Antonio Giordano

Sì, beh, questa è solo, tipo, la tua opinione amico.

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Scrittura e voce

A volte la voce di uno scrittore è riconoscibile alla perfezione, ha un suono sulla pagina che è suo e soltanto suo. Sono voci estrose, o molto particolari, che uno riuscirebbe a distinguere da altre anche se gli fosse passata una pagina a caso durante una maratona di lettura. Altri scrittori non hanno una voce così esuberante, si concentrano molto su quello che dicono e lo stile sembra essere meno spigoloso, sembra che ci facciano meno attenzione. Il che ovviamente non è così: a volte la voce di uno scrittore è tanto autorevole e personale quanto mimetica, riesce a farti scivolare sulla pagina come se nulla fosse, ma se vai a guardare bene scopri che quella voce così naturale, quello stile così fluido, in realtà è il frutto di un lavoro durissimo, che spesso non ha nulla a vedere con il talento ma ha a che fare con il leggere, rileggere e leggere ancora, e correggere e tagliare e aggiungere e cambiare.

Persino Hemingway, che ti faceva sentire come se stessi pattinando su ghiaccio, diceva che ogni prima bozza è merda. Bisogna lavorarci.

Ho parlato di voce, e non unicamente di stile, perché mi sono fatto l’idea che mentre lo stile sia qualcosa che riguarda esclusivamente i segni che metti sulla pagina, il suono che hanno quando sono letti a voce alta e il significato che assumono messi in un certo ordine, la voce comprende anche i temi di cui parla uno scrittore. La voce di Hunter Thompson è secca e rapida, e può esserlo non solo perché spesso la sua scrittura prendeva la forma di un elenco – l’apertura di Paura e delirio! – ma anche perché scriveva di politica e sport e mischiava tutto con alcool e droghe. Un cavallo lanciato al galoppo, non puoi guardare solo come muove le zampe, devi vedere dove va. Stessa cosa per Mailer: si arrota e allunga i periodi e diventa duro, costruisce le frasi in modo da fare indispettire qualsiasi insegnante di buona scrittura, eppure quando scrive cose come The White Negro o Pubblicità per me stesso o The armies of the Night senti che è nato per scrivere quella roba, sono proprio i suoi temi, selve psichiche egocentriche in cui non si può staccare molto e usare periodi brevi.

La voce viene dal coraggio, a sentire molti scrittori. Dei tre che ho citato, tutti ne hanno parlato, in modo più o meno diretto. Hemingway è quello che ne ha fatto una scuola; Mailer, non volendo essere da meno, ne faceva una questione di scrittura, di scrivere con vigore e con la giusta dose di ego; Hunter Thompson inventò il Gonzo quando smise di fare compromessi con chiunque, e decise – testuale – di alzare la voce. Tutti e tre hanno scritto dei libri onesti, ed è per questo, soprattutto, che mi piacciono. Senti che quello che scrivono non è costruito per stare bene sulla pagina o stupire qualcuno, ma perché c’è urgenza di dirlo, e non hanno trovato altro modo di dirlo che quello.

Per questo l’ultimo Hemingway, e l’ultimo Thompson, sono un pò tristi. Perché cercavano di imitare sé stessi. Erano diventati poco onesti.

Coraggio, temi, voce. Scrivere è questo. Un lungo lavoro per non lasciarsi dominare dalle parole e dalla convenzione imperante di tutti i giorni. La decisione di essere sé stessi, ogni giorno che passa.

Leggo: La sfida, di Norman Mailer.

Tecnoplacebo

I principali siti web di informazioni per nerd in questi giorni hanno tutti lo stesso titolo: prepariamoci, perché quest’anno vedremo un altro mucchio di innovazioni tecnologiche. Eccitanti. Sconvolgenti. Ci cambieranno la vita, ci avventureremo ancora di più nel futuro, e indietro non si potrà tornare. Niente ferma l’avanzata delle tecnologie.

Gli anni iniziano con questa grancassa già da un pò, ma quest’anno in particolare promette di essere pieno di conferenze, presentazioni e TED talk con il loro carico di idee e prodotti rivoluzionari. Ci saranno i Google Glass e ci toglieremo il disturbo di tirare fuori di tasca i nostri display. I droni inizieranno a diversificare le proprie attività e consegneranno pacchi, oltre a sbagliare bersagli e massacrare intere famiglie in posti di cui la maggior parte degli occidentali non ha mai si sentito parlare. Questo potrà porre le basi per un piacevole effetto collaterale: continueremo ad opporci a basi e installazioni ingombranti e politicamente segnate – non sto parlando del MUOS ovviamente, ve lo siete immaginati – ma non batteremo ciglio quando le compagnie private inizieranno a installare sui tetti delle città ricevitori e trasmittenti per guidare la propria flotta di droni. Se state alzando le sopracciglia, rilassatevi: con i telefonini abbiamo fatto la stessa cosa, e continuiamo a farla ogni volta che mandiamo un tweet dallo smartphone.

Il 2014 dovrebbe essere interessante anche per la ricerca biologica. Primi virus buoni. Prime cure su misura. Primi organismi meticci, metà computer metà cellule. E prime lotte per la liberazione degli organismi meticci di proprietà delle multinazionali.

Il segno comune sarà un ulteriore avanzamento della tecnologia e un ulteriore arretramento della nostra cultura, in una forbice che ha iniziato ad aprirsi da almeno vent’anni e che si allarga sempre più vistosamente con il passare del tempo. Diversi analisti hanno iniziato a parlarne: mentre la tecnologia va avanti, la nostra cultura rimane ancorata a modelli di pensiero e paradigmi che quando va bene sono rimasti alla prima metà del secolo scorso. Vediamo il mondo e il progresso attraverso uno specchietto retrovisore, accorgendoci dell’evoluzione solo nel momento in cui è appena passata. Fatichiamo a tenere il passo, e in molti casi preferiamo andare indietro.

Chi è più sveglio approfitta di questo divario tra quello che ci permette la tecnologia e il nostro modo di pensarla per rafforzare lo status quo. Gli esempi sono innumerevoli, e tutti dell’anno recente. Gli organismi statali e le corporation usano le tecnologie più avanzate, le stesse che noi ci portiamo in tasca o nel salotto di casa, per controllare meglio la popolazione e averne maggiore influenza, fare la guerra in modo meno vistoso e meno compromettente in patria, rafforzare dappertutto il sistema capitalistico e finanziario privatizzando anche cose che una volta erano impensabili.

Questo scivolamento silenzioso verso il totalitarismo spesso viene sottovalutato o imputato a cause politiche o sociali. Il pensiero mainstream sulla tecnologia è entusiasta: la tecnologia aiuta la democrazia e migliora il mondo. Strano che chi ammette questa non-neutralità della tecnologia in senso positivo esca del tutto fuori di senno quando si cerca di introdurre una non neutralità in senso opposto. Eppure è quello che succede, e si è sempre saputo: la tecnologia fa gli interessi del sistema in cui è inserita. Perché sia rivoluzionaria deve scardinare l’ordine economico, e non si vedono in questo momento cambi di sistema economico all’orizzonte. In altre parole, sul lungo periodo lo stesso sistema che produce l’innovazione tecnologica ne soffocherà tutte le potenzialità.

Tutto nero, quindi? No. Alcuni segnali di cambiamento, sia nel sistema economico che nella cultura con cui ci accostiamo alle tecnologie, si iniziano a vedere. Complice anche la crisi economica, si inizia ad abbandonare la visione aziendocentrica del mondo in favore di una maggiore attenzione alle comunità. Soprattutto si inizia a vedere che l’adozione di certe tecnologie non è inevitabile, e che la loro gestione in un modo o nell’altro dipende molto dalle scelte di cittadini e istituzioni.

Dunque, non è solo la tecnologia che cambierà il mondo, come da più parti viene fatto intendere. Per molti aspetti questa ideologia dell’innovazione fine a sé stessa è conservatrice, quando non apertamente reazionaria: l’entusiasmo per la tecnologia finisce per essere un placebo ai problemi contemporanei, garantendo in questo modo la sopravvivenza di un sistema basato sullo sfruttamento (l’ultima frase sembra arrivare dalla metà dell’ottocento, ma di quello si tratta. Se non la capite: poveretti. Tornate a giocare a Ruzzle). La tecnologia diventerà uno strumento potentissimo di liberazione solo quando il divario con la cultura che la esprime tornerà a restringersi. Quando verranno messi in discussione non solo gli attuali equilibri economici, ma anche il modo in cui ci si accosta ad essi, come fossero metafisiche. Quando la cultura radicale si rinnoverà e penserà a strumenti per portare il mondo nel XXI secolo, e non per farlo tornare al XIX e alle Gloriose Lotte.

In questo il compito dei narratori è potentissimo. Abbiamo il potere di creare nuovi racconti, nuovi modi di vedere il futuro che ci aspetta. E la prima cosa da fare è smettere di guardare nello specchietto e trovare il modo di raccontare la realtà che ci aspetta con strumenti nuovi. La narrazione è lo strumento più potente per cambiare il modo di leggere la realtà di una società. Chi riesce a cambiare narrazione riesce a cambiare il mondo. Il cambiamento dunque è possibile non grazie, ma insieme alla tecnologia. Se la tecnologia si accompagnerà a una nuova politica, a nuove narrazioni sociali, ci sarà il cambiamento vero. Viceversa, se si continuerà a considerare entrambe le cose come separate e non necessarie l’una all’altra, le cose andranno diversamente. Le prime avvisaglie le abbiamo avute, e non sono buone. Non possiamo permetterci di perdere tempo.

Cose iniziate

L’autunno è arrivato in tutto il suo glorioso carico di caldo e sole. Fino a ieri qui si andava al mare, per chi poteva andarci. Io mi sono beccato un raffreddore che mi ha lasciato a casa a farmi girare la testa, e mi ha anche impedito di andare in palestra questa mattina, a ricominciare l’allenamento. E io odio saltare gli allenamenti, mi sento come se potessi staccare la testa a mille peluche quando succede, e lasciarli tutti in giro per strada, una lunga processione di teste lanuginose in segno della mia rabbia per avere saltato un giro.

E se qualcuno vuole dirmi che è un pensiero da psicopatico, si accomodi pure. Ai miei peluche non ho mai torto un pelo, e mi vogliono bene.

Questo non vuol dire che sia rimasto fermo, in questi giorni festaiuoli. Dopo aver finito la terza parte del romanzo mi sono deciso a scrivere la sceneggiatura per il fumetto, la mia prima vera sceneggiatura. Ho scoperto che sceneggiare è molto più difficile di quello che credevo, e che mi diverto un mondo. Sabato sera poi mi sono riempito di birre, giusto per non perdere l’allenamento in quell’altro senso. Ho continuato a leggere Nietzsche, ma sono un pò indeciso sul romanzo da leggere in questo periodo. Forse “Underworld”, ma vediamo, l’ho iniziato altre volte e l’ho sempre abbandonato a un certo punto.

Stavo pensando che è da un pò che non vado a Milano, a farmi una bella sessione di giorni di festa. Forse dipende anche dal fatto che tutta la mia compagnia festaiola milanese è svanita, dispersa ai quattro angoli del mondo alla ricerca di un’esistenza meno miserabilmente precaria di quella a cui ci condanna l’Italia. Ma lo stesso, avrei bisogno di uno di quei periodi rock’n’roll in cui inizi ad andare in giro e bere molto presto e girare locali ed hai perennamente la voce irrochita per il fumo gli alcolici le urla e la stanchezza. Il classico periodo in cui è meglio rimanere a dormire sul divano di qualcuno, o nel letto di qualcuna.

A tratti questo desiderio mi torna, anche se più volte mi è stato detto che alla mia età è sintomo di qualche difetto. Bisognerebbe pensare a fare famiglie e figli, non baldoria. E di solito mi giustifico dicendo che io voglio solo una parentesi, un tornare per poco a quelle cose, per poi tornare a fare il bravo ragazzo, che scrive, parla intellettuale e prende legnate in palestra. Ma la verità, la vera verità, è che è una balla anche questa della parentesi. Io non voglio scegliere. Non ci vedo proprio motivo, per scegliere. Voglio la famiglia, voglio gli amici intellettuali, e voglio andarmene in giro per concerti a bere e fare bisboccia, e non voglio che niente sia parentesi, ma solo puntini di sospensione.

La grande minchiata del secolo è che siamo costretti a scegliere, o a fare quello che gli altri si aspettano in base a certi caratteri. Sei un uomo, allora non devi fare questo e devi fare quest’altro. Sei un più che trentenne, e allora dovresti mettere la testa a posto. Sei un bravo ed educato rappresentante della classe media, e certi pensieri non dovrebbero neanche sfiorarti.

La novità è questa, che inizio a non vederci più senso, in queste scelte obbligate. Perché alla fine sono (siamo) bravi tutti a dare consigli più o meno interessati, ma chi li vive sulla pelle sono io (è ciascuno di noi).

La grande domanda è: come scrivere di tutto questo, senza finire per avere esattamente questo tono da lamento pseudogenerazionale?

Ok. Questa svirgolata pseudoadolescenziale in realtà serviva a prendere tempo, distrarre dal fatto che vorrei scrivere da un pò qualcosa di più serio, ma non ne ho ancora trovato il tempo. Che poi, nemmeno dovrei scusarmi per quello che scrivo. Ah, fottetevi tutti. Questa è proprio una di quelle giornale in cui manderei affanculo pure il padreterno, se me ne desse l’occasione. Ci vediamo domani, due lettori.

Procedendo…

Con questa storia di riunire la famiglia in occasione di un week end lungo, mi sono trovato a scrivere nella vecchia cameretta in cui facevo i compiti e mi ritiravo stonato di marjiuana sperando che i miei non mi sgamassero. Il che significa che non sto scrivendo quanto vorrei. Avere genitori e fratelli intorno e seguire la stessa tabella di marcia di sempre è praticamente impossibile. Troppe distrazioni, anche escludendo gli amici che si fanno avanti per una birretta in nome dei vecchi tempi, e mio fratello, diavolo tentatore, ha portato GTA V, su cui metterò le manacce nel pomeriggio.

Sono riuscito a non fermarmi, però:

– ho finito la terza parte su quattro del mio romanzo. A tratti suona fantastico, in altre parti rallenta un pò, che è quello che voglio. Non vedo l’ora di finire;

– soggetto, progetto, trattamento e breakdown per la mia graphic novel breve sono pronti, da questa mattina. Devo iniziare la sceneggiatura, e penso che per la prossima settimana sarà finita. La cosa più difficile però sarà fare girare il progetto, e immagino che inizierò a pensarci da lunedì. Non so come fare, a dire il vero. Penso che prima di bussare direttamente alla porta di qualche editore chiederò qualche consiglio a chi già ci lavora. Sperando che non mi pianti in asso, come l’ultimo con cui mi ero sentito;

– ho un altro racconto in cantiere, e un altro soggetto per fumetti. Mi sa che ne parlerò da metà mese in poi. Per adesso, tutte le risorse sono sul romanzo, e su questa sceneggiatura che scrivo come modo per rilassarmi un pò, e sul blog;

– a tal proposito, penso che scriverò qualcosa sull’MMA, e su come curiosamente sia un ottimo modo per comprendere il carattere di qualcuno.

A parte lo scrivere, questa settimana sono in pausa da palestra, e già mi sento il corpo tutto offeso che mi chiede di rimediare. Rimedierò con sedute continuate di GTA V. Il mio fitbit dice che continuo ad avere i ritmi del sonno un pò tirchi, non riesco a dormire più di sei ore a notte e l’ideale sarebbe otto. Vorrei leggere un sacco di cose, incontrare un sacco di gente, fare una passeggiata in spiaggia e andare a un concerto, sabato.

Per tutti questi motivi, il blog sarà, per lo più, in silenzio per il resto della settimana, a parte qualche aggiornamento occasionale. Fate un buon fine settimana, e che la forza sia con voi.

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