Antonio Giordano

Sì, beh, questa è solo, tipo, la tua opinione amico.

Tag: Scienza

Recovery

photocrati gallery

Ho scritto diverse volte, su questo blog, del mio viaggetto di maggio/giugno sulla Sarmiento de Gamboa. Ma mi sono reso conto di non avere mai spiegato bene il significato della foto che apre tutto il lavoro.

La missione, in sé, era semplice: andare nel Golfo di Cadice, recuperare una stazione sismica  di allarme precoce per tsunami posata sul fondo del mare, e fare rotta su Barcellona, via Gibilterra. Semplice, pulito. Il problema, come sempre, si nasconde nei dettagli: Geostar, come si chiamava la stazione, era stata posata a più di tremila metri sul fondo del mare, e pesava intorno alla tonnellata. Sicuramente non si potevano usare pinne e maschera per riportarla sul gommone. Molto meglio usare una nave oceanografica (anzi: una bellissima nave oceanografica), un equipaggio di professionisti, e un Modus.

Modus è una grande campana, con un attacco nella sua sezione interna, disegnata appositamente per agganciare stazioni come Geostar e rimanerci attaccata. Tutto l’apparato, poi, viene tirato su con un grosso cavo metallico, che ha la funzione di tenerlo attaccato alla nave, e di renderlo manovrabile da una consolle in remoto. Per agganciarsi alla “sua” stazione, infatti, Modus viene pilotato dalla nave, ed è per questo che è dotato di telecamere e thrusters, che consentono la sua manovrabilità. Una di queste telecamere, piazzata all’interno, a un certo punto ha mostrato Geostar, mentre Modus si avvicinava ad essa, ed io l’ho fotografata. Ma, prima e dopo, ho potuto avere un breve, bellissimo scorcio del paesaggio a tremila metri di profondità. Un paesaggio lunare, in cui il colore svanisce e, se non fosse per le luci di Modus, non si vedrebbe nulla. Ma che mi ha affascinato: l’abisso nero, quello che ancora oggi è praticamente sconosciuto.

L’ operazione di discesa e recupero, in apparenza semplice, è in realtà una specie di incubo logistico. La nave deve stare ferma, il più possibile, per non portarsi a zonzo per il mare cavo e Modus; il verricello che aziona il cavo deve essere manovrato al centimetro, dato che, se è troppo corto, non arriva alla stazione, e se è troppo lungo fa finire Modus posato sul fondo. E lo stesso Modus, ovviamente, deve essere pilotato da mani esperte. Una operazione così, in altre parole, richiede la coordinazione perfetta di un team di almeno dieci persone, che devono tenere la nave in posizionamento dinamico e con prua al vento, per ridurre al minimo il rollio, devono calare il cavo con Modus, farlo scendere in modo ordinato, tenerlo stabile quando arriva a destinazione, agganciare la stazione, farla risalire in modo ordinato e farla arrivare sana e salva sul ponte. Roba molto, molto difficile.

Il recupero di Geostar è riuscito al primo tentativo, ritardato un pò solo da un paio di metri d’onda. Dopo aver visto riuscire il tutto al primo tentativo, e aver visto la calma e la compostezza con cui tutta l’operazione era stata condotta, ho capito che livello di competenza e professionalità ci volevano per condurre un’operazione così.

Anche se. Guardando bene, potrete vedere che il pilota di Modus ha, per guidare il Salvatore di Geostar, un bellissimo gamepad da playstation 1. Videogame d’alto mare. Mi pare fosse Crichton che diceva che in realtà ingegneri e scienziato sono semplicemente dei bimbi cresciutelli, che realizzano giocattoli più grandi. E, guardando il serio pilota di Modus lavorare come se stesse videogiocando, ho pensato fosse vero.

Confinamento inerziale

photocrati gallery

Due laser ad alta energia, che convergono su un bersaglio. Energia che viene liberata dall’implosione su sé stesso del bersaglio. Sostanzialmente, il confinamento inerziale è questo. Molto semplice a dirsi, ma difficilissimo a farsi. Ed ancora più a fotografarsi, visto che la scelta è tra non avere laser visibile, o farsi scalfire da laser ad alta energia.

Verso i primi di aprile di quest’anno ho potuto visitare il Centro Ricerche ENEA di Frascati, dove si svolgono gli studi italiani sulla fusione nucleare. I ricercatori dell’Enea studiano le tecnologie con cui si potrebbe fondere insieme atomi di idrogeno, al fine di ricavarne energia pulita e virtualmente illimitata. Per un fotografo che si occupa di scienza e di documentare la ricerca italiana, l’ Enea di Frascati è semplicemente imprescindibile.

In un primo momento, dovevo accedere solo a FTU, una sorta di reattore a fusione (anche se, a essere precisi, il termine reattore non è corretto). Poi ho saputo che avrei avuto accesso, primo in venti anni, all’impianto per il confinamento inerziale ABC. Ho portato con me un minimo di attrezzatura di illuminazione, ho seguito tutta la trafila di entrata nella camera bianca dei laser, ed ho immediatamente iniziato a fotografare i bancali su cui il laser segue il suo percorso di amplificazione (clicca QUI per le foto di ABC).

Il laser, dopo essere stato amplificato e portato ad alta energia, converge su un bersaglio da due punti, in un apparato, la camera-bersaglio, pieno di strumenti diagnostici. Ovviamente, mi è stato subito chiaro che era necessaria una foto della camera bersaglio, magari in piena attività, per raccontare bene la ricerca sul confinamento inerziale. L’unico problema era che non si poteva, per ovvie ragioni di sopravvivenza, attivare il laser ad alta energia, pena la formazione di enormi buchi su qualsiasi cosa non fosse stata protetta (ovvero: tutto, tranne la camera bersaglio, che quindi rimane chiusa). L’alternativa era il laser di controllo, quello con cui i ricercatori fanno la manutenzione dell’impianto.

E qui nasce un altro problema: il laser, a meno che non incontri qualcosa, è sostanzialmente invisibile. Normalmente questo problema si può superare spruzzando del fumo, o qualcos’altro, sul percorso del laser. All’INFN di Frascati, ad esempio, ho usato dell’azoto liquido. Ma dentro ABC non si poteva. Come fare, allora?

Uno dei disponibilissimi ricercatori, a questo punto, ha avuto un’idea: mettendo un foglio di carta sul percorso del laser si riesce a vedere un punto. Poco, ma già qualcosa. Ho pensato che muovendo il foglio di carta lungo il percorso, si sarebbe potuto mostrare, in un insieme di punti, tutto il laser. Per fortuna taaaaaanto tempo fa avevo fatto un pò di light – painting. Ho iniziato, quindi, a dare indicazioni a due ricercatori, facendogli passare un foglio di carta avanti e indietro nella camera bersaglio, per catturare la luce del laser in una lunga esposizione. L’effetto era di un’onda, più che di un fascio laser, ma l’effetto mi piaceva, quindi ho deciso che andava bene. L’unico problema era la camera bersaglio: illuminato con il light-painting, il laser era troppo debole per illuminare il resto della scena, quindi rimaneva tutto troppo buio. Ho provato a fare qualche esposizione in luce ambiente, ma i neon del laboratorio (i neon di tutti i laboratori, per la precisione) erano orribili.

La soluzione è stata usare il flash come altra fonte di luce nel light-painting. Settato il white balance su tungsteno, per avere una dominante blu, ho iniziato una serie di esposizioni. Con il flash in mano aprivo l’otturatore e sparavo subito dei lampi che illuminavano la camera bersaglio; poi davo il via ai ricercatori con la carta, per illuminare il laser; e poi ripassavo con altri lampi flash e chiudevo l’otturatore. La cosa ha richiesto un pò di prove, per settare bene il giusto equilibrio luce flash/luce laser, ma nell’insieme ho ottenuto qualcosa che mi piaceva, e che racconta bene il confinamento inerziale.

Non ho usato esposimetri per calcolare l’esposizione, né del flash né della luce laser. Mi sono affidato a un pò di esperienza per valutare potenza del flash e diaframma da utilizzare, e agli istogrammi del monitor lcd per capire quanta luce stava colpendo effettivamente il sensore.

Il ringraziamento, come sempre, va al Dr. DeAngelis ed a tutto l’ufficio stampa Enea, per avermi dato l’opportunità di realizzare quella visita, e per tutto l’aiuto che mi hanno offerto durante la mia giornata al Centro Ricerche Enea di Frascati.

Più veloce della luce

Ormai la notizia è circolata: un esperimento congiunto tra il Cern e i laboratori nazionali del Gran Sasso, dell’Infn, avrebbe scoperto che alcune particelle, i neutrini, si muoverebbero a velocità prossime a quelle della luce. Il rivelatore di velocità è l’esperimento OPERA, al Gran Sasso, un apparato di tante pellicole fotografiche che vengono impressionate dai neutrini generati al Cern. L’esperimento ovviamente deve essere ripetuto e verificato da altri laboratori.  Apprezzo molto il tono di cauta apertura dei miei commentatori scientifici preferiti, Marco Cattaneo e Amedeo Balbi, sulla questione.

Se non altro, contrariamente ad altri annunci roboanti di scoperte scientifiche, questo annuncio è stato fatto come si deve, avvisando prima la comunità scientifica, e pubblicando un paper in cui vengono pubblicati i dati. Ora vediamo che esito daranno le verifiche incrociate. Fa molto piacere, comunque, che istituzioni italiane come l’Infn, con cui sono stato in contatto più volte (QUI e QUI le gallerie delle mie visite ai laboratori di Frascati e a quelli di Catania), anche per ricerche connesse ai neutrini, e di cui conosco l’enorme valore, siano al centro di notizie e cambiamenti così importanti. Come ho detto più volte, è bellissimo vivere questi tempi, se si sceglie il giusto punto di osservazione. E le ricerche scientifiche sono sicuramente uno di quei punti di osservazione privilegiati.

Per questo mi dispiace, poi, vedere come ci si perda nei dettagli. Da questa mattina sto cercando un giornale, una rivista on line, un blog, che abbia foto fresche dell’esperimento Opera, o in generale dei laboratori del Gran Sasso. Non ce ne sono; a dire il vero – ma sono sempre disposto ad accogliere una smentita – non ho proprio trovato foto dei laboratori del Gran Sasso. In questo momento la rappresentazione visiva di quello che è successo al Gran Sasso è affidata solo a interpretazioni grafico/artistiche, o, peggio, a foto che non c’entrano nulla non dico con i laboratori in questione, ma proprio con la fisica nucleare.

E non è sicuramente un caso. L’accesso di fotografi ai Laboratori del Gran Sasso è da tempo limitato a servizi commissionati. In altre parole, o sei inviato da una testata, che ha già in mente un servizio da realizzare sui laboratori, oppure non entri. Non si lavora per l’archivio – cosa che, per inciso, ho personalmente tentato di fare ai laboratori del Gran Sasso, per conto della mia agenzia. Questa cosa che può anche essere condivisibile: un amico fisico che un pò conosce l’ambiente, mi diceva che tra politici, giudici ed ecologisti i laboratori del Gran Sasso hanno avuto qualche grattacapo, e quindi ci vanno cauti con i contatti con la stampa. Però, la contropartita è che quando tutti dovrebbero parlare – soprattutto – del Gran Sasso, parlano del Cern. E mettono immagini del Cern. A leggere i giornali di stamattina pare che tutto, in queste ore, ruoti intorno al Cern, e questo mi sembra ingiusto nei confronti dei laboratori del Gran Sasso. Ma è il risultato che si ottiene quando si fa fare tutto ai giornali: al momento giusto, tutti si rivolgeranno alle agenzie, le quali non hanno immagini fresche dei laboratori. E se aspettiamo che i giornali italiani, in questo momento, commissionino a qualcuno una visita a un laboratorio, stiamo freschi.

Il risultato è che si avrà informazione incompleta, distorta o poco solida, e che si è persa un’occasione per farne di buona. Perché certo, si possono alzare le spalle, e prendersela con la sciatteria (indubbia) dei giornalisti nostrani quando si occupano di scienza, se invece di una foto di Opera viene pubblicata la foto di un laboratorio x, o proprio di un luogo che non c’entra niente con la fisica. O, in alternativa, si può pensare che una foto vale l’altra, e che il pubblico tanto non capirebbe la differenza. Belle foglie di fico, che coprono il fatto che nessuno potrà vedere com’è fatto, esattamente, questo maledetto rivelatore. O potrà vederlo in foto fatte anni fa, che poi è la stessa cosa. I risultati del controllo delle informazioni, sono anche questi. Adesso speriamo che questo venga capito.

Gibilterra

photocrati gallery

Per un lavoro in mare dell’Ingv, una settimana fa mi sono imbarcato sulla nave oceanografica Sarmiento de Gamboa. Siamo salpati da Vigo, in Spagna, una settimana fa, e, dopo aver costeggiato il Portogallo ed essere andati in zona operazioni, abbiamo fatto rotta verso lo stretto di Gibilterra, il mar di Alboran e Barcellona.

Un’esperienza bellissima, su una nave confortevole e con un equipaggio delizioso, disponibile e simpatico. In più, ho avuto il piacere e l’onore di lavorare con dei professionisti di grande livello, delle persone fantastiche, e di navigare una zona di mediterraneo in cui ancora non ero stato. In più, ho ripreso i delfini che giocavano con la prua della nave, ho assistito al tramonto sull’Atlantico, ho chiacchierato di argomenti profondi e di futilità, ho visto una festa a Cadiz.

I pensieri che vorrei scrivere sono tanti: come si può immaginare, sette giorni su una nave lasciano molto tempo al pensiero e alla riflessione. Io sto ancora elaborando. Avere passato Gibilterra ha, per me, un significato molto maggiore che quello, semplice, della navigazione attraverso uno stretto. Significa tornare a casa dopo un’esperienza. Ci vuole del tempo per pensarci su.

Simulare la realtà

Cercando informazioni e fotografie di fotografi che si occupano di scienze, l’altro giorno mi sono imbattuto in una intervista a Dana Lipp, fotografo americano. Il quale ha una storia che mi è già capitato di sentire: un passato da ricercatore scientifico, poi ha iniziato a fotografare per clienti editoriali e corporate, sempre in area scientifica. Mi ha molto colpito un passaggio dell’intervista di Lipp, in cui sostiene di spendere parte del suo tempo educando i suoi clienti sull’importanza di avere immagini realizzate da un fotografo professionista che è stato anche uno scienziato. Questa non è una sorpresa: rientra nelle normali attività di marketing, e gli americani sono molto bravi a farlo. Mi è molto piaciuta una frase:

There’s certainly some education involved; within the business, most photographers and art directors are rather limited in their understanding and comprehension of science, as demonstrated in the use of coloured water, dry ice and gels to enhance their photos and create visual interest. This science-gap is especially unfortunate when the images are intended for scientists, who readily recognize a bogus image. It’s my job to educate them through personal communication, articles and workshops. (…) visiting clients, reviewing my portfolio, and educating them about the advantages of engaging images with scientific depth, created by a photographer who understands science.

Questo mi ha fatto pensare molto alla differenza che passa tra il rappresentare, fotografando, le attività connesse ad un esperimento scientifico, e il rappresentare un concetto o un fatto scientifico. Tra le due cose passa una differenza enorme, che va pienamente compresa e analizzata a fondo, se si vuole fare della comunicazione della scienza efficace.

Così, sono andato a rileggermi alcune cose (tra cui, lo ammetto, anche la mia vecchia tesi di laurea, dedicata alla simulazione di realtà in fotografia), per ricordarmi bene l’uso che dell’immagine si è fatto nella storia della scienza, e come molto spesso il cambiamento di un “fatto” scientifico si è accompagnato a visualizzazione di maggiore o minore efficacia. Detto altrimenti: un fatto scientifico viene sempre rappresentato in più modi, uno dei quali, sottovalutato ma non meno importante, è quello visivo. Dico che non è meno importante perché molto spesso è proprio la rappresentazione visiva a fare comprendere la scienza a un pubblico diverso, ma non meno importante, di quello degli scienziati.

La rappresentazione visiva della scienza, come ho già detto più volte, segue spesso la via della metonimia, dell’aggiustamento della realtà per rappresentarla meglio. Questa può sembrare una contraddizione, ma la verità è che la fotografia ha sempre un certo margine di discrezionalità, anche quando pretende di raccontare in maniera oggettiva quello che succede. Il problema nasce quando si devono rappresentare grandezze, o fatti, che è difficile cogliere. E’ lì che entra in gioco la potenza interpretativa del linguaggio visivo, e ancora di più di quello fotografico. Una interpretazione che, come sostenevo quando ero studente, ha tutti i connotati della simulazione, nel senso di creazione di una realtà, di ordine secondo, di cui noi abbiamo esperienza non solo in modo mentale, ma estetico, attraverso la stimolazione e l’interazione dei sensi. Una simulazione della realtà vera che passa attraverso una interpretazione, una codificazione.

Ragionavo su tutte queste cose, quando sono capitato sul blog di David McCandless, Information is Beautiful. E’ un sito molto interessante, che ha molti temi vicini a quelli di cui ho parlato. McCandless infatti si occupa di visualizzare dati e conoscenza, in forma grafica, e lo fa in modo egregio. Mi è molto piaciuta, per esempio, l’animazione How much CO2. E mi è piaciuta per il procedimento, che McCandless racconta in un post: prendere un concetto scientifico, e tradurlo in concetti più maneggevoli, vicini alla vita di tutti i giorni, per poterli comprendere. Un procedimento che sottende una buona conoscenza dei concetti che si vuole maneggiare. Una via da seguire, senz’altro.

Una fotografia che volesse comunicare in modo efficace la scienza, dunque, dovrebbe porsi il problema di rappresentare non solo ciò che succede durante un esperimento, il suo lato umano o tecnologico (comunque importantissimi), ma il lato scientifico, le ipotesi fatte, le conferme che si cercano, i fatti che emergono, o vengono costruiti. Tale rappresentazione efficace potrebbe aiutare ad una comprensione maggiore della ricerca scientifica da parte di un pubblico al di fuori della comunità scientifica, ma comunque desideroso di una informazione corretta sull’avanzamento delle conoscenze e sulle sue conseguenze sulla società.

p.s.: i miei due lettori si saranno accorti che ultimamente posto meno spesso, e soprattutto che, quando lo faccio, mi dedico meno a cose divertenti come quelle di cui parlo in questo post. Per quanto alcuni potrebbero pensare “per fortuna”. Per ora sono molto impegnato a progettare e preparare tutta una serie di cose, collegate ovviamente a tutto quello di cui parlo di solito qui sul blog. Fotografia, scienza, e, per dirla brutalmente, come sopravvivere (l’aspetto business, scriverebbero su blog più seri). Ho in cantiere tutta una serie di cose di cui, ovviamente, vi terrò informati. Per cominciare, a marzo sarò a zonzo per l’Italia, per fotografare tre importanti laboratori, che hanno un grande impatto sulla ricerca italiana. Sto aspettando le conferme, e poi potrò dirvi quali. Come sempre, stay tuned.

Antimateria

Anche i più grossi quotidiani italiani, che di solito di queste cose se ne infischiano beatamente, hanno pubblicato stamattina la notizia dell’intrappolamento dell’antimateria, avvenuto al CERN e di cui ha parlato Nature. Vorrei andarci al più presto al CERN. Dopo il poker italiano di scienziati alla guida degli esperimenti di LHC, quel centro di ricerca diventa abbastanza importante, agli occhi italiani (o, almeno, dovrebbe esserlo).

Limerik,GIS Day

Da quando ho iniziato la mia piccola ricerca di poesie che trattano di scienza, o che giocherellano con argomenti scientifici, ho scoperto Popinga. Il suo blog è sempre un bello stimolo. Oggi Popinga ha postato una serie di Limerick scientifici, genere che sembra preferire, anche per l’umorismo che richiede. Ha delle punte di genialità, secondo me:

C’era un metodo di datazione assoluta

che si lagnava della poca fama avuta:

“Carbonio 14, potassio–argo…

sol per me c’è questo embargo!

Perché rubidio–stronzio lo si rifiuta?

Povero rubidio – stronzio…. Mi ha fatto pensare  alla visita, che ho fatto da poco, di un laboratorio fisico in cui si facevano analisi archeologiche non distruttive, usando degli acceleratori di particelle. A dire il vero era la parte meno movimentata di tutto il laboratorio, con un piccolo aggeggio che sparava raggi x dentro i reperti da studiare. Altrove era tutto un turbine di acceleratori lineari, ciclotroni, robot, osservatori astrofisici piazzati in mezzo al mare. Spero di poter postare qualche fotografia al più presto possibile.

Mi è sempre piaciuto girare per laboratori, sono pieni di spunti interessanti per mostrare delle meningi che lavorano a pieno regime. Durante la mia visita ai LNF, per esempio, mi capitava di vedere elettromagneti, pezzi di linea, aggeggi di diversa natura sparsi a zonzo per le sale sperimentali. Evidentemente erano lì in attesa di essere sistemati, di essere portati altrove; ma chi capita nel mezzo di queste operazioni vede un mucchio di cose inventate da chissà chi per ottenere chissà quale genere di dati. A un certo punto sembra di vedere il dialogo continuo tra queste macchine complesse e affascinanti e le persone che ci lavorano dentro. Chissà cosa tirerebbe fuori Popinga da un incontro tra acceleratori circolari e Linac, o tra tutte le cose che è possibile trovare in un laboratorio.

Osservare il dialogo tra acceleratori di particelle, poetare su metodi di datazione. La scienza è ben lontana dall’essere un noioso insieme di conoscenze difficili, e, presa per il verso giusto, può diventare la più interessante delle fonti di ispirazione. Sono convinto che, se è possibile poetare, e fare dell’umorismo (come prevede la definizione di Limerick), su centrali nucleari e mitocondri, facendo al tempo stesso della vera e propria divulgazione scientifica, è possibile farlo anche con la macchina fotografica. Divertire, incantare, rendere la bellezza delle cose che accadono in laboratorio, e farle arrivare a più persone possibile, a chi le scoperte del laboratorio appartengono di diritto. E fare tutto questo con un linguaggio fotografico adeguato, che conosca l’oggetto che sta cercando di rappresentare.

Appunto: i limerick sembrano solo banali poesiole che fanno sorridere, e invece possono scatenare riflessioni molto interessanti.

E mi piace pensare che non sia un caso che il convegno a cui domani andrò a dare un’occhiata (organizzato, tra gli altri, dal mio amico Mario di Elab), si intitoli GisTales: di dati, persone e strumenti. Si parla di cartografia, delle sue ultime frontiere, e dei sistemi, come Google Earth (“anche se meglio”, come mi è stato precisato), che hanno fatto fare un balzo avanti nella conoscenza di massa di questo settore. Mi piace l’accento sulla storia, anche in questo caso. A domani al GIS Day!

Fotomicrografia

Ho parlato più volte (qui, qui e qui) di immagini e fotografie scientifiche. A dire il vero mi sono sempre tenuto un pò sul bordo, considerando di più la fantascienza, e il ruolo che in essa hanno sempre svolto le immagini, fotografiche e non. Poi mi sono occupato di quale ruolo la fotografia potrebbe rivestire nella comunicazione scientifica, mostrandoci ciò che ancora non è visibile, e dosando l’estetica con il contenuto informativo per rendere accessibili concetti difficili, quali potrebbero essere quelli della fisica o della biotecnologia.

Nei miei post ho sempre portato ad esempio la fotografia astronomica, che, essendo un vecchio astrofilo dilettante, rientrava più tra i miei generi preferiti. Ma, mi è stato fatto notare, esiste un altro genere di fotografia scientifica che, nata nei laboratori per studiare degli oggetti, a volte si impone per la bellezza delle proprie immagini. E’ la fotomicrografia, che si occupa di studiare soggetti normalmente invisibili ad occhio nudo, attraverso fotocamere collegate ai microscopi. C’è un’inversione di scala, qui: dallo studiare l’infinitamente grande allo studiare l’infinitamente piccolo.

[singlepic id=250 w=420 h=340 float=]

(Carbon Nanotubes, post growth. Foto: Paul Marshall, Nikon Instruments Inc. Melville, NY)

Ho interrogato Google sulla fotomicrografia, e la prima cosa che ho scoperto è che non va confusa con la microfotografia, che è la riproduzione in miniatura di oggetti visibili, come documenti. Poi, ho scoperto che ogni anno si tiene una competizione di fotomicrografi, il Nikon International Small World Competition, che raduna i migliori specialisti del settore e premia gli scatti più belli dell’anno.

Anche qui, però, come ogni altro concorso fotografico, bisogna fare attenzione a cosa significa “gli scatti più belli”. Il concorso, infatti, si presenta come

the leading forum for showcasing the beauty and complexity of life as seen through the light microscope. For over 30 years, Nikon has rewarded the world’s best photomicrographers who make critically important scientific contributions to life sciences, bio-research and materials science.

Non basta, quindi, che le foto siano belle. Devono anche avere un interesse scientifico, aumentare le conoscenze di biologia o di scienze dei materiali. Eppure, a ben guardare alcune gallerie in giro per la rete (su Environmental Graffiti ce n’è una molto interessante), viene più di una volta il sospetto che le foto siano state scelte più per la loro estetica che per il loro contenuto.

[singlepic id=251 w=420 h=340 float=]

(Pleurosigma marine diatoms. Foto: Michael Stringer, Nikon Instruments Inc. Melville, NY)

Come ho detto, mi sembra che anche in questo caso torniamo alla questione della (finta) opposizione tra contenuto e informazione nella fotografia scientifica. Nel senso che, se anche i fotomicrografi avessero in qualche modo ritoccato ciò che stava nel microscopio per renderlo più presentabile, non lo troverei per nulla scandaloso. La fotografia ha il compito di rappresentare le cose, di renderle visibili e tangibili, di portare i nostri occhi là dove ancora non erano stati; non di essere un calco della realtà. E in questo caso, questo ruolo della fotografia è reso ancora più palese dai soggetti, che sono per definizione invisibili, nella vita quotidiana. Dunque, la fotografia in questo caso deve non solo rendere visibili i soggetti, ma farlo in un modo che per le persone comuni possa risultare comprensibile.

Non è da escludere, allora, che anche in questo caso si debba arrivare a un compromesso, tra quantità di informazioni effettivamente trasmesse, e semplici concessioni all’estetica. Perché il risultato di un mancato compromesso potrebbe essere, semplicemente, la mancanza  sia di bellezza, che di contenuto informativo. Torna alla grande, in altre parole, l’onnipresente contesto: in un concorso pubblico, credo sia normale che si inviino le foto con uno sguardo all’estetica, o in ogni caso foto diverse da quelle che si userebbero in laboratorio a fini esclusivamente di ricerca. Ma quello che mi piacerebbe vedere, oltre ai provini dei fotomicrografi, è, ancora, il processo con cui nascono queste foto, per capire se è in qualche modo apparentato con quello che serve a fare nascere le foto astronomiche, in cui immagini appartenenti a tre bande visive diverse vengono fuse tra loro e colorate in modo del tutto arbitrario. Se c’è qualche fotomicrografo a leggermi, sono benvenute, come sempre, le sue idee.

Non credo ci sia altro settore della fotografia, comunque, in cui sia più palese la funzione di cui ho detto, di rendere visibile l’invisibile. Ovviamente, questo accade, in gradi diversi, un pò in tutte le fotografie. Ma nella fotografia microscopica è proprio lampante. E non escludo quindi che, come negli altri generi, anche nella fotomicrografia si cerchi, molto spesso, di interpretare fotograficamente il mondo, per renderlo più comprensibile.

Per finire, un messaggio ai fotomicrografi: la prossima volta, per favore, scegliete un nome, per la vostra professione, che non somigli a uno scioglilingua,o a uno degli aggeggi che studiate nei vostri microscopi.

La bellezza della scienza

Tempo fa avevo parlato, quiqui, di immagini che trattano di scienza. A dire il vero mi ero occupato più di fantascienza, di vedere cose che a noi non è dato vedere, e probabilmente non vedremo mai. Giusto a proposito, dunque, arriva la segnalazione di Martino, che (facendo riferimento a un post di Amedeo Balbi) mi segnala che l’European Southern Observatory ha pubblicato una classifica delle cento migliori immagini scattate dagli osservatori del deserto di Atacama, nel sud del Cile. Possono essere viste QUI.

Belle, vero? Personalmente, preferisco quelle panoramiche, in cui il cielo notturno è visto in un contesto, in cui entra in relazione con il nostro pianeta:

[singlepic id=230 w=500 h=420 float=]

(credit: ESO/Y. Beletsky)

Così a naso, però, mi viene in mente che queste immagini che piacciono di più a me, siano quelle che hanno più attenzione per l’estetica, e meno per il valore scientifico. In altre parole, sono più belle che cariche di informazioni. E d’altronde, questa mi pare un pò una regola, nel trattamento delle immagini fotografiche da parte di scienziati e fotografi: i primi fanno più attenzione agli aspetti informativi e scientifici, i secondi a questioni d’estetica:

[singlepic id=232 w=500 h=420 float=]

(Credit: NASA/JPL-Caltech/Cornell University)

Mi faceva giustamente notare Martino che in questa foto gli scienziati della Nasa ci tengono a specificare quali lunghezze d’onda sono visibili. Giustissimo, ed essenziale, se ti occupi di suolo marziano e vuoi sapere esattamente che cosa stai guardando. Ma altri, guarderanno altre cose: la grandezza del sasso, per esempio, o il colore della pietra. Non sempre, insomma, quello che in una immagine cercano i fotografi è analogo a quello che cercano gli scienziati. Il che potrebbe causare qualche problema quando un fotografo si trova a trattare soggetti scientifici: che cosa è opportuno fotografare, per esempio, di un acceleratore di particelle? Quanto è lecito sezionare e selezionare i pezzi, cercare una bellezza estetica a spese della correttezza informativa?

A complicare le cose, arriva il post di Michele Smargiassi, in cui invece viene raccontata tutt’altra storia. Si, gli scienziati cercano “altro” quando scattano fotografie, ma i colori che spesso scelgono, arbitrariamente, di assegnare ad una fotografia di, poniamo, una nebulosa, spesso sono dettati da fattori estetici. Belle foto astronomiche, infatti, incoraggiano il pubblico ad appoggiare le ricerche (e i finanziamenti).

In ogni caso mi pare che cercare una risposta nell’onnipotente contesto d’uso non sia sufficiente. Se, infatti, una foto è destinata a un magazine scientifico, deve essere sia molto densa dal punto di vista informativo, sia pubblicabile e soddisfacente dal punto di vista editoriale. Fotografia e scienza, in altre parole, devono incontrarsi a metà strada. O, per dirla meglio: il fotografo, lo scienziato, devono trovare un linguaggio con cui esprimere in modo esteticamente coerente e gradevole delle informazioni scientifiche.

In questo modo ritorna, quasi di soppiatto, la vecchia questione dell’oggettività della fotografia. C’è l’abitudine di trattare la fotografia come se fosse una fonte oggettiva di dati. Ma va sempre tenuto presente che, invece, fotografare è sempre un’interpretazione della realtà, ed è un errore trascurare questo fattore. Il fotografo che si trovi a trattare certi temi scientifici si troverà, a volte, a dover forzare la scena per rendere in modo migliore la foto, sia dal punto di vista estetico che informativo. La fotografia è una forma d’arte, e, in quanto tale, a volte si trova a dover mentire per poter dire la verità. E questo, succede anche quando a scattare una foto è un astrofisico, che costruisce un’immagine finale da tre immagini di tre spettri visivi diversi, componendoli insieme. Dunque, creando non una foto, ma qualcos’altro.

Detto questo: io sono, in generale, un amante delle fotografie di nebulose, da Hubble in poi. E quelle dell’ESO sono veramente eccezionali. Valore informativo o meno, sono anche fotografie stupende. Mi piacerebbe sapere qualcosa di più su come potrebbero essere state realizzate: il metodo delle tre immagini fuse tra loro l’ho appreso leggendo Smargiassi, ma vorrei capire come, concretamente, si svolge la cattura delle immagini e la loro “fusione”. C’è qualche fotografo astronomico, o qualche astrofisico, o tutti e due, tra i miei lettori?

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén