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Nuove gallerie

Sto aggiornando il mio sito, in questi giorni. A parte un sistema migliore per gestire le gallerie (i miei due lettori dovrebbero accorgersi che adesso sono più veloci nel caricamento, ed hanno un aspetto più gradevole), la cosa sicuramente più gradita saranno le nuove gallerie. Una è sul mio lavoro nei laboratori di fisica di Catania, i Laboratori del Sud – INFN. Ha avuto reazioni positive, ed è parte del mio progetto di documentazione della ricerca italiana, che mi ha già portato ai Laboratori di Frascati, e che per ora mi permette di seguire una interessantissima ricerca  nel campo dell’astrofisica. Non male, per un fotografo di scienza alle prime armi.

Poi, c’è una piccola galleria intitolata Corporate life. E’, come dice il nome, una piccola raccolta di miei lavori corporate, di cui sono particolarmente contento. Ho in mente di farla crescere molto, quest’anno. Infine, ho spostato la galleria di ritratti, che ora ha una sezione a sé nel menù principale.

Domani dovrei andare a Catania per l’esperimento astrofisico di cui parlavo. Dopodiché,  nei prossimi giorni, vi aggiornerò su alcune cose che stanno nascendo, alcuni reportage scientifici che ho in mente da tempo e che potrebbero essere molto interessanti. Stay tuned.

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Bordo Sud su Artist Wanted

Ho appena caricato, su ArtistWanted, una primissima selezione del mio lavoro sulla costa mediterranea della Sicilia. Il titolo attuale è Bordo Sud, e lo trovate qui. Potete anche, se volete, votare le mie foto, e farle concorrere in questo modo al People’s Choice Award. Io vi incoraggio fortemente a farlo :) . Basta cliccare sul solito link, Antonio Giordano/Bordo Sud su Artist Wanted, e poi cliccare sulle stelle in alto a destra.

Questa è, in effetti, la prima uscita “pubblica” di Bordo Sud. Un lavoro che, in ogni caso, è ancora in corso, e a cui si aggiungeranno diverse foto prima della fine di febbraio. Mi piacerebbe sapere che cosa ne pensano i miei due lettori. Potete lasciare un vostro parere qui nei commenti, o in uno dei social network di cui trovate il link qui accanto, o, se siete più discreti, via mail. Fatevi sentire.

Coming soon: qualche nuova galleria su questo sito, un nuovo portfolio, e, soprattutto, nuovi lavori. Restate sintonizzati….

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Un pò di illuminazione

Da un pò di tempo sto pensando di scrivere un post per chiarire un concetto che ho usato tante volte, ma che non ho mai spiegato veramente. Il concetto è quello di evento che accade solo nella macchina fotografica, e NON lo spiegherò qui.

E’ che nella mia gestione di tutto quello che serve per entrare sempre più a fondo nel gorgo di questa professione io sono molto volubile. Un attimo prima mi interesso tutto di concetti, di Fotografia, di artisti, di linguaggio, e un attimo dopo mi interessa solo la tecnica, gli aggeggi, i giochini. E poi, a turno, spunteranno il lato economico, quello di impresa, quello creativo, quello esistenziale…. E poi da capo. Il bello è che tutti questi lati viaggiano in parallelo, senza mettersi d’accordo, così, magari, mi viene in mente che vorrei leggere qualcosa di filosofico sul ritratto fotografico, e nello stesso momento mi sento in colpa perché non sto curando i miei contatti; mi metto a curare i miei contatti, e una vocina mi dice che farei meglio a occuparmi della mia tecnica fotografica; mi metto… avete capito. Molto spesso, finisco per sentirmi come il papero di What the Duck.

Pensieri, insomma, che si possono avere in quei tipici periodi di un paio di settimane in cui tutto sembra rallentare. L’immagine più vicina è la sabbia sul fondo marino che si posa dopo essere stata smossa: si sta per posare, e quando tutti i granelli tornano a posto si dà un’altra bella agitata. E nei periodi in cui la sabbia sta posandosi, non mi piace rimanere inattivo. Faccio un pò di edit, cerco di sviluppare altri contatti per altri lavori, scrivo qualche progetto e, appunto, leggo Concetti Profondi, oppure faccio i compiti per casa, mi esercito con le luci. Per ora sono dentro il Lighting 102 di David Hobby, AKA Strobist. David Hobby è uno che ha suscitato diverse reazioni: alcuni lo hanno innalzato a livello di semidio, per la sua capacità di sfruttare al meglio la luce dei piccoli flash da slitta (davvero: pare che non ci sia niente che non riesca a illuminare, con un paio di SB); altri sono molto critici, perché sostengono che in realtà ci sono cose, fatte da Hobby, che sarebbe meglio fare con i cari vecchi flash a torcia o da studio.

Io ho avuto sempre un approccio indeciso, nei confronti dell’illuminazione creativa. Nel senso che, fin da quando, quasi alla fine dell’università, leggevo Le Luci della Fotografia di Bob Krist, ho sempre ammirato le incredibili potenzialità creative del flash, e della gestione della luce. Limitarsi alla sola luce ambiente, per quanto ricca di possibilità, è come imparare solo una parte dell’alfabeto, e non tutto (e non vale citare come controprova fotografi che hanno sfornato capolavori solo ed esclusivamente in luce ambiente, perché se iniziassimo questo gioco, bisognerebbe allora citare anche un sacco di fotografi che hanno fatto fior di capolavori usando solo il flash. Avedon e Newton, per dire i primi due che mi passano per la testa. Appunto: è un discorso che non ha senso, perché stiamo parlando di linguaggi complessi, sviluppati di volta in volta, e in modo coerente, dai fotografi).

Al tempo stesso, però, mi sono sempre chiesto se l’attenzione ossessiva che certi fotografi sembrano avere per l’illuminazione non sia un modo elaborato per mascherare la mancanza di idee su altri fronti. Così, ho mantenuto il mio scetticismo, ed ho lavorato in luce ambiente per un sacco di tempo.

Fino a che non sono andato a visitare i Laboratori Nazionali di Frascati. Lì mi si è acceso un campanello: sono convinto di avere fatto un buon lavoro, ma che avrebbe potuto essere infinitamente meglio, con i giusti strumenti visivi, con la giusta “cassetta degli attrezzi”. E allora ho iniziato a informarmi: a dire il vero, la rete è anche troppo piena di consigli e risorse, per chi le vuole cercare. Dapprima ho cercato di approfondire il ttl, il campo prediletto di Joe McNally. Ma visto che c’ero, ho messo in manuale il flash, e ho cominciato a studiare Strobist. Cosa che consiglio di fare a tutti, fotografi professionisti e amatori, perché, nonostante capire l’illuminazione non sia proprio una passeggiatina (non si possono usare i “trucchi”, se si vuole davvero gestire la luce), si viene ripagati con un’impennata della qualità, e un aumento del proprio linguaggio. Un modo, se si vuole, di differenziarsi dal marasma di persone che, vestendo l’abito dei puristi, ostentano rifiuto e ignoranza della luce artificiale, e finiscono per fotografare tutti alla stessa maniera.

Tutto questo, fermo restando che ci sono anche altre cose su cui bisogna concentrarsi per riuscire a fare belle foto. E su questo, si torna al punto di partenza: il giusto equilibrio tra l’illuminazione, la tecnica, e lo studio di quisquilie come estetica, composizione, storia della fotografia, e di altre cose meno connesse alla fotografia, ma che comunque sviluppano una sensibilità essenziale quando si fotografa. Cosa ne pensate, due lettori? Riuscite facilmente a tenere in equilibrio tutti le parti del vostro lavoro, o preferite concentrarvi di volta in volta su una? Pensate che ci siano parti che sono separate tra loro, o lo sono solo in apparenza, e in realtà svilupparle vi aiuta poi a procedere in modo corale?

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Lettera aperta/ritratti

(inizio una serie di lettere aperte a personaggi assortiti del mondo della fotografia. Senza una cadenza precisa, ma ogni tanto, quando il tempo e gli argomenti lo consentiranno, ne pubblicherò qualcuna. Comincio, oggi, con un post – citazione, che i lettori più attenti di questo blog non avranno problemi a riconoscere)

Caro soggetto a cui devo fare un ritratto,

buongiorno, sono Antonio, e sono stato incaricato di fotografarti. Come dici? Ah, non dovrei darti del tu, giusto, scusa. Ho iniziato solo perché anche Tu mi davi del tu, ma credo che avere la macchina fotografica al collo mi faccia diventare più piccoletto. Dicevo, mi hanno incaricato di farti un ritratto. Si, proprio a te, sai, sei una persona importante, sicuramente devi aver fatto qualcosa per cui altra gente vuole vedere la tua faccia, e i ritratti pittorici, mi spiace, li usano solo quelli molto ricchi, o quelli non tanto a posto con la testa, o più spesso una combinazione dei due.

Si, ovviamente, lo so che tu non vieni mai bene in foto, e che lo fai solo perché ci sei costretto, e che preferiresti non farlo. E per di più, hai lo strano sospetto che io sia qui a lucrare, ah! che indecenza! Lucrare sulla Tua Immagine…. Tranquillo, i tuoi pensieri su come appari male in fotografia sono corretti, e tutti ci sentiamo a disagio come una quindicenne, davanti all’obiettivo. Solo che tu, ovviamente, hai anche una tua teoria sulla civiltà dell’immagine in cui il controllo del proprio apparire è potere….Guardami come sono bravo mentre sorrido ammirato, e ti faccio credere che tu abbia detto qualcosa di originale. In fondo, io sono pagato anche per sentire te che mi dici le tue banalità, che accomuna il tuo ego fragile ai tanti altri che ho fotografato. E credimi: dite tutti la stessa cosa, con poche varianti. Adesso siediti, e comincia ad ignorarmi mentre ti dico come è meglio metterti, assumendo una posa che risale alle foto che ti faceva il tuo papà, con lo sguardo non puntato in macchina, e la fronte corrucciata che cerca di simulare pensosità, e una sorta di dannazione intellettuale. Sei un personaggio pubblico, uno che la gente ha interesse a conoscere, ma non hai mai pensato di poter finire di fronte ad un obiettivo. Il tuo nome stampato sui giornali ti fa piacere, ma la tua faccia ti disturba. Anzi no: nemmeno quella. Ti disturba che quella faccia, per arrivare sul giornale, debba essere fotografata da uno come me. Uno che preme i pulsanti, e solo per questa ragione pretende di avere la tua attenzione. Scusa, soggetto. Quando avrò tempo ti impegnerò in una discussione sulla semiotica, ma adesso non ho tempo. Devo lucrare sulla Tua Immagine, e dimenticarmi, per il momento, che tu mi sei debitore almeno quanto io lo sono con te, visto che la mia attenzione potrebbe rivolgersi da tutt’altra parte.

No, stai tranquillo, non durerà molto a lungo. In fondo, tu non hai tempo da perdere, no? Hai un sacco di cose da fare, di libri da studiare, di roba a cui pensare, e non puoi fermarti a perdere dieci minuti del tuo tempo preziosissimo a farti fotografare, in modo che la gente sappia chi sei tu. Io no, per me è diverso, stai tranquillo, caro soggetto: ho passato quasi trent’anni della mia vita a studiare, leggere, formarmi, specializzarmi, a fare foto, master, lauree etc. etc. al solo scopo di venire qui, e vedere la tua faccia annoiata mentre ti faccio delle foto. Stai tranquillo, io ho tanto tempo da perdere. Piuttosto, vediamo di fare in fretta, perché già qualcuno, qualcuno con qualcosa infinitamente importante da dirti, ti chiama. Poi ti pubblicheremo, e mi chiamerai per dirmi che la foto che ho mandato non ti piace, e pazienza se mi hai dato appena tre minuti dei dieci concordati e al terzo scatto già eri impaziente e ti mettevi come ti pareva: per ritrarre te non c’è bisogno di più scatti. Il Vero Fotografo è colui che sa cogliere il carattere, l’identità, la psicologia di un uomo o di una donna, e che sa farlo in appena tre scatti.

Non c’è bisogno nemmeno che usiamo tutta questa attrezzatura. Lo so che intimidisce, che la vista di un flash su uno stativo ha mandato in psicoterapia fior di intellettuali. D’altronde, se Dio ci ha dato la luce del sole, che motivo abbiamo noi di sostituirci a Lui, con queste macchinette che emanano luce? Scusami se ho pensato di poter fare del mio meglio per il Tuo ritratto, ma non avevo pensato che Tu sai già come illuminarti.

Che dire, caro Soggetto? Il tempo a nostra disposizione è già finito. Mi sarebbe piaciuto conoscerti meglio, ma lo so bene: il tempo a disposizione, gli impegni. Ci sentiamo presto. Si, certo, posso mandarti qualche scatto di questa sessione, così potrai chiedermi via mail come mai non sei venuto esattamente come volevi, e come ti sarebbe servito per quella foto che devi dare al tuo webmaster, e che avevi pensato di procurarti aggratis dal sottoscritto dopo avergli fatto perdere del tempo. Guarda, possiamo anche fare così: puoi pubblicare la foto, mettendo il mio nome, come ti sei premurato di precisare, come se mi stessi facendo un regalo. E in più, potrei mandarti le mie ultime bollette del telefono: non credo che la Vodafone si accontenterà di “c’è il mio nome sul sito di Pinco Pallo” come pagamento.

Caro Soggetto da ritrarre, lo so che sono un incontentabile, e che se fosse per me ti terrei per 23 ore a cambiare posizione e luce in modo da avere quel riflesso negli occhi. Ma ti prego: stai un attimo fermo mentre cerco di fare il mio lavoro. Poi scomparirò, amici come prima, e leggerò anche il tuo libro, guarderò i tuoi film, mi appassionerò alle tue partite.

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Se ci fossero scorciatoie, faremmo tutti i fotografi….

The photography landscape is littered with the roadkill of those who think they are entitled to success. But long-term, sustainable success — especially today — is not achieved by fancy photo tricks and online “attaboys.” It’s achieved by hard work, day in and day out.

Via Blackstar Rising.

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Settimana Alfonsiana

Da oggi, e per tutta la settimana, sarò a Palermo, per fotografare lo svolgimento della Settimana Alfonsiana. Si tratta di una serie di incontri con personalità del mondo della cultura, della filosofia, del mondo accademico e religioso, ispirati da un tema tratto dalla Bibbia, che poi viene esaminato dal punto di vista di ciascun relatore. Quest’anno, tra gli altri, ci saranno Laura Boldrini, portavoce dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Vito Mancuso, Massimo Cacciari, Guglielmo Epifani. Il programma completo si può leggere qui.

Credo che, oltre a fotografare le conferenze e il pubblico, cercherò di ottenere un ritratto ambientato per ciascuno degli ospiti. Mi porto un’attrezzatura minima (un flash, stativo, ombrello, concentratore, gelatine), e bel pò di inventiva. D’altronde, il luogo in cui si svolgono tutti gli incontri è un convento: una miniera inesauribile di buoni luoghi per fotografare.

Le conferenze, per chi volesse venire, si tengono alle 17 di ogni giorno, fino a venerdì, in Via Badia, nella sede dei Padri Redentoristi, nella zona di Uditore.

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Trovare soggetti sparsi

Una delle cose più difficili che trovo fare, da quando ho iniziato a fare questo lavoro, è individuare soggetti di cui occuparmi. A dire il vero, era una cosa difficile già prima, quando mi divertivo a scribacchiare storielle, e quando lavoravo in una radio locale di Bologna durante l’università (ah! bei tempi).

Trovare un argomento di cui parlare, una storia da raccontare con le parole o le immagini, non è mai stata una cosa facile; e non devo essere il solo a trovarmi in difficoltà, se nei corsi  di giornalismo di tutto il mondo una delle prime cose che vengono affrontate, è proprio cos’è la notizia e come si trova. (con scarsi risultati globali, devo dire). Io di solito sto lì a cercare, navigare su internet, leggere libri, parlare con le persone, sempre pronto a cogliere un’idea, a capire se ci sono cose che posso seguire e fotografare. Faccio i compiti per casa: mi dedico ad attività creative e rilassanti, in cui la mia mente può vagare, leggo e faccio cose che non hanno nulla a che vedere con la fotografia, tengo un diario, vado alle mostre. E ovviamente, nonostante tutti questi tentativi di rendere sistematica la produzione di idee, quelle maledette vengono sempre fuori nei modi più impensati. Facendo due chiacchere con la nonna, guardando un noioso calendario di foto – cartolina, bevendo caffé. Anzi no, bere caffé non ha effetti sull’ idea – finding: con tutto quello che mi bevo ogni giorno, dovrei avere un paio di idee rivoluzionarie a settimana. Invece, di rivoluzionario ho solo il caratteraccio.

Ho sperimentato anche qualche tecnica, di quelle consigliate dai coach. Brain storming, visualizzazione creativa. Ma il brainstorming mi è sembrato solo un modo faticoso per tirare fuori dalla testa, in un battibaleno, un mucchio di banalità che altrimenti sarebbero emerse con lentezza. Alla fine, guardi il foglio, e valuti che le idee (che ovviamente hai scritto senza giudicare, proprio come ti hanno suggerito) fanno schifo. Appallottoli il foglio, e ricominci.

Ma prima o poi l’idea salta fuori (credo grazie a tutto il lavoro preparatorio, chiamiamolo così). Di solito, sotto forma di un argomento, più o meno grande, che vuoi affrontare. Una volta, al mio master in reportage, un tizio se ne uscì con l’idea di fare un reportage sul medioevo. Punto. Panico tra gli altri partecipanti. Misurata reazione del Prof., Sandro Iovine, che in quei momenti (e sono tanti) immagino faccia brainstorming passando in rassegna nella sua mente tutti i modi più raffinati di uccidere. Un reportage sul medioevo; ma ho sentito anche di idee di reportage sui vulcani, sulle tigri, sulla società italiana, sul problema del riscaldamento globale. La gente ha aspirazioni elevate, senza dubbi.

Ora: preparare un reportage ricorda spesso il preparare un testo argomentativo (per certi aspetti. Per altri, è più simile al poetare). Nella fase di studio e circoscrizione dell’argomento, è meglio attenersi ad una semplice regola: più ristretto il soggetto, meglio si può maneggiare. Più che “vulcani”, meglio “eruzioni notturne dello Stromboli”; più che “riscaldamento globale”, “pale eoliche a Sambuca di Sicilia”, e così via. Restringere. E, alla fine, avere un soggetto di cui si può sapere, e fotografare, una porzione grande di ciò che c’è da sapere.

Ok. Ma, una volta che abbiamo il soggettone, l’argomento della storia, abbiamo finito? Ach nein! Qui diventa ancora più difficile, mannaggia alla fotografia. Io di solito mi incaglio proprio in questa fase. Immaginare reportage è facile. Immaginare come farli, è quello che distingue un fotografo vero da…. beh, da me. Ci sono saggi, libri e interi workshop succhiasoldi dedicati all’argomento. Il consiglio su cui tutti convergono è: sezionare il soggettone in tanti piccoli pezzi, che si possano seguire singolarmente, e poi fotografarli massivamente, più volte, in modo esauriente. Questa cosa chiama in ballo diverse abilità, come il sapere visualizzare in anticipo una storia, il sapere come la si vuole raccontare, l’impostazione e altre amenità simili. Tutte cose che presuppongono una buona conoscenza del soggetto. E qui iniziano le leggende: fotografi di National Geographic che scrivono 10 parole chiave su tovaglioli di bar, altri che si appuntano cose a biro direttamente sulle mani mentre fotografano, fotografi che tengono interi schedari per tenere in ordine il filo della storia….

Devo dire che è con una certa soddisfazione che ho letto il post di Alec Soth in cui lancia il progetto “From here to there”. Soth (che in passato aveva un blog molto migliore di quello odierno, molto più divertente) spiega che un trucco che usa per fare foto è scrivere una lista di soggetti su cui è curioso, e semplicemente uscire a cercarli. Anche se poi non li trova, l’atto stesso di cercare dei soggetti lo spinge a uscire, a fotografare, a sentire cosa succede nel mondo. Credo che sia un’idea grandiosa. Anch’io voglio scrivere la mia lista di soggetti. Tipo: progresso scientifico, musicisti jazz, uomini con il cappotto, cucine degli anni ’70. (ma la soddisfazione per aver letto quel post era un’altra. Era per aver scoperto che persino i grandi fotografi devono ricorrere a del lavoro per stimolare la creatività. Non una grande scoperta, ma fa bene rinfrescarla ogni tanto. E ci mette sullo stesso piano: io sono convintissimo del fatto che, con il dovuto impegno e lavoro, tutti possiamo riuscire a fare quello che vogliamo. Magari non diventeremo Alec Soth. Ma nemmeno rimarremo dove siamo).

E’, ripeto, un bell’esercizio da fare. Ma andrebbe integrato. I soggetti che propone Soth, infatti, sono, sembrano, slegati tra loro. E allora mi viene da chiedermi: c’è, dietro questi soggetti, un soggettone più grande che li racchiude? Un reportage in cui possono entrare piloti stranamente bassi, che, con in una mano una valigia e nell’altra un bambino che dorme, parlano con guardiani di musei in cui sono esposti quadri e pitture amatoriali, ma che preferiscono andare al bar accompagnati da una pecora che guida una berlina verso la cassa. Uhm. Dovrò pensarci. Forse è qualcosa sul riscaldamento globale?

In ogni caso, quell’elenco mostra dei soggetti (apparentemente) slegati tra loro (ed una delle obiezioni che si potrebbero muovere è che sono slegati fino a che non è una fotocamera a legarli), ed è una cosa che mi piace tantissimo, visto che slega la fotografia, la fotografia di reportage e documentaria, dal doversi occupare di una storia. Esistono anche ricerche di soggetti che non devono essere per forza condotte con un macro – soggetto in mente. Esistono micro – storie. Esistono fotografie, pure e semplici, scattate per pura e semplice curiosità. Il che è, di nuovo, una cosa un pò banale da ricordare. Ma non fa male farlo. Non per me e per i miei due lettori, almeno. Io non sono il genere di fotografo che passeggia sempre con la macchina in tasca, e quando esco con l’attrezzatura, devo avere una storia, per quanto piccola, in mente. Retaggio della mia formazione, degli insegnamenti del mio maestro e delle mie letture (chi tratta meglio della scelta del soggetto, e della divisione in sottogeneri, è David Hurn di Magnum, nel suo On Being a Photographer. Credo ci sia anche un pdf gratuito in giro per la rete, ma non ne sono sicuro). Ogni tanto vorrei liberarmi di questa “costruzione”, e secondo me inquadrare la ricerca di foto come fa, in questo caso, Soth, può rendere le cose più divertenti. Una lista di soggetti totalmente random. Penso che scriverò presto la mia. Chissà come sarà contento, il Direttore.

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Impegno per impegno

I primi giorni di settembre sono dedicati (o, almeno, io li dedico) da sempre al passaggio da una fase dell’anno all’altra. Non si è più nel cuore dell’estate, con i suoi ritmi lenti, le immersioni e le paste coi ricci. E non si è ancora nella macchinetta tritacarne dell’inverno, con il suo freddo, il suo lavoro continuo. Così, uso questi giorni per ricaricarmi e prepararmi, riprendere contatto con il lavoro e tutte le cose da fare, rimettermi a leggere, a sintonizzarmi con il mondo.

(mi piace tanto, da che io ricordi, seguire il festival di Venezia in questo periodo. E non per il festival in sé, ma perché trovo che sia un bel modo di tornare a impegnare la testa, che durante l’estate è stata impegnata a pensare ad altre cose, o a non pensare e basta)

Questa estate è stata strana: mai più di due giorni fermo, sempre in giro, per la Sicilia, per i mari che la circondano, o per la mitteleuropa (a giorni pubblicherò le foto del mio viaggio automobilistico Palermo – Vienna. Medio formato in bianco e nero, maledetta la mia anima fighetta). Un sacco di caldo, e qualche foto. Anzi, parecchie foto. Tutte cose che mi hanno fatto trascurare un pò gli aspetti, chiamiamoli così, da ufficio del mio lavoro: spedire le mail, tenere gli edit aggiornati, contattare la gente, fare le telefonate, sollecitare la gente che non ti paga…. Il lato che, agli occhi di chi mi circonda, è più rassicurante: per qualche strano motivo, la gente non ti fa domande quando dici che il tuo lavoro consiste nello stare seduto a una scrivania davanti a un computer, e nell’avere una pausa pranzo.

Così, in questi giorni di settembre, che di solito la gente usa per avere delle impressioni (o, almeno, dai tempi dell’omonima canzone, è obbligatorio avere delle Impressioni di Settembre, e di condividerle. “Caro, ho come l’impressione che ‘sto pesce non sia proprio fresco”. “cara, la tua è proprio un’impressione di settembre”. E parte il giro progressive di organo Hammond), io li sto usando per rimettermi al passo. Aggiornarmi, scrivere mail e progetti, chiamare la gente per farli leggere. In teoria dovrei essere contento: lavoro otto ore al giorno, e quando mi chiama qualcuno non rispondo più “si, sono libero: faccio il fotografo”, ma “no, sono in ufficio al lavoro, vediamoci in pausa pranzo”. Che poi, l’ufficio non è altro che una stanza di casa. Eppure, mi sembra di sprecare del tempo. Si può sprecare del tempo lavorando?

A quanto pare, si. Nel senso che ci si tiene impegnati con mille cose, ma il lavoro, quello vero, quello creativo, non va avanti. Ne parlano, a zonzo per il web, un pò di blog dedicati alla creatività, e all’economia ad essa connessa. I miei preferiti: Permission to Suck (il cui Manifesto è proprio una bella lettura e fonte di ispirazione) e Lateral Action, soprattutto nel post intitolato Foolish Productivity). Tutti ruotano intorno all’idea che spesso questo tenersi occupati sia una trappola mentale. Molto spesso, l’individuo creativo deve lottare con tutta una serie di pensieri, che mi piace immaginare come tante versioni in miniatura della Bestia BugBlatta di Traal. Una bestia enorme, spaventosa e letale, ma del tutto stupida. Per eluderla, la Guida Galattica per Autostoppisti consiglia di bendarsi: la Bestia BugBlatta pensa che, se la vittima non può vederla, neanche lei può vedere la vittima, e la lascia in pace. Ecco, i pensieri bloccanti sono di questa portata: spaventosi, sembrano ineludibili e davvero insormontabili, finché non si scopre che hanno la stessa consistenza di un’asciugamano sulla testa. Uno di questi pensieri è “non ce la farò mai, è matematico” (segue alzata di spalle). Un altro è “gli altri sono in grado, io no, io non posso fare queste cose speciali” (ancora un’alzata di spalle). Un altro ancora è “il mio lavoro non mi porterà da nessuna parte” (alzata di spalle con salto carpiato). E, per finire questa carrellata (assolutamente non esaustiva: i cattivi pensieri, come parlamentari e tasse, cambiano di numero solo per crescere, mai per diminuire), “se lavoro con i ritmi che la società giudica rispettabili, nessuno mi guarderà male quando dirò che il mio lavoro è disegnare nuovi modelli di panchine per elefanti marziani” (alzata di spalle. A questo punto si è capito, suffragati dagli autorevoli studi del prof. Anacleto J. Amigdala, che questi pensieri provocano un riflesso al Gran Simpaticone del cervello, che per sottolineare la Veridicità Semantica Assoluta del concetto appena espresso, manda un impulso alle spalle. E’ un riflesso condizionato quindi! Come il canuzzo di Pavlov….).

In altre parole, cerchiamo di lavorare con quei ritmi perché la società ci ha detto che se non si tiene un orario 9-17 in una qualche attività, non si è produttivi. Ma bisogna proprio stabilire quand’è che un giornalista, un fotografo, un grafico, un designer, siano produttivi. Spedire mail, scrivere progetti, sono senz’altro strumenti essenziali di una professione. Ma si può dire che aumentino la produttività? Io dico di no. Le idee, e la loro realizzazione, avvengono in tutt’altro contesto, e questo contesto non è quello definito da Thunderbird e dal suo simpatico suono di “Inbox piena. Hai 127 messaggi da leggere. Se non li termini entro un’ora, il tuo computer regredirà a un Commodore 64″. Certo, senza tutto il lavoro di sostegno, le idee non si realizzano. Ma se tutto il tempo viene preso da quello, che cosa rimane?

Quindi: va bene il passare il tempo in ufficio a sbrigare faccende: nessun professionista che voglia definirsi tale non lo fa. Ma spesso questo lavoro tende a prendersi tutto il resto. Il che è male. Bisognerebbe trovare il tempo, l’equilibrio mentale e l’organizzazione per confinare tutto questo a un tempo definito, e passare il resto delle giornate, o della settimana, a cercare idee e a realizzarle.

La morale? Invece di continuare a scrivere mail, o di fare una noiosa selezione, ho passato il tempo scrivendo un post. E, dopo averlo scritto, mi sono reso conto di avere un’ottima scusa per mettermi a leggere Anathem senza sentirmi in colpa. Salute, dudes.

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Imprevisti…

Si, lo so: non ho continuato con gli umbrellas diaries, le mie cronache sconclusionate dello Sciacca Film Fest. Ma c’è una ragione: sono stato chiamato e, in fretta e furia, sono partito per andare a fotografare una manifestazione a Pantelleria. Da qualche tempo al largo dell’isoletta nel centro del Canale di Sicilia si trova una piattaforma per prospezioni ed estrazioni petrolifere. La cosa fa preoccupare gli abitanti di Pantelleria per diverse ragioni, alcune delle quali sono facilmente intuibili: il disastro in Louisiana è stato meno di sei mesi fa in un bacino molto più grande e aperto del Mediterraneo; la piattaforma nel Canale di Sicilia è arrivata in gran silenzio, in punta di piedi, senza avvisare nessuno, come se volessero fare le cose di nascosto; e per di più, in questo periodo pare che le compagnie petrolifere si siano scatenate a chiedere permessi di ricerca ed estrazione in tutto il mediterraneo, soprattutto dalle parti della Sicilia (vedi il caso emblematico di Sciacca, dove una società con capitale sociale particolarmente nullo stava per accaparrarsi un permesso di ricerca in una zona sensibilissima, ad alta sismicità e con un patrimonio, naturale ed economico, da proteggere).

Ci sono diverse ragioni per non stare tranquilli, per fare sentire la propria voce. E io, che un pò sto seguendo questa storia dall’inizio, mi sono aggregato alla spedizione. In sovrappiù, mi sono fatto portare proprio dalle parti della piattaforma, per fotografarla.

Quello che mi ha fatto più impressione è la sua grandezza. Sembrava una enorme zanzarona, immobile nel mare un pò mosso. Fotografarla non è stato facile, perché, a parte la detestatissima luce di mezzogiorno (ma è mai possibile che tutte le cose interessanti, ultimamente, sembrano accadere quando la luce è orribile?), si ballava non poco a causa del maestrale. Ma alla fine sono tornato con delle buone immagini, la fotocamera un pò impregnata di salsedine, e la soddisfazione di non essermi fatto prendere dal mal di mare neanche una volta.

Ieri mattina, invece, ho fotografato un gruppo di giovani imprenditori siciliani, che stanno lanciando sul mercato una nuova tecnologia in grado di ottimizzare la resa delle coltivazioni. Mi hanno spiegato con entusiasmo come funziona la loro tecnologia, mi hanno portato con loro a zonzo per i campi, abbiamo chiaccherato su ciò che significa rimanere in Sicilia e investire sulla propria crescita qui. E, ovviamente, ho fotografato: un pò di reportage su ciò che fanno nei campi, e ritratti, individuali e di gruppo, con la loro invenzione. Mi piace fotografare chi cerca di fare impresa e di innovare in realtà del Sud: molto spesso, sono persone che si ostinano a credere che si possa vivere in modo normale, persino nel meridione.

Purtroppo, né di Pantelleria né degli scatti di ieri mattina posso pubblicare niente: siamo in attesa di pubblicazione. Ma posterò sicuramente qualcosa.

Che mestiere strano, pazzo e imprevedibile, il mio. In tre giorni, sono passato dal Cortile Orquidea dello Sciacca Film Fest, a una barchetta che mi ha portato in mezzo al Canale di Sicilia e sotto una piattaforma petrolifera, a una motovedetta della Capitaneria (da cui ho seguito la manifestazione a Pantelleria) alla tenuta di Donnafugata per fotografare i miei giovani imprenditori. Non si può dire che non mi faccia vedere il mondo. E, credo, la sua ricchezza è proprio questa: farmi vedere il mondo.

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Sciacca Film Festival – 22 agosto (the Umbrella diaries)

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Quarta giornata di festival, terza da quando lo seguo io, che, si, ho saltato il primo giorno. Ieri è stata una giornata un pò stanca, ci trascinavamo tutti come degli zombies, e ben prima di mezzanotte, quando iniziano i film horror. Mi sono reso conto che con tutto questo andare a zonzo per le varie del festival, non sono ancora riuscito a guardarmi un film per intero. Solo uno spezzone bello grosso di “La voce Stratos”, ieri sera, che mi è sembrato abbastanza interessante.

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Si trattava di una lunga escursione nella carriera di Stratos, studiandone al tempo stesso le qualità vocali, uniche al mondo, e il tempo in cui la sua carriera si sviluppò. Ora: al di là delle mie riserve sulla continua rimembranza degli anni sessanta e settanta, che comincia davvero a stancarmi (pare che la generazione che oggi ha sui sessant’anni sia l’unica a questo mondo ad avere avuto una gioventù….); al di là di queste mie riserve, dicevo, a cui magari dedicherò qualche post più articolato, mi ha fatto tanto piacere vedere il Cortile Orquidea bello pieno di gente. Perché, sia chiaro: il documentario era veramente figo. Incatenava alla sedia.

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A seguire, c’è stata la buona performance musicale di Mario Formisano, bassista degli Almamegretta. Durante la quale ho cercato, senza riuscirci come volevo, di aumentare il livello di illuminazione che gli proveniva di fronte. La foto va bene, ma mi sa che dovevo avvicinare ancora di più il flash, su cui avevo montato un concentratore, e, soprattutto, avrei dovuto usare un gobo. Ok. Ci ritento stasera: si replica alle 21:30.

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Per il resto, ho fotografato la presentazione di “Iblei” di Vincenzo Cascone, presentato da Giandomenico. Ho ancora qualche problema di esposizione quando uso il flash all’indietro, puntato verso la fotocamera, ma credo che come luce di separazione vada più che bene.

Questa sera, ritratto di Daniele Ciprì, che interviene nel Cortile Orquidea a seguito del lungometraggio “L’emigrazione siciliana nel cinema” di Sebastiano Gesù. Inizio alle 20:30.

La galleria con i backstage di giorno 22 è, come sempre, sul sito dello Sciacca Film Festival.

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