso speriamo che questo venga capito.

Un pò di illuminazione

Da un pò di tempo sto pensando di scrivere un post per chiarire un concetto che ho usato tante volte, ma che non ho mai spiegato veramente. Il concetto è quello di evento che accade solo nella macchina fotografica, e NON lo spiegherò qui.

E’ che nella mia gestione di tutto quello che serve per entrare sempre più a fondo nel gorgo di questa professione io sono molto volubile. Un attimo prima mi interesso tutto di concetti, di Fotografia, di artisti, di linguaggio, e un attimo dopo mi interessa solo la tecnica, gli aggeggi, i giochini. E poi, a turno, spunteranno il lato economico, quello di impresa, quello creativo, quello esistenziale…. E poi da capo. Il bello è che tutti questi lati viaggiano in parallelo, senza mettersi d’accordo, così, magari, mi viene in mente che vorrei leggere qualcosa di filosofico sul ritratto fotografico, e nello stesso momento mi sento in colpa perché non sto curando i miei contatti; mi metto a curare i miei contatti, e una vocina mi dice che farei meglio a occuparmi della mia tecnica fotografica; mi metto… avete capito. Molto spesso, finisco per sentirmi come il papero di What the Duck.

Pensieri, insomma, che si possono avere in quei tipici periodi di un paio di settimane in cui tutto sembra rallentare. L’immagine più vicina è la sabbia sul fondo marino che si posa dopo essere stata smossa: si sta per posare, e quando tutti i granelli tornano a posto si dà un’altra bella agitata. E nei periodi in cui la sabbia sta posandosi, non mi piace rimanere inattivo. Faccio un pò di edit, cerco di sviluppare altri contatti per altri lavori, scrivo qualche progetto e, appunto, leggo Concetti Profondi, oppure faccio i compiti per casa, mi esercito con le luci. Per ora sono dentro il Lighting 102 di David Hobby, AKA Strobist. David Hobby è uno che ha suscitato diverse reazioni: alcuni lo hanno innalzato a livello di semidio, per la sua capacità di sfruttare al meglio la luce dei piccoli flash da slitta (davvero: pare che non ci sia niente che non riesca a illuminare, con un paio di SB); altri sono molto critici, perché sostengono che in realtà ci sono cose, fatte da Hobby, che sarebbe meglio fare con i cari vecchi flash a torcia o da studio.

Io ho avuto sempre un approccio indeciso, nei confronti dell’illuminazione creativa. Nel senso che, fin da quando, quasi alla fine dell’università, leggevo Le Luci della Fotografia di Bob Krist, ho sempre ammirato le incredibili potenzialità creative del flash, e della gestione della luce. Limitarsi alla sola luce ambiente, per quanto ricca di possibilità, è come imparare solo una parte dell’alfabeto, e non tutto (e non vale citare come controprova fotografi che hanno sfornato capolavori solo ed esclusivamente in luce ambiente, perché se iniziassimo questo gioco, bisognerebbe allora citare anche un sacco di fotografi che hanno fatto fior di capolavori usando solo il flash. Avedon e Newton, per dire i primi due che mi passano per la testa. Appunto: è un discorso che non ha senso, perché stiamo parlando di linguaggi complessi, sviluppati di volta in volta, e in modo coerente, dai fotografi).

Al tempo stesso, però, mi sono sempre chiesto se l’attenzione ossessiva che certi fotografi sembrano avere per l’illuminazione non sia un modo elaborato per mascherare la mancanza di idee su altri fronti. Così, ho mantenuto il mio scetticismo, ed ho lavorato in luce ambiente per un sacco di tempo.

Fino a che non sono andato a visitare i Laboratori Nazionali di Frascati. Lì mi si è acceso un campanello: sono convinto di avere fatto un buon lavoro, ma che avrebbe potuto essere infinitamente meglio, con i giusti strumenti visivi, con la giusta “cassetta degli attrezzi”. E allora ho iniziato a informarmi: a dire il vero, la rete è anche troppo piena di consigli e risorse, per chi le vuole cercare. Dapprima ho cercato di approfondire il ttl, il campo prediletto di Joe McNally. Ma visto che c’ero, ho messo in manuale il flash, e ho cominciato a studiare Strobist. Cosa che consiglio di fare a tutti, fotografi professionisti e amatori, perché, nonostante capire l’illuminazione non sia proprio una passeggiatina (non si possono usare i “trucchi”, se si vuole davvero gestire la luce), si viene ripagati con un’impennata della qualità, e un aumento del proprio linguaggio. Un modo, se si vuole, di differenziarsi dal marasma di persone che, vestendo l’abito dei puristi, ostentano rifiuto e ignoranza della luce artificiale, e finiscono per fotografare tutti alla stessa maniera.

Tutto questo, fermo restando che ci sono anche altre cose su cui bisogna concentrarsi per riuscire a fare belle foto. E su questo, si torna al punto di partenza: il giusto equilibrio tra l’illuminazione, la tecnica, e lo studio di quisquilie come estetica, composizione, storia della fotografia, e di altre cose meno connesse alla fotografia, ma che comunque sviluppano una sensibilità essenziale quando si fotografa. Cosa ne pensate, due lettori? Riuscite facilmente a tenere in equilibrio tutti le parti del vostro lavoro, o preferite concentrarvi di volta in volta su una? Pensate che ci siano parti che sono separate tra loro, o lo sono solo in apparenza, e in realtà svilupparle vi aiuta poi a procedere in modo corale?

Internet Creativa

Mi piace vivere questi tempi. Nonostante siano duri e difficili e il futuro sia abbastanza incerto (ma quando, esattamente, il futuro è stato certo e tranquillo?), stiamo vivendo un’epoca di cambiamenti radicali e di progresso. Un’epoca che è interessante vivere e respirare (e di cui mi piacerebbe essere l’umile testimone).

Per esempio, è di ieri la notizia secondo cui Google avrebbe inventato l’automobile automatica, che si muove da sola nel traffico, capisce quando evitare un incidente, e, immagino, suggerisce la strada migliore in base alle condizioni di traffico. Cose che si erano solo lette nei libri di fantascienza, e viste in qualche film, ora potrebbero diventare realtà nel giro di pochi anni.

Questa mattina ho ricevuto un link. E’ una presentazione di Google intitolata The Creative Internet, in cui vengono mostrati tutti i cambiamenti più interessanti nella cultura odierna (o, quantomeno, i tentativi più interessanti di cambiamento). Cambiamenti guidati da internet, o che nella rete trovano il loro sbocco. Prendetevi del tempo per fare caricare le slides (sono cariche di video e foto) ed esploratele con calma. C’è molta roba, e molto interessante a volte. Per esempio, i video di Pes, tutta la sezione sul Data Journalism, i video che uniscono Stop Motion e Light Painting, il sito BBC che rapporta le grandezze dei fatti del mondo ad altre zone geografiche (per esempio: che sarebbe successo se il disastro del golfo fosse avvenuto in mediterraneo?), il racconto – Mongoliad – che Neal Stephenson sta scrivendo con una comunità on line…..

Il mio preferito? Lo User-Generated Star Wars, Star Wars Uncut. Mi ha messo voglia di fabbricarmi una stanza – Millenium Falcon.

Fotografi e artisti/3

Ancora sul tema di cui ho parlato negli ultimi due post. C’è un intervento interessante di Michele Smargiassi a proposito dell’aiutino vergognoso: la fotografia, agli inizi, non fu per niente accettata dalla comunità artistica, e ci furono diverse reazioni. Conoscevo quella, famosa, di Baudelaire, che rimproverava alla fotografia di essere una sorta di ripiego per artisti incapaci. Ma non conoscevo altre sfumature: chi passò dalla parte del “nemico”, o chi, addirittura, distruggeva la fotografia da cui si era ispirato per fare un ritratto.

Se non altro, quello era un periodo in cui si avevano idee chiare. La fotografia era bassa, popolare, artigiana. E, quindi, non artistica, garantito al cento per cento.

Il post di Smargiassi si trova QUI.

Immettere titolo qui

Come ogni mattina, scendo a prendere il giornale. Lo so, sono una specie di dinosauro, non ho ancora fatto trent’anni e già mi attacco a questo feticcio cartaceo, pieno di notizie già vecchie, e che quanto prima scomparirà a causa della crisi. Ma il giornale è ancora l’unica tecnologia che, senza bisogno di fili, collegamenti, attesa per caricare il sistema operativo, e ricerca su Google, mi dà un quadro chiaro di quello che succede in Italia e, soprattutto, nella città.

A dire il vero, la vera ragione per comprare il giornale, per ora, è questa: una serie di notizie locali, e l’agenda. Tutte cose che a cercare su internet ci sono, ma sparse nel purgatorio dei siti di livello locale. E io non ho voglia di cercare per un quarto d’ora se ci sono mostre interessanti. Mi faccio una prima idea con il cartaceo. E l’idea che mi sono fatto, questa mattina, è che c’è una certa confusione con i termini.

Prendiamo, per esempio, una mostra fotografica. Quand’è che l’autore deve essere chiamato “artista”, e quando “fotografo”? Sembra, a una osservazione empirica, che il titolo di artista valga di più di quello di fotografo: i giornalisti usano artista quando vogliono dipingere un personaggio un pò strambo che fa della Ricerca su concetti alti. Una cosa intellettuale, una specie di libro, ma fatto con le fotografie. In questo caso, l’Autore è avvicinato di più al Pittore, l’Artista per antonomasia, che crea a partire da un’idea che ha dentro di se, e la rende visibile. La fotografia come specchio, per riprendere la metafora usata da John Szarkowski nella sua mostra Mirrors and windows. Un modo per riflettere la propria identità e la propria psicologia, e scavarci dentro.

Il termine fotografo, invece, sembra essere più utilizzato con finalità alchemico/artigianali. Il fotografo è quello che, per qualche motivo, sa usare meglio della media macchine, pellicole e luci, e che combina tutti questi ingredienti per farci vedere delle cose, belle, brutte o strane. L’autore è quindi uno come noi, che non fa altro che rendere visibili delle cose che già ci sono. La fotografia usata come finestra sul mondo che ci circonda, come punto di osservazione, più o meno oggettivo, su una realtà misurabile. Anche se secondo me in ogni fotografia ci sono aspetti dell’uno e dell’altro modo di intendere il mezzo (specchio e finestra), i giornali, in quanto rappresentanti di un senso comune più largo, tendono a considerare, e nominare, come artistico e alto ciò che mette mano sulla realtà, e come artigianale ciò che si “limita” a prenderne atto.

Non che le cose siano così semplici. Mi è capitato più di una volta di sentirmi chiamare “fotografo”, e sempre per un motivo diverso. E sempre più di una volta mi è capitato che il titolo di fotografo mi fosse negato, sempre per i motivi più diversi. Ad esempio, quella volta che mi hanno proposto di partecipare a una mostra amatoriale, riservata a non professionisti. Ho fatto notare che quella clausola mi impediva di partecipare, e mi è stato risposto “perché, tu già ti senti professionista?” Ho dovuto rispondere che la maggior parte del mio tempo e delle mie risorse sono dedicate sempre a realizzare fotografie, e che i miei unici introiti arrivano da questa attività. Dunque, non so se ci si debba sentire o meno professionali, ma in quella condizione credo che si, si sia un fotografo.

Altre volte, mi si chiamava fotografo perché maneggiavo macchine più grandi della media. Altre ancora, ero un fotografo perché parlavo di fotografia e cultura dell’immagine. Insomma, ci sono delle idee un pò confuse, e non solo nei giornali. Pare che essere un fotografo dipenda, di volta in volta, dal sapere utilizzare attrezzature complicate, da un fatto economico, o dall’essere incasellati in figure professionali precise (il fotoreporter, il paparazzo, e così via). Mentre sull’essere artisti ci sono altre idee in merito, ma ho l’impressione che siano idee che tendono a escludere i motivi per cui si è fotografi. Per dire, ricordo un’intervista a Berengo Gardin in cui il maestro escludeva categoricamente di essere un artista, ma di essere un umile fotografo: i veri artisti, diceva, sono i suoi soggetti, che si sono disposti in un certo modo. Lui si è limitato a fare scattare l’otturatore.

Quand’è, allora, che ci si può definire fotografi, e quando artisti? E’ davvero così netta, la distinzione? E se lo è, per quali motivi e quali linee di demarcazione? Non sono responsabili anche i fotografi per questa confusione? Essere fotografi significa mettere insieme una serie di pratiche, economiche e tecniche, o si va anche oltre?

From here to there…

Sto preparando le valigie per un viaggio di una decina di giorni a Milano. Alcune cose della vecchia casa da prendere, e in più il bisogno di prendere fiato, incontrare qualche amico, e guardare qualche mostra.

In verità, ho proprio una gran voglia di andare a qualche mostra. Penso che vedrò quella di Doisneau al Forma, quella su Dalì e Francesca Woodman al Palazzo Reale, e quella di Steinmetz da Micamera. Sto pure pensando di comprarmi il catalogo di “From here to there”, la mostra di Alec Soth in corso al Walker Art Center.

Ultimamente, come si sarà notato, mi piace molto la fotografia di Alec Soth. Sia per il suo stile peculiare, che mischia documentarismo, fine – art e fotografia di viaggio alla Robert Frank, riuscendo a fare fotogiornalismo in un modo del tutto diverso e molto più personale rispetto a come viene comunemente interpretato il reportage. Ma il motivo per cui mi piace seguire Soth è il suo continuo lavoro sul processo creativo. Negli ultimi giorni, sul suo blog, Soth sta proponendo una serie di assignment per i suoi lettori, in cui assegna dei compiti fotografici. La cosa più gustosa dei compiti è, ovviamente, la serie di limitazioni poste da Soth, limitazioni che in realtà sono chiaramente delle tecniche che lui usa per stimolare la creatività e i progetti. Il primo assignment è stato fotografare una lista di cose (che, si è scoperto poi, era molto simile alla lista che Soth usava fotografando Sleeping By the Mississippi). Quello attuale prevede di mettere in moto, attivamente, una storia, seguendo le tracce della propria curiosità o, certe volte, del caso.

Questo gioco in realtà era già stato suggerito da Soth nel suo vecchio blog, ora archiviato. Solo che lì era meno strutturato, somigliava di più ad una improvvisazione jazz (il che, per inciso, rende questo genere di fotografia ancora più simile, per assonanza, a quella di Robert Frank). In ogni caso, anche quel blog è un buon punto di osservazione per osservare una mente creativa all’opera, e per trarre ispirazione, spunti e idee.

A presto! Spero di postare presto le mie impressioni sulle mostre milanesi.

p.s.: ieri sono andato a fotografare, per la mia agenzia, la Libreria Altroquando, che domenica, durante la visita del Papa a Palermo, ha ricevuto una “visita” da parte della polizia a causa di uno striscione poco gradito. Mi ha fatto piacere conoscere i due gestori, persone veramente simpatiche, e mi ha dato l’impressione di essere un luogo, uno dei pochi luoghi rimasti in Italia, in cui la cultura non è solo il pretesto per mettere su un supermarket, ma una cosa che si respira e che fa vivere. Consiglio a chiunque sia di passaggio a Palermo di farci un salto.

Se ci fossero scorciatoie, faremmo tutti i fotografi….

The photography landscape is littered with the roadkill of those who think they are entitled to success. But long-term, sustainable success — especially today — is not achieved by fancy photo tricks and online “attaboys.” It’s achieved by hard work, day in and day out.

Via Blackstar Rising.

Ingiuste fotografie

Sono ancora impegnato a fotografare la Settimana Alfonsiana (qui un resoconto della prima giornata). Ritratti degli ospiti (ieri ho fotografato Vito Mancuso, oggi è il turno di Guglielmo Epifani) e della situazione. Fatta eccezione per le luci, neon ai vapori di sodio che mi fanno venire gli incubi da due notti, non è una situazione di per sé molto impegnativa, così posso ascoltare le conferenze, che sono organizzate come esecuzioni diverse di un unico tema centrale, tratto dalle Sacre Scritture. Così, il teologo dà il suo punto di vista, lo scrittore – giornalista un altro, il filosofo un altro ancora, e così via. Il tema di quest’anno è “chiunque teme Dio e pratica la giustizia, a qualsiasi popolo appartenga, è a lui gradito”

Purtroppo non ci sono critici d’arte o fotografici, sarei stato curioso di sentire come avrebbero interpretato il tema della giustizia tra gli uomini. Lo suggerirò agli organizzatori, per il prossimo anno. Un’idea che mi è venuta, riguardo immagini e giustizia, è che molto spesso, per farsi un’idea della situazione, e governare, le classi dirigenti hanno bisogno di immagini. Immagini che dipingano la situazione, immagini che a volte vanno interpretate, ma che diventano un importante strumento di controllo.

Sto pensando, per esempio, al contributo incredibile che la cartografia, la fotografia da satellite, l’elaborazione di dati visivi di varia provenienza danno nel movimentare risorse e potere ai giorni nostri. Immagini satellitari di una inondazione, paragoni tra le stesse foto di un’area colpita da un terremoto, fotografie di reportage, sono gli strumenti più potenti di cui i mass media di oggi dispongono per movimentare l’opinione pubblica e svolgere una funzione di decisione dell’agenda politica. In altre parole, la gestione delle immagini fisse, insieme alla parola scritta e ai video, varia il modo in cui risorse materiali e simboliche vengono allocate. Dunque, in definitiva, hanno un influsso deciso su come la giustizia viene somministrata ai governati.

Sono convinto che le immagini fisse abbiano molto più potere, in questo senso, e che lo abbiano acquisito soprattutto negli ultimi anni. Ma, come sempre, c’è il rovescio della medaglia. Se è vero (e penso lo sia) che un’immagine fotografica, in quanto tale, ha sempre un grado di menzogna al suo interno, allora tale menzogna può essere utilizzata per praticare e incoraggiare le ingiustizie. Mostrare cose che non avvengono, o tacere cose che invece avvengono. Per tornare all’esempio delle immagini satellitari, le foto possono mostrare la distruzione, ma non le cause profonde di quella distruzione. Ed è un meccanismo che chi comanda conosce benissimo, saturando tutti i canali di comunicazione con immagini, quando succede qualcosa di controverso. In questo modo, abbiamo l’illusione di sapere ed essere informati; ma lasciamo passare sostanzialmente intatte tutte le ingiustizie che sono connesse al fatto controverso.

Per esempio, le foto di Abu Graib hanno contribuito a svelare e a porre rimedio ad una situazione di palese ingiustizia, in cui carcerati erano torturati e seviziati. Il giusto scandalo, le scuse dell’amministrazione americana, il dibattito sul trattamento equo dei prigionieri, hanno sempre però evitato accuratamente una domanda fondamentale: era giusto, o meno, che gli statunitensi fossero lì in Iraq? Ok: domanda che veniva posta in altre sedi e occasioni; e a cui non si poteva dare risposta in modo secco. Ma qui quello che mi preme è questo: di fronte al maggiore scoop fotogiornalistico del decennio, si aveva l’illusione che un’ ingiustizia fosse venuta a galla e punita, mentre in realtà ne passava sotto silenzio una ancora maggiore.

Come sempre, quindi, bisogna contestualizzare le immagini, e chiedersi chi le abbia prodotte e con quale scopo. La scuola del reportage fotografico si basa su un vecchio, nobile assunto, che vorrebbe il fotoreporter impegnato a scovare e mostrare le ingiustizie del mondo. Questo assunto non ha per niente perso valore, anzi, è più attuale che mai. Ma si deve tenere presente che le immagini di reportage potrebbero essere usate per perpetrare altre ingiustizie, più subdole, o per tacerne altre, o ancora per narcotizzare chi potrebbe chiedere conto di quelle ingiustizie. La fotografia non è mai giusta, o ingiusta, di per sé. Lo diventa.

Ancora un po’ di fanta….

Nell’ultimo post parlavo di fotografia e fantascienza, chiedendomi come mai non ci fosse una produzione di fotografie fantascientifiche. Cinema e illustrazione, da sempre, ci fanno vedere ciò che è impossibile vedere.

La fotografia, quando si occupa di scienza e fantascienza, sembra invece mostrarci la via più semplice per capire cose complicate. Ma ammetto che detto così non sembra tanto professionale. E, soprattutto, non spiega come la fotografia ci mostri questa via più semplice, con quale meccanismo comunicativo.

Se non che, leggendo il blog (autorevolissimo, interessante: una lettura obbligata per qualsiasi appassionato di fotografia) di Michele Smargiassi, trovo un post in cui, parlando della mostra di Eleonora Rossi a Lucca che ha per tema il pentimento, l’autore si occupa di un argomento che ha parecchie affinità (mi sembra) con quello che volevo dire io.

Scrive Smargiassi:

L’ebbrezza di onnipotenza che continua a fluire nelle vene della fotografia a dispetto di mille smentite ha prodotto nel corso della storia parecchi tentativi di fotografare l’invisibile, l’astratto, se non addirittura il metafisico e l’ultraterreno.

Si, decisamente si. Atteggiamento che è semplificato alla perfezione da Garcia Marquez nel suo Cent’anni di solitudine, in cui a un certo punto Josè Arcadio Buendia si mette a usare il dagherrotipo per trovare la prova scientifica dell’esistenza di Dio. E, proprio come nel romanzo, la fotografia ha sempre mostrato una certa testardaggine nel perseguire questo compito.

Fino a quando la fotografia, con mezzi più o meno costosi, può mostrare degli oggetti, è, diciamo così, al sicuro. La riproduzione di microbi, particelle, o parti dello spazio profondo, o di fenomeni della fisica (l’esplosione di una mela al passaggio di un proiettile) è ancora un’impronta, un indice, una testimonianza della compresenza fisica di oggetto fotografato e supporto fotografico. Ma con oggetti meno facili? Inconoscibile, invisibile, metafisica…. Che dire, allora, del mondo fisico che ci circonda? Come si mostra, con le immagini, una particella di materia, un’onda gravitazionale, l’energia, la teoria della relatività?

Smargiassi, a proposito del pentimento, propone una spiegazione, che faccio mia:

la fotografia, quando osa affrontare argomenti che vanno oltre il sensibile e il tangibile, non può che diventare metonimia: ovvero non può offrirci che oggetti visibili per significare concetti invisibili.

In effetti. Quello che i fotografi che si occupano di scienza e scoperte scientifiche fanno, quando devono far vedere un concetto che va oltre il tangibile, non è altro che usare la parte per il tutto. Per esempio, Louie Psihoyos, quando deve mostrare una cosa come il sovraccarico di informazioni, la ridondanza e l’eccesso di materiale informativo nella nostra società, si serve di un mezzo – gli schermi televisivi – per significare quello che i Living Colour chiamavano Information Overload in una bellissima canzone.

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Ma, a ben pensarci, c’è un genere particolare della fotografia che fa sempre uso della metonimia: il reportage. Che non fa altro che selezionare pezzi di un continuum, che è la realtà, per rappresentarla. In questo caso, però, ad essere diversa è la finalità: non mostrare l’invisibile, ma riassumere un sistema – la realtà – che non si può osservare nella sua totalità senza mettere in opera una selezione, un taglio. Il che ci porta a discorsi sulla conoscibilità del reale, o sul disordine cui naturalmente tende il mondo. Disordine che la fotografia ha sempre cercato di contrastare, con i suoi strumenti: inquadratura, messa a fuoco, tempo dello scatto, luce. Tutti mezzi con cui selezionare qualcosa e lasciarne altre fuori, ridurre il rumore, trovare un codice. Di nuovo, il senso di onnipotenza. Se non altro, quando qualcuno mi dirà di sistemare quel macello sulla scrivania, potrò farmi trovare con la fotocamera montata sul cavalletto, e sostenere che sto mettendo ordine. Chissà se sarò credibile.

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