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Fanta che? Vuoi della fantascienza da bere?

Essendo di estrazione un pò nerd, lo ammetto, mi piace da matti la fantascienza. Preferisco di gran lunga leggerla che guardarla su uno schermo, visto che molto spesso i film di fantascienza sono delle ciofeche inguardabili. Ma i bei film di fantascienza sono belli davvero. Non bisogna dimenticare che IL film, imprescindibile, è 2001: odissea nello spazio.

Navigando, ieri, mi è capitato di finire, per due volte, sul sito di Douglas Trumbull. Personaggio di cui, lo ammetto, non sapevo nulla, prima di guardare la pagina su Wikipedia, ma che in un attimo mi è diventato familiare: regista e produttore, ha realizzato gli effetti speciali di filmetti come Blade Runner, Incontri Ravvicinati del Terzo tipo, Star Trek e lo stesso 2001. Uno che la definizione di “effetti speciali” l’ha inventata, così come la conosciamo oggi. Ed è interessantissimo vedere i video in cui Trumbull svela i metodi, tutti analogici, con cui ha realizzato scene rimaste impresse a generazioni di spettatori. Non posso fare a meno di pensare a una qualsiasi città futura come se fosse uscita da Blade Runner, per esempio, con il clima impazzito, le industrie che divorano risorse, luce, spazio, che ne segnano il profilo de – umanizzato. Mondi forgiati nell’acciaio….

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La fantascienza, da sempre, ha, tra gli innumerevoli compiti che si è data, quello di farci vedere, letteralmente vedere, il mondo del futuro, come sarà, come potrebbe essere, e, forse, come già è, in versione estremizzata. E, dato che deve far – vedere, il ruolo del cinema, e dell’immagine, è sempre stato fondamentale nella fantascienza. Mi vengono in mente diverse sequenze, in cui il centro dell’inquadratura è l’occhio. Ma, ancora di più, mi viene in mente tutta una sottocultura di locandine, poster e copertine di libri che, di fatto, hanno segnato l’iconografia del genere, dagli anni ’40 in poi. Per esempio, in Italia, i libri di Urania sono sempre stati inconfondibili per il design delle copertine:

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Negli anni ’90 passarono a design più futuristici. In fondo, il cyberpunk iniziava a consolidarsi, “fantascienza” in quegli anni significava di più lunghi viaggi in freddissimi circuiti e reti telematiche, e anche la grafica cercava di adeguarsi, cercando di imitare questa freddezza cibernetica:

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Urania è sicuramente un punto di riferimento, anche visivo, per chi abbia seguito la fantascienza in Italia. Ma bisogna dire che anche altre case editrici hanno saputo darsi uno stile di riferimento. Per amor di brevità, ricordo solo i tipi di Fanucci, che stanno ripubblicando tutta l’opera di Philip K. Dick,  che hanno creato uno stile molto più minimale e iconico, rispetto a quello di Urania, ma che è efficacissimo, secondo me, nell’evocare atmosfere futuristiche piazzando l’essenziale nella copertina.

E la fotografia? Qui il discorso si fa interessante. Non credo esista settore editoriale, o grafico, in cui la fotografia venga usata meno, che nel settore della fantascienza. Si, ok: c’è tutta una produzione di fotografie, nate per scopi scientifici, che vengono rielaborate e usate come copertina. Penso a immagini di pianeti, galassie, e ai capolavori prodotti da Hubble, su cui bisognerebbe fare mostre su mostre. Ma, che io sappia, non esiste una produzione di foto fantascientifiche, propriamente dette, che interpretino la copertina di un libro, o la locandina di un film, con i mezzi propri dell’immagine fotografica.  Forse perché nel momento stesso in cui una scoperta, un’invenzione, una teoria scientifica, vengono fotografate, diventano meno fantascientifiche, più parte del reale. In fondo, la fotografia ha sempre avuto il ruolo di testimoniare la realtà; e questo potrebbe essere una delle dimostrazioni più lampanti.

Ho sempre pensato che fotografi di scienza come Peter Menzel, Louie Psihoyos e George Steinmetz, tra gli altri, hanno un certo tocco fantascientifico. Il che credo che sia dato dalla capacità di interpretare, in modo iconico e con gli strumenti della fotografia, importanti intuizioni della ricerca e della filosofia. Il compito del fotografo di (fanta)scienza quindi sarebbe fare vedere il difficile da capire, più che fare vedere l’impossibile da vedere. In questo, probabilmente, la fotografia si distanzia sia dal cinema, a cui da sempre abbiamo chiesto di rendere visibile l’impossibile da vedere, che dall’illustrazione, che può mostrare tutto ciò che gli occhi, probabilmente, non vedranno mai. La fotografia, quando si occupa di illustrare la scienza, lo fa per mostrare ciò che già esiste, ma che ancora non è stato capito (ovviamente non sto parlando di fotografia scientifica propriamente detta, dove la fotografia viene usata come strumento oggettivo di conoscenza. Anche se, a pensarci bene, anche quando la fotografia diventa più simbolica e interpretativa, lo fa per diventare un oggetto di conoscenza: per mostrare la scienza anche a chi non è un addetto ai lavori).

Discorso lungo, e complesso, e passibile di diverse critiche, me ne rendo conto. Ma parliamone: digitando “science fiction photography”, su google, ho trovato il progetto “Where I write: fantasy & science fiction authors in their creative spaces”, del fotografo statunitense Kyle Cassidy. Una serie di ritratti di scrittori di fantascienza ripresi nel loro studio. Idea grandiosa, ma, purtroppo, mancano i migliori: Neal Stephenson e Valerio Evangelisti. Mi toccherà rimediare.

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Trovare soggetti sparsi

Una delle cose più difficili che trovo fare, da quando ho iniziato a fare questo lavoro, è individuare soggetti di cui occuparmi. A dire il vero, era una cosa difficile già prima, quando mi divertivo a scribacchiare storielle, e quando lavoravo in una radio locale di Bologna durante l’università (ah! bei tempi).

Trovare un argomento di cui parlare, una storia da raccontare con le parole o le immagini, non è mai stata una cosa facile; e non devo essere il solo a trovarmi in difficoltà, se nei corsi  di giornalismo di tutto il mondo una delle prime cose che vengono affrontate, è proprio cos’è la notizia e come si trova. (con scarsi risultati globali, devo dire). Io di solito sto lì a cercare, navigare su internet, leggere libri, parlare con le persone, sempre pronto a cogliere un’idea, a capire se ci sono cose che posso seguire e fotografare. Faccio i compiti per casa: mi dedico ad attività creative e rilassanti, in cui la mia mente può vagare, leggo e faccio cose che non hanno nulla a che vedere con la fotografia, tengo un diario, vado alle mostre. E ovviamente, nonostante tutti questi tentativi di rendere sistematica la produzione di idee, quelle maledette vengono sempre fuori nei modi più impensati. Facendo due chiacchere con la nonna, guardando un noioso calendario di foto – cartolina, bevendo caffé. Anzi no, bere caffé non ha effetti sull’ idea – finding: con tutto quello che mi bevo ogni giorno, dovrei avere un paio di idee rivoluzionarie a settimana. Invece, di rivoluzionario ho solo il caratteraccio.

Ho sperimentato anche qualche tecnica, di quelle consigliate dai coach. Brain storming, visualizzazione creativa. Ma il brainstorming mi è sembrato solo un modo faticoso per tirare fuori dalla testa, in un battibaleno, un mucchio di banalità che altrimenti sarebbero emerse con lentezza. Alla fine, guardi il foglio, e valuti che le idee (che ovviamente hai scritto senza giudicare, proprio come ti hanno suggerito) fanno schifo. Appallottoli il foglio, e ricominci.

Ma prima o poi l’idea salta fuori (credo grazie a tutto il lavoro preparatorio, chiamiamolo così). Di solito, sotto forma di un argomento, più o meno grande, che vuoi affrontare. Una volta, al mio master in reportage, un tizio se ne uscì con l’idea di fare un reportage sul medioevo. Punto. Panico tra gli altri partecipanti. Misurata reazione del Prof., Sandro Iovine, che in quei momenti (e sono tanti) immagino faccia brainstorming passando in rassegna nella sua mente tutti i modi più raffinati di uccidere. Un reportage sul medioevo; ma ho sentito anche di idee di reportage sui vulcani, sulle tigri, sulla società italiana, sul problema del riscaldamento globale. La gente ha aspirazioni elevate, senza dubbi.

Ora: preparare un reportage ricorda spesso il preparare un testo argomentativo (per certi aspetti. Per altri, è più simile al poetare). Nella fase di studio e circoscrizione dell’argomento, è meglio attenersi ad una semplice regola: più ristretto il soggetto, meglio si può maneggiare. Più che “vulcani”, meglio “eruzioni notturne dello Stromboli”; più che “riscaldamento globale”, “pale eoliche a Sambuca di Sicilia”, e così via. Restringere. E, alla fine, avere un soggetto di cui si può sapere, e fotografare, una porzione grande di ciò che c’è da sapere.

Ok. Ma, una volta che abbiamo il soggettone, l’argomento della storia, abbiamo finito? Ach nein! Qui diventa ancora più difficile, mannaggia alla fotografia. Io di solito mi incaglio proprio in questa fase. Immaginare reportage è facile. Immaginare come farli, è quello che distingue un fotografo vero da…. beh, da me. Ci sono saggi, libri e interi workshop succhiasoldi dedicati all’argomento. Il consiglio su cui tutti convergono è: sezionare il soggettone in tanti piccoli pezzi, che si possano seguire singolarmente, e poi fotografarli massivamente, più volte, in modo esauriente. Questa cosa chiama in ballo diverse abilità, come il sapere visualizzare in anticipo una storia, il sapere come la si vuole raccontare, l’impostazione e altre amenità simili. Tutte cose che presuppongono una buona conoscenza del soggetto. E qui iniziano le leggende: fotografi di National Geographic che scrivono 10 parole chiave su tovaglioli di bar, altri che si appuntano cose a biro direttamente sulle mani mentre fotografano, fotografi che tengono interi schedari per tenere in ordine il filo della storia….

Devo dire che è con una certa soddisfazione che ho letto il post di Alec Soth in cui lancia il progetto “From here to there”. Soth (che in passato aveva un blog molto migliore di quello odierno, molto più divertente) spiega che un trucco che usa per fare foto è scrivere una lista di soggetti su cui è curioso, e semplicemente uscire a cercarli. Anche se poi non li trova, l’atto stesso di cercare dei soggetti lo spinge a uscire, a fotografare, a sentire cosa succede nel mondo. Credo che sia un’idea grandiosa. Anch’io voglio scrivere la mia lista di soggetti. Tipo: progresso scientifico, musicisti jazz, uomini con il cappotto, cucine degli anni ’70. (ma la soddisfazione per aver letto quel post era un’altra. Era per aver scoperto che persino i grandi fotografi devono ricorrere a del lavoro per stimolare la creatività. Non una grande scoperta, ma fa bene rinfrescarla ogni tanto. E ci mette sullo stesso piano: io sono convintissimo del fatto che, con il dovuto impegno e lavoro, tutti possiamo riuscire a fare quello che vogliamo. Magari non diventeremo Alec Soth. Ma nemmeno rimarremo dove siamo).

E’, ripeto, un bell’esercizio da fare. Ma andrebbe integrato. I soggetti che propone Soth, infatti, sono, sembrano, slegati tra loro. E allora mi viene da chiedermi: c’è, dietro questi soggetti, un soggettone più grande che li racchiude? Un reportage in cui possono entrare piloti stranamente bassi, che, con in una mano una valigia e nell’altra un bambino che dorme, parlano con guardiani di musei in cui sono esposti quadri e pitture amatoriali, ma che preferiscono andare al bar accompagnati da una pecora che guida una berlina verso la cassa. Uhm. Dovrò pensarci. Forse è qualcosa sul riscaldamento globale?

In ogni caso, quell’elenco mostra dei soggetti (apparentemente) slegati tra loro (ed una delle obiezioni che si potrebbero muovere è che sono slegati fino a che non è una fotocamera a legarli), ed è una cosa che mi piace tantissimo, visto che slega la fotografia, la fotografia di reportage e documentaria, dal doversi occupare di una storia. Esistono anche ricerche di soggetti che non devono essere per forza condotte con un macro – soggetto in mente. Esistono micro – storie. Esistono fotografie, pure e semplici, scattate per pura e semplice curiosità. Il che è, di nuovo, una cosa un pò banale da ricordare. Ma non fa male farlo. Non per me e per i miei due lettori, almeno. Io non sono il genere di fotografo che passeggia sempre con la macchina in tasca, e quando esco con l’attrezzatura, devo avere una storia, per quanto piccola, in mente. Retaggio della mia formazione, degli insegnamenti del mio maestro e delle mie letture (chi tratta meglio della scelta del soggetto, e della divisione in sottogeneri, è David Hurn di Magnum, nel suo On Being a Photographer. Credo ci sia anche un pdf gratuito in giro per la rete, ma non ne sono sicuro). Ogni tanto vorrei liberarmi di questa “costruzione”, e secondo me inquadrare la ricerca di foto come fa, in questo caso, Soth, può rendere le cose più divertenti. Una lista di soggetti totalmente random. Penso che scriverò presto la mia. Chissà come sarà contento, il Direttore.

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Impegno per impegno

I primi giorni di settembre sono dedicati (o, almeno, io li dedico) da sempre al passaggio da una fase dell’anno all’altra. Non si è più nel cuore dell’estate, con i suoi ritmi lenti, le immersioni e le paste coi ricci. E non si è ancora nella macchinetta tritacarne dell’inverno, con il suo freddo, il suo lavoro continuo. Così, uso questi giorni per ricaricarmi e prepararmi, riprendere contatto con il lavoro e tutte le cose da fare, rimettermi a leggere, a sintonizzarmi con il mondo.

(mi piace tanto, da che io ricordi, seguire il festival di Venezia in questo periodo. E non per il festival in sé, ma perché trovo che sia un bel modo di tornare a impegnare la testa, che durante l’estate è stata impegnata a pensare ad altre cose, o a non pensare e basta)

Questa estate è stata strana: mai più di due giorni fermo, sempre in giro, per la Sicilia, per i mari che la circondano, o per la mitteleuropa (a giorni pubblicherò le foto del mio viaggio automobilistico Palermo – Vienna. Medio formato in bianco e nero, maledetta la mia anima fighetta). Un sacco di caldo, e qualche foto. Anzi, parecchie foto. Tutte cose che mi hanno fatto trascurare un pò gli aspetti, chiamiamoli così, da ufficio del mio lavoro: spedire le mail, tenere gli edit aggiornati, contattare la gente, fare le telefonate, sollecitare la gente che non ti paga…. Il lato che, agli occhi di chi mi circonda, è più rassicurante: per qualche strano motivo, la gente non ti fa domande quando dici che il tuo lavoro consiste nello stare seduto a una scrivania davanti a un computer, e nell’avere una pausa pranzo.

Così, in questi giorni di settembre, che di solito la gente usa per avere delle impressioni (o, almeno, dai tempi dell’omonima canzone, è obbligatorio avere delle Impressioni di Settembre, e di condividerle. “Caro, ho come l’impressione che ‘sto pesce non sia proprio fresco”. “cara, la tua è proprio un’impressione di settembre”. E parte il giro progressive di organo Hammond), io li sto usando per rimettermi al passo. Aggiornarmi, scrivere mail e progetti, chiamare la gente per farli leggere. In teoria dovrei essere contento: lavoro otto ore al giorno, e quando mi chiama qualcuno non rispondo più “si, sono libero: faccio il fotografo”, ma “no, sono in ufficio al lavoro, vediamoci in pausa pranzo”. Che poi, l’ufficio non è altro che una stanza di casa. Eppure, mi sembra di sprecare del tempo. Si può sprecare del tempo lavorando?

A quanto pare, si. Nel senso che ci si tiene impegnati con mille cose, ma il lavoro, quello vero, quello creativo, non va avanti. Ne parlano, a zonzo per il web, un pò di blog dedicati alla creatività, e all’economia ad essa connessa. I miei preferiti: Permission to Suck (il cui Manifesto è proprio una bella lettura e fonte di ispirazione) e Lateral Action, soprattutto nel post intitolato Foolish Productivity). Tutti ruotano intorno all’idea che spesso questo tenersi occupati sia una trappola mentale. Molto spesso, l’individuo creativo deve lottare con tutta una serie di pensieri, che mi piace immaginare come tante versioni in miniatura della Bestia BugBlatta di Traal. Una bestia enorme, spaventosa e letale, ma del tutto stupida. Per eluderla, la Guida Galattica per Autostoppisti consiglia di bendarsi: la Bestia BugBlatta pensa che, se la vittima non può vederla, neanche lei può vedere la vittima, e la lascia in pace. Ecco, i pensieri bloccanti sono di questa portata: spaventosi, sembrano ineludibili e davvero insormontabili, finché non si scopre che hanno la stessa consistenza di un’asciugamano sulla testa. Uno di questi pensieri è “non ce la farò mai, è matematico” (segue alzata di spalle). Un altro è “gli altri sono in grado, io no, io non posso fare queste cose speciali” (ancora un’alzata di spalle). Un altro ancora è “il mio lavoro non mi porterà da nessuna parte” (alzata di spalle con salto carpiato). E, per finire questa carrellata (assolutamente non esaustiva: i cattivi pensieri, come parlamentari e tasse, cambiano di numero solo per crescere, mai per diminuire), “se lavoro con i ritmi che la società giudica rispettabili, nessuno mi guarderà male quando dirò che il mio lavoro è disegnare nuovi modelli di panchine per elefanti marziani” (alzata di spalle. A questo punto si è capito, suffragati dagli autorevoli studi del prof. Anacleto J. Amigdala, che questi pensieri provocano un riflesso al Gran Simpaticone del cervello, che per sottolineare la Veridicità Semantica Assoluta del concetto appena espresso, manda un impulso alle spalle. E’ un riflesso condizionato quindi! Come il canuzzo di Pavlov….).

In altre parole, cerchiamo di lavorare con quei ritmi perché la società ci ha detto che se non si tiene un orario 9-17 in una qualche attività, non si è produttivi. Ma bisogna proprio stabilire quand’è che un giornalista, un fotografo, un grafico, un designer, siano produttivi. Spedire mail, scrivere progetti, sono senz’altro strumenti essenziali di una professione. Ma si può dire che aumentino la produttività? Io dico di no. Le idee, e la loro realizzazione, avvengono in tutt’altro contesto, e questo contesto non è quello definito da Thunderbird e dal suo simpatico suono di “Inbox piena. Hai 127 messaggi da leggere. Se non li termini entro un’ora, il tuo computer regredirà a un Commodore 64″. Certo, senza tutto il lavoro di sostegno, le idee non si realizzano. Ma se tutto il tempo viene preso da quello, che cosa rimane?

Quindi: va bene il passare il tempo in ufficio a sbrigare faccende: nessun professionista che voglia definirsi tale non lo fa. Ma spesso questo lavoro tende a prendersi tutto il resto. Il che è male. Bisognerebbe trovare il tempo, l’equilibrio mentale e l’organizzazione per confinare tutto questo a un tempo definito, e passare il resto delle giornate, o della settimana, a cercare idee e a realizzarle.

La morale? Invece di continuare a scrivere mail, o di fare una noiosa selezione, ho passato il tempo scrivendo un post. E, dopo averlo scritto, mi sono reso conto di avere un’ottima scusa per mettermi a leggere Anathem senza sentirmi in colpa. Salute, dudes.

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Imprevisti…

Si, lo so: non ho continuato con gli umbrellas diaries, le mie cronache sconclusionate dello Sciacca Film Fest. Ma c’è una ragione: sono stato chiamato e, in fretta e furia, sono partito per andare a fotografare una manifestazione a Pantelleria. Da qualche tempo al largo dell’isoletta nel centro del Canale di Sicilia si trova una piattaforma per prospezioni ed estrazioni petrolifere. La cosa fa preoccupare gli abitanti di Pantelleria per diverse ragioni, alcune delle quali sono facilmente intuibili: il disastro in Louisiana è stato meno di sei mesi fa in un bacino molto più grande e aperto del Mediterraneo; la piattaforma nel Canale di Sicilia è arrivata in gran silenzio, in punta di piedi, senza avvisare nessuno, come se volessero fare le cose di nascosto; e per di più, in questo periodo pare che le compagnie petrolifere si siano scatenate a chiedere permessi di ricerca ed estrazione in tutto il mediterraneo, soprattutto dalle parti della Sicilia (vedi il caso emblematico di Sciacca, dove una società con capitale sociale particolarmente nullo stava per accaparrarsi un permesso di ricerca in una zona sensibilissima, ad alta sismicità e con un patrimonio, naturale ed economico, da proteggere).

Ci sono diverse ragioni per non stare tranquilli, per fare sentire la propria voce. E io, che un pò sto seguendo questa storia dall’inizio, mi sono aggregato alla spedizione. In sovrappiù, mi sono fatto portare proprio dalle parti della piattaforma, per fotografarla.

Quello che mi ha fatto più impressione è la sua grandezza. Sembrava una enorme zanzarona, immobile nel mare un pò mosso. Fotografarla non è stato facile, perché, a parte la detestatissima luce di mezzogiorno (ma è mai possibile che tutte le cose interessanti, ultimamente, sembrano accadere quando la luce è orribile?), si ballava non poco a causa del maestrale. Ma alla fine sono tornato con delle buone immagini, la fotocamera un pò impregnata di salsedine, e la soddisfazione di non essermi fatto prendere dal mal di mare neanche una volta.

Ieri mattina, invece, ho fotografato un gruppo di giovani imprenditori siciliani, che stanno lanciando sul mercato una nuova tecnologia in grado di ottimizzare la resa delle coltivazioni. Mi hanno spiegato con entusiasmo come funziona la loro tecnologia, mi hanno portato con loro a zonzo per i campi, abbiamo chiaccherato su ciò che significa rimanere in Sicilia e investire sulla propria crescita qui. E, ovviamente, ho fotografato: un pò di reportage su ciò che fanno nei campi, e ritratti, individuali e di gruppo, con la loro invenzione. Mi piace fotografare chi cerca di fare impresa e di innovare in realtà del Sud: molto spesso, sono persone che si ostinano a credere che si possa vivere in modo normale, persino nel meridione.

Purtroppo, né di Pantelleria né degli scatti di ieri mattina posso pubblicare niente: siamo in attesa di pubblicazione. Ma posterò sicuramente qualcosa.

Che mestiere strano, pazzo e imprevedibile, il mio. In tre giorni, sono passato dal Cortile Orquidea dello Sciacca Film Fest, a una barchetta che mi ha portato in mezzo al Canale di Sicilia e sotto una piattaforma petrolifera, a una motovedetta della Capitaneria (da cui ho seguito la manifestazione a Pantelleria) alla tenuta di Donnafugata per fotografare i miei giovani imprenditori. Non si può dire che non mi faccia vedere il mondo. E, credo, la sua ricchezza è proprio questa: farmi vedere il mondo.

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10 consigli su come fotografare per una mostra….

….ed essere sicuri di essere applauditi dalla propria mamma. E’ estate, e tra un pò, con il mese di agosto, arriveranno i turisti, il caldo che incoraggia il consumismo marittimo, e qualche festival fotografico.

Nei festival di agosto, di solito organizzati da volenterose, e onorevolissime, associazioni culturali, torme di foto – amatori manderanno le proprie foto tutte uguali con pretese artistiche inversamente proporzionali all’originalità. O, quantomeno, alla ricerca dell’originalità. Tramonti, campi di grano, contadini sudati, maschere del Carnevale di Venezia e gli immancabili dettagli scandiscono la cultura visiva di un paese, il nostro, che è pieno di solisti e di fotografi artisti quotatissimi nel mercato fotografico del tinello di casa.

Ma, si sa, la competizione nel mondo fotografico è spietata, e nel mondo amatoriale è addirittura feroce. Come fare dunque ad assicurarsi l’apparizione nell’ambita mostra della Proloco di Pizzighettone di Sotto? Basta seguire le 10 regole base per un perfetto scatto da mostra fotografica. Seguendole, il fotoamatore più furbo si assicurerà l’apparizione nella mostra, applausi e gloria imperitura.

Le regole:

  1. Un tramonto è arte. Chi fa una foto di tramonto, per postulato, è un artista, e non sta facendo la stessa foto di tramonto per la decimilionesima volta;
  2. Se le tue foto non sono buone, non eri abbastanza vicino. Dunque, riempi la tua selezione di dettagli, possibilmente in cui non si capisca bene che cosa si sta guardando, se non dopo venti secondi di osservazione linea a linea;
  3. Sistematicità e organicità sono la morte dell’impeto artistico. Meglio quindi presentare selezioni il più assortite possibile. Una ventina di foto a colori con altrettanti soggetti, un paio di bianco e neri effetto seppia, e cinquanta versioni diverse dello stesso scatto reinterpretato ad libitum in sedute mensili di Photoshop, andranno bene. Sono graditissime, e innalzano il valore dell’Opera, quelle versioni che hanno causato il divorzio del fotografo a causa del troppo tempo passato al computer, trascurando i propri doveri coniugali;
  4. Il bianco e nero, si sa, è più artistico e bello. Presentare delle foto in bianco e nero è di per se sinonimo di successo. Dunque, perché occuparsi di banalità come i soggetti, la composizione, la luce o (orrore!) la messa in sequenza? Abbondare di contrasto in Photoshop dopo aver messo in scala di grigi. Sono fortemente incoraggiati effetti misti, tipo foto in bianco e nero con mazzo di rose a colori;
  5. i soggetti esotici sono belli di per sé. Abbondare con ritratti di bambini neri, possibilmente con lo sguardo affamato e un pò dubbioso di fronte al teleobiettivo da 5000 euro. Infilare anche decine di foto mal composte di animali africani: in fondo, quello che ha suscitato l’invidia degli amici DEVE per forza funzionare anche in una mostra fotografica, no?
  6. La didascalia non serve mai, la mettono solo i pedanti. Se proprio bisogna metterla, sia più vaga possibile. Evitare ogni contestualizzazione e informazione che sia utile alla comprensione della foto; se viene fatta notare l’assenza di informazioni, uscire la boa di salvataggio, “la foto deve parlare di per sé”, dimostrando al tempo stesso sicumera e una cultura fotografica che si è fermata agli anni ’80. Dell’ottocento. Abbondare con titoli vaghi, come “Assenza” sotto la fotografia fuori fuoco di un gabbiano.
  7. Il vero fotografo mette i dati tecnici nella didascalia. Sotto l’immagine di una donna africana che chiede l’elemosina, scrivere “La cattiveria dell’Uomo. Canon 5D con obiettivo turbodiesel, 1/200 f/5,6, WB tungsten, treppiedi”.
  8. Meno si vedono le ombre, meglio è. Chiudere tutti i neri. Fa arte.
  9. Abbondare con il mosso.
  10. Scegliere soggetti il più convenzionali possibile, fatti apposta per piacere alle persone. Evitare la ricerca fotografica, preferirle quella a parole. Infarcire dei termini “personale”, “intimo” e “concreto” il testo di presentazione. L’ideale sarebbe presentarsi come il classico Artista che tira fuori tutta la sua sensibilità nel mostrarci la stessa foto che abbiamo visto già centinaia di volte in altre occasioni.

C’è anche la regola 10bis. Se fai la stessa foto degli altri, sei un amatore. Se ripeti te stesso per venti anni, sei un professionista.

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Assortimento

Ci sono un mucchio di cose in costruzione, in questi giorni, di cui terrò informati i miei due lettori. In questo momento sono a Palermo, per parlare con un tipo di una redazione, e per fare un paio di piccoli lavori (una fabbrica di coppole, e vorrei andare a curiosare a Termini Imerese, per vedere che aria tira). Il prossimo mese mi installerò in un nuovo studio a Milano, ho diversi reportage in preparazione, e in generale ci sono un sacco di buone cose all’orizzonte.

In questi giorni, per chi non se ne fosse accorto, sono stati annunciati i vincitori del World Press Photo. La foto dell’anno è di un italiano (della mia età, e che vive a Napoli: da parte mia, il quadruplo di complimenti), e ben altri 9 italiani hanno vinto qualcosa (tra cui Luca Santese, uno dei miei amici di Cesuralab). Ora: non c’è più bisogno di sottolineare come il fotogiornalismo italiano sia di qualità ben superiore alla media a cui ci abituano le testate italiane (anche perché altri lo hanno fatto meglio di me). Qui vorrei solo notare un paio di cose. Per esempio, che la maggioranza dei lavori è realizzata all’estero. Di solito il canto giaculatorio, a metà tra il moralistico e il compiaciuto, è “ma i nostri fotografi sono delle fighette, quand’è che parleranno di Italia?”. Buona domanda. A cui, fino a poco tempo fa, avrei risposto che si, in effetti, la tendenza a lavorare all’estero…. Ma poi uno si ricorda di come la fotografia viene trattata per tutto l’anno dai giornali italiani: approssimazione, banalizzazione, tette, culi, fotoricatti, teste parlanti, didascalizzazione pedante. La verità è che ai giornali italiani l’Italia, così come viene presentata dai fotogiornalisti italiani, non interessa. Non la vogliono. Vogliono di più l’immagine plasticosa e prefabbricata e sciatta che dell’italia si ha nelle redazioni.

Prova del nove? Nessuno (nessuno) dei lavori italiani premiati al World Press Photo è stato commissionato. Vuol dire che ai giornali italiani il buon fotogiornalismo, semplicemente, non interessa.

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Ridondanza

Le foto e i reportage che arrivano dal disastro di Haiti, in qualche modo, si assomigliano. Non che siano tutte uguali tra loro. Ma ricordano, e fin troppo da vicino, altre foto di altri tristi disastri che sono successi negli ultimi anni. Il modo in cui sono fatte, e soprattutto gli aspetti che sottolineano, le storie che raccontano, non si distanziano molto da quelle che abbiamo visto in occasione del recente terremoto dell’Aquila, o dello Tzunami nel sud est asiatico.

Magari è solo una mia impressione. O, magari, bisogna dare tempo a chi sta lavorando sul campo di sviluppare storie più approfondite, che raccontino i diversi aspetti di una tragedia che, mi sembra, ancora non ha copertura adeguata. Paradossale, vero? Siamo sovraccaricati, di informazioni sul terremoto ad Haiti e sulla tragedia che vi sta avvenendo. Ma l’impressione che ho è che questa tragedia sia raccontata solo in parte. Che manchi qualcosa.

Un’ipotesi è che i fotografi siano già al lavoro su storie approfondite. Le quali, per definizione, hanno bisogno di più tempo per essere sviluppate. Quindi, mentre aspettiamo, quello che vediamo non è altro che una incredibile ridondanza, prodotta dai fotografi di grosse agenzie, i quali sembrano alla ricerca più dell’icona e della sensazione, che non del racconto di una storia. Sul blog di Foto8 ci sono parecchi esempi di questa ridondanza: elicotteri che decollano a distanza da folle bisognose, rovine in mezzo alle quali camminano persone disperate. Se c’è un denominatore comune, a queste foto, è la reazione, è l’autoassoluzione, è il dipingere gli haitiani come vittime di una situazione che non ha responsabili. Vero, ma solo in parte: il terremoto non ha responsabili. Ma vero anche che terremoti di potenza analoga avvengono anche in Giappone, dove non fanno tante vittime. E, se ad Haiti è andato tutto così male, una grossa fetta di responsabilità ce l’ha anche l’occidente. Il quale si autoassolve anche nelle fotografie che cerca, e pubblica.

Un’altra ipotesi è che i fotografi, al momento, siano più a caccia della didascalia, della foto iconica, del prossimo scatto che vincerà il World Press Photo 2011 (nota per chi volesse partecipare a quello 2010: sorry, ma il terremoto di Haiti è avvenuto ai primi di gennaio, queste foto non sono utilizzabili per il concorso di quest’anno), che non a caccia di storie da raccontare. Non stanno facendo il loro mestiere, in altre parole. Che dovrebbe essere quello di informare, di raccontare, di sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale, di fare vedere quello che sta succedendo. Non di cercare scatti che finiranno in una esposizione.

Forse è proprio la categoria di fotogiornalismo, che va ripensata. Forse i fotografi stanno cercando, con tutte le proprie forze, di raccontare una tragedia troppo grande per essere raccontata in così poco tempo. Ma se stanno cercando, allora è proprio l’approccio che non va: ci sono troppe foto prese a random per la città e poco racconto di come la gente stia cercando di sopravvivere. Troppa gente allarmata per strada, troppi ritratti di persone avvilite, troppe piazze piene di macerie con corpi stesi. Forse bisogna orientarsi meno alle news, e più all’approfondimento. Senza lasciare che siano i colleghi giornalisti a occuparsi di questo (ovvero: senza lasciare che siano solo loro a occuparsene).

Comunque, non tutte le foto che arrivano da Haiti sono di questo tenore. Si trovano parecchi spunti interessanti. Per esempio, è una bella idea quella della prigione, apparsa sul NYT Lens. E’ solo l’inizio di una storia, ma è un modo diverso di raccontare. Oppure, la fotografia che ha segnalato Bob Sacha. E di idee ce ne sarebbero. Cosa succede in un condominio rimasto in piedi, dopo il terremoto? Chi è rimasto, chi è scappato, che problemi ci sono? Come stanno lavorando i poliziotti di Haiti, che vita hanno? Come si stanno comportando i cittadini dell’ovest, in arrivo su navi da crociera che non hanno cambiato rotta dopo il disastro? E gli uomini di chiesa, i religiosi, cosa stanno facendo per supportare la comunità?

Credo che molti inizieranno a lavorare su questi temi, se non lo hanno già fatto, e che i migliori lavori inizieranno ad arrivare ora. Ma, per il momento, quello che vedo è una fila di fotografi con in testa la replica esatta della presa di Saigon, con l’elicottero che decolla e la folla che vuole scappare a tutti i costi. E questo, se anche farà vincere molti premi di fotogiornalismo, sicuramente non farà bene all’informazione.

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Come back….

E rieccomi. E’ passato un bel pò di tempo dall’ultimo post: ultimi lavori chiusi, ritorno in Italia, un pò di tempo dedicato a famiglia, ragazza, amici. Adesso è tempo di ricominciare a lavorare per un altro anno (a proposito: buon 2010 a tutti). Quest’anno cambierò vita, farò un sacco di soldi, e imparerò a fare il moonwalking come si deve.

Buoni propositi a parte, mi piace iniziare l’anno con una citazione, un link, e un augurio:

The successful visual journalist in the new media economy is therefore going to be someone who embraces the logic of the web’s ecology, using the ease of publication, distribution and circulation to construct and connect with a community of interest around their projects and their practice. (…) It won’t be easy (but when was photojournalism or documentary photography easy?), but the successful visual journalist will be someone who uses social media (in combination with the more traditional tools of books, exhibitions and portfolios) to activate partnerships with other interested parties to fund their stories, host their stories, circulate their stories, and engage with their stories. The social value of this is obvious, and this social value will be the basis for drawing economic value so the work can continue.

Parole di David Campbell, che ha un blog su politica e media che consiglio a tutti di leggere. L’idea di Campbell è potente, molto potente, e piace pensare che, finalmente, si sia trovata una via d’uscita allo stallo in cui il fotogiornalismo sta versando da un bel pò di tempo (perché che sia necessario trovare un altro modello di funzionamento, su quello non c’è dubbio). Quello che ancora mi lascia perplesso, è che pochi riescono a dare esempi concreti, e operativi, di come questa connessione con i social network dovrebbe funzionare, e di come dovrebbe incoraggiare l’economia. Insomma: sulla carta sembra funzionare, ma in pratica?

Io intuisco che funzionerà, anche se ancora non so immaginarmi come. ma forse tocca proprio a noi fotografi inventare modelli che funzionino. E, con l’augurio di riuscirci, e di riuscire, chiunque, a trovare il modello funzionante, auguro un grande 2010 a tutti.

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Una storiella di giornalismo italiano

E’ molto toccante leggere lettere come quella di Celli, pubblicata su Repubblica qualche giorno fa, in cui l’ex direttore Rai invita il figlio ad andare via da un paese ingessato in logiche di precariato, nepotismo, clientelismo. Ed è ancora più toccante vedere queste cose in fase di realizzazione, in diretta. Vediamo cosa succede, per esempio, a un giovane giornalista freelance che cerchi di pubblicare con un grosso quotidiano italiano. Niente nomi, ovviamente: il giovane freelance non sono io, è un mio caro amico con cui sto lavorando spesso, e dare eccessiva pubblicità alla vicenda potrebbe non piacergli.

Antefatto: esce una notizia importante, che potrebbe finire in cronaca nazionale. In Italia ancora non è stata pubblicata, e il mio amico (che chiameremo Domenico LoSciuto) chiama la redazione del Grande Quotidiano (che chiameremo Controvoce) per proporre il pezzo. Gli rispondono che si, si può fare, ma deve parlare con un giornalista che si occupa di solito di quelle cose. Domenico chiama, e si mettono d’accordo per scrivere il pezzo a quattro mani: l’articolo di Domenico sarà una parte di quello, di più ampio respiro, che sta scrivendo il Grande Giornalista di Controvoce.

Ok. LoSciuto parte a scrivere con l’energia che è abituale in questi casi. Il pezzo è bello, il tema è quello che preferisce, e, tanto per cambiare, riesce a trovare un gran bell’attacco (se c’è una cosa che ammiro di Domenico, è la sua capacità di trovare attacchi mozzafiato, e di mantenere le promesse nel resto del pezzo).  Spedisce il pezzo, e qualche ora dopo appare su internet. Uguali informazioni, un pò rimasticato, ma si capisce che il pezzo è quello. L’unica cosa che non va, è la firma: c’è solo quella del Grande Giornalista, di quella di Domenico neanche l’ombra.

Domenico incassa, ma non si dispera: in fondo, di internet non gliene frega niente, è sul cartaceo che vuole che le cose siano in ordine. Chiama il Grande Giornalista, che attribuisce la colpa del refuso ai tecnici del sito, e che promette che l’indomani, su carta, le cose saranno in ordine.

E vediamolo, ‘sto maledetto giornale: due articoli, uno a doppia firma, come promesso, che introduce la storia. L’altro, di approfondimento, in cui l’attacco è uguale, esattamente uguale, a quello di Domenico. Ma la firma, ancora una volta, è solo per il Grande Giornalista. Nessuna traccia di chi quell’attacco l’ha materialmente scritto, e di chi ha passato quelle informazioni. Un contentino per Domenico, come se già solo vedere la propria firma su Controvoce fosse di per sé un regalo. Dimenticandosi che lui per quel pezzo ci ha lavorato, e che si aspetta non solo di essere pagato (cosa che, sempre più spesso, nel giornalismo italiano sembra diventare un optional), ma di avere il proprio lavoro riconosciuto.

E la cosa più brutta è la frustrazione. Adesso non è che Domenico può mettersi a fare casino nella redazione di Controvoce, perché lui comunque ha bisogno di questo contatto, se vuole continuare a lavorare. Trattasi di tipico caso in cui qualcuno che ha una posizione di potere ne approfitta per lavorare di meno, e sfruttare il lavoro altrui senza rendergliene neanche i meriti.

Congratulazioni. Congratulazioni a giornalisti che, scrivendo di certi argomenti, vengono presi per eroi da chi li legge, e che poi si comportano nel più corporativo e mediocre dei modi. E congratulazioni a Controvoce, a cui piace dipingersi come la voce di chi resiste, e che poi è esattamente parte di questo sistema che fa finta di criticare. Benvenuti in Italia.

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Publishing….

Mi spiace scriverlo così in ritardo, ma oggi sono stato impegnato a fotografare il Pow wow canadese, a Hamilton, un’ora da qui. Hamilton una volta viveva basandosi sulla produzione di acciaio, ma oggi, a quanto pare, sta gradualmente passando ai servizi. E dell’acciaieria, ancora in funzione, non ho visto neanche l’ombra. Un pò di amarezza, se penso alla nostra Taranto e alla onnipresente Ilva….

Comunque: sul National Post di oggi, sezione weekend, a pagina quattro si possono trovare tre mie foto. Una storia che di per sé non è stata molto eccitante (semplicemente un edificio in cui si trova una scuola di restauro artistico, vicino Niagara Falls. Edificio che è usato come “laboratorio” dagli studenti, dato che è in perenne restauro), ma che mi ha dato modo di capire che, se si vuole, persino le catapecchie possono diventare spunto per una discussione costruttiva, per fare cultura, per insegnare e per fare circolare le idee….

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