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Sciacca Film Fest – 21 agosto (the umbrella diaries)

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Ombrelli, sacrosanti ombrelli. Niente di meglio per fare un ritratto improvvisato in un angolo, e fare finta di saperci fare con la luce. Stavo pensando, in questi giorni di Sciacca Film Fest, di aggiungere un ulteriore tocco di inglesità al mio look. L’ombrello già c’è, potrei aggiungere una bombetta, da indossare durante le prime e le presentazioni. Darebbe un tocco di classe. Soprattutto, nell’insieme nerd – photographer con cui vado in giro per ora: braghe e scarpe da skate, maglietta di Ratman, stativo aperto e brandito come un monito ad accendere le luci.

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Per il ritratto della celebrità di ieri, però, non ho usato ombrelli, ma un concentratore. Massimo Ciavarro, piazzato davanti al banner del festival, con un tocco di luce sul viso. Colori più saturi, maggiore definizione. Con il buon Ciavarro ci siamo fatti un giro per Sciacca, siamo andati a bere qualcosa al Murphy’s, ed ho capito che è molto istruttivo camminare con le celebrità. La gente lo ferma, chiede fotografie e autografi, scambia due chiacchere. C’è la generazione che lo riconosce per fotoromanzi e Sapore di Sale, e quella che lo riconosce per L’Isola dei Famosi. Lui è sempre molto disponibile, non si tira mai indietro.

E’ strano vedere realizzato in modo così lampante quello che di solito leggo solo negli articoli e nei libri: il fatto, cioè, che il vero fattore unificante di questo paese è la televisione, e tutta la cultura che la riguarda. In poco più di un’ora, diverse generazioni e fasce sociali e culturali hanno trovato un motivo per salutare Massimo Ciavarro, personaggio che appartiene a pieno diritto alla cultura popolare. E a poco serve ricordare che c’è anche una parte di Italia che ha altri punti di riferimento, perché il punto è proprio quello: le due culture si snobbano, felicemente, a vicenda.

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Va bene. Riflessioni profonde a parte, ieri ho iniziato a tentare una fotografia particolare, che ho in mente da un pò. L’Arena Giardino durante una proiezione, con le luci del quartiere, lo schermo e la platea. Ancora non ci siamo, però. Ho poco dettaglio sulla platea, e lo schermo sovraesposto. Dovrò inventarmi qualcosa. Sparare flash galattici in platea, per esempio. O pregare gli amici dello staff di lasciare le luci accese in platea per trenta secondi. Potrei anche tarocc…. ehm….. “lavorare” le foto in photoshop, ma ultimamente è un pò contrario alla mia filosofia. Vedremo. Per intanto, buttiamoci nel quarto giorno di festival. Oggi, oltre alla replica del primo blocco dei corti in concorso, ci sarà l’omaggio a Demetrio Stratos, in occasione della proiezione di “La voce Stratos”, con una performance musicale e vocale di Mario Formisano, degli Almamegretta. Sempre alla Badia Grande, sempre a Sciacca, sempre allo Sciacca Film Fest.

(come sempre, gli scatti della giornata di ieri sono visibili sul sito dello Sciacca Film Fest)

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Sciacca Film Fest – 20 agosto (the umbrella diaries)

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C’era parecchia gente. Non tantissima, per una cittadina della grandezza di Sciacca. Ma non si può per niente dire che lo Sciacca Film Fest venga ignorato. Il che è già un segnale positivo. In più, ho sentito i commenti di parecchie persone, contentissime delle selezioni e del fatto che a Sciacca ci siano iniziative di questo genere. Belle reazioni, insomma.

Di mio, posso mettere solo che gli spazi dello SFF sono l’incubo del fotografo (ma: quale posto nel vasto e buio mondo non è un incubo per un fotografo? Quand’è stata l’ultima volta che sono uscito di casa e la conferenza stampa era illuminata da comode lampe al quarzo, o da flash da studio con tanto di bank? Ah già! E’ stato nei dorati anni ’80, quando avevo cinque anni e Babbo Natale esisteva ancora). Non che la Badia Grande sia illuminata male: tutt’altro, è una splendida atmosfera, con lampade tenui che si spengono appena iniziano i film, e l’illuminazione pubblica del quartiere arabo di Sciacca che ogni tanto fa capolino da dietro le alte mura del complesso. Dopotutto, ehi, sto fotografando un Film Festival, è ovvio e giusto che si tenda al buio. Le luci che lavorano bene, in un cinema, non lavorano bene in una fotocamera. Legge di Murphy, declinazione fotografica: se qualcosa può avere illuminazione bassa, e al neon, l’avrà.

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Insomma: mi sono attrezzato. Me ne vado a zonzo per il complesso con uno stativo, un ombrello e un concentratore (fabbricato con un pezzo di scatola di cereali per colazione e, uh!, striscie e striscie di gaffer tape), cerco di sparare qualche flash laterale, di creare un effetto diverso dal solito flash-in-macchina-modalità-KABOOM! Gli spettatori spesso strabuzzano gli occhi, e ogni tanto mi chiedono a che serve tutto quell’apparato. Fa effetto soprattutto l’ombrello (in effetti, aprire un ombrello davanti a un flash in pieno agosto non deve essere un buon segno di sanità mentale).

Sto prendendo le misure al posto. Per esempio, ho capito che sparare il flash in frontale funziona benissimo per simulare la luce dello schermo, ma che devo trovare un Gobo adeguato. E ho capito che i ragazzi dello staff si fanno fotografare, ma non troppo. E’ giusto. Troppi flash fanno male. Male come ripensare a bank, quarzi e Babbo Natale.

Altre foto dello Sciacca Film Fest sul sito ufficiale.

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Sciacca Film Fest

Come avevo accennato tempo fa, da oggi darò una mano per il terzo Sciacca Film Fest, che si svolgerà fino al 25 a Sciacca, nel bellissimo complesso della Badia Grande. Il mio compito sarà, ovviamente, quello di fotografo ufficiale del festival. Le prime gallerie saranno pubblicate sul sito del festival, ma spero di poter postare qualcosa di curioso anche qui, se ne avrò il tempo.

Sono curioso soprattutto di fotografare Daniele Ciprì, che sarà a Sciacca lunedì 23, e Giuliana Sgrena, il 25.

Il festival può essere seguito anche sulla pagina Facebook, e dispone di un proprio canale youtube (SciaccaFilmFest).

Ci vediamo a Sciacca!

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10 consigli su come fotografare per una mostra….

….ed essere sicuri di essere applauditi dalla propria mamma. E’ estate, e tra un pò, con il mese di agosto, arriveranno i turisti, il caldo che incoraggia il consumismo marittimo, e qualche festival fotografico.

Nei festival di agosto, di solito organizzati da volenterose, e onorevolissime, associazioni culturali, torme di foto – amatori manderanno le proprie foto tutte uguali con pretese artistiche inversamente proporzionali all’originalità. O, quantomeno, alla ricerca dell’originalità. Tramonti, campi di grano, contadini sudati, maschere del Carnevale di Venezia e gli immancabili dettagli scandiscono la cultura visiva di un paese, il nostro, che è pieno di solisti e di fotografi artisti quotatissimi nel mercato fotografico del tinello di casa.

Ma, si sa, la competizione nel mondo fotografico è spietata, e nel mondo amatoriale è addirittura feroce. Come fare dunque ad assicurarsi l’apparizione nell’ambita mostra della Proloco di Pizzighettone di Sotto? Basta seguire le 10 regole base per un perfetto scatto da mostra fotografica. Seguendole, il fotoamatore più furbo si assicurerà l’apparizione nella mostra, applausi e gloria imperitura.

Le regole:

  1. Un tramonto è arte. Chi fa una foto di tramonto, per postulato, è un artista, e non sta facendo la stessa foto di tramonto per la decimilionesima volta;
  2. Se le tue foto non sono buone, non eri abbastanza vicino. Dunque, riempi la tua selezione di dettagli, possibilmente in cui non si capisca bene che cosa si sta guardando, se non dopo venti secondi di osservazione linea a linea;
  3. Sistematicità e organicità sono la morte dell’impeto artistico. Meglio quindi presentare selezioni il più assortite possibile. Una ventina di foto a colori con altrettanti soggetti, un paio di bianco e neri effetto seppia, e cinquanta versioni diverse dello stesso scatto reinterpretato ad libitum in sedute mensili di Photoshop, andranno bene. Sono graditissime, e innalzano il valore dell’Opera, quelle versioni che hanno causato il divorzio del fotografo a causa del troppo tempo passato al computer, trascurando i propri doveri coniugali;
  4. Il bianco e nero, si sa, è più artistico e bello. Presentare delle foto in bianco e nero è di per se sinonimo di successo. Dunque, perché occuparsi di banalità come i soggetti, la composizione, la luce o (orrore!) la messa in sequenza? Abbondare di contrasto in Photoshop dopo aver messo in scala di grigi. Sono fortemente incoraggiati effetti misti, tipo foto in bianco e nero con mazzo di rose a colori;
  5. i soggetti esotici sono belli di per sé. Abbondare con ritratti di bambini neri, possibilmente con lo sguardo affamato e un pò dubbioso di fronte al teleobiettivo da 5000 euro. Infilare anche decine di foto mal composte di animali africani: in fondo, quello che ha suscitato l’invidia degli amici DEVE per forza funzionare anche in una mostra fotografica, no?
  6. La didascalia non serve mai, la mettono solo i pedanti. Se proprio bisogna metterla, sia più vaga possibile. Evitare ogni contestualizzazione e informazione che sia utile alla comprensione della foto; se viene fatta notare l’assenza di informazioni, uscire la boa di salvataggio, “la foto deve parlare di per sé”, dimostrando al tempo stesso sicumera e una cultura fotografica che si è fermata agli anni ’80. Dell’ottocento. Abbondare con titoli vaghi, come “Assenza” sotto la fotografia fuori fuoco di un gabbiano.
  7. Il vero fotografo mette i dati tecnici nella didascalia. Sotto l’immagine di una donna africana che chiede l’elemosina, scrivere “La cattiveria dell’Uomo. Canon 5D con obiettivo turbodiesel, 1/200 f/5,6, WB tungsten, treppiedi”.
  8. Meno si vedono le ombre, meglio è. Chiudere tutti i neri. Fa arte.
  9. Abbondare con il mosso.
  10. Scegliere soggetti il più convenzionali possibile, fatti apposta per piacere alle persone. Evitare la ricerca fotografica, preferirle quella a parole. Infarcire dei termini “personale”, “intimo” e “concreto” il testo di presentazione. L’ideale sarebbe presentarsi come il classico Artista che tira fuori tutta la sua sensibilità nel mostrarci la stessa foto che abbiamo visto già centinaia di volte in altre occasioni.

C’è anche la regola 10bis. Se fai la stessa foto degli altri, sei un amatore. Se ripeti te stesso per venti anni, sei un professionista.

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Lavori estivi

Mentre l’FTP invia i file all’agenzia, ho un attimo di tempo per scrivere. Sono giù in Sicilia, per ora, a prendermi il caldo e alcune delle più belle giornate dell’anno. Sessione estiva di lavori, con diverse cose a cui pensare. Un lavoro sulle coste del bordo sud, che mi prenderà un pò, dato che il tema è lungo è complesso. Per realizzarlo, mi sto avvalendo dell’autorevolissimo contributo del comitato Stoppa la piattaforma. Ho deciso di dare una mano, con i miei modestissimi mezzi, per questa importante iniziativa, che mira a contrastare quella che si sta rivelando una delle più spregevoli iniziative di speculazione che si siano visti negli ultimi anni in Italia. Tutto sulla nostra pelle, ovviamente.

Poi, c’è in programma un viaggio on the road verso l’austria, a zonzo per fotografare e vedere un pò di belle cose. Il mese d’agosto sarò impegnato in attività meno direttamente “fotografiche”, anche se mi sa che avrò sempre la macchina fotografica in mano. Tempo permettendo, dovrei riuscire a impegnarmi di più nell’organizzazione dello Sciacca Film Fest, con i ragazzi di Café Orquidea. Fateci un salto: nella ridente cittadina di Sciacca (che, nonostante quello che dicano certi operatori turistici della zona, si è lasciata da tempo alle spalle la definizione “villaggio di pescatori”), tra bagni su spiagge che guardano direttamente l’Africa e cucina semplice, ma buonissima, ha luogo ormai da tre anni uno dei più interessanti appuntamenti cinematografici dell’estate.

E poi: un corso di immersioni subacquee, con l’idea di cominciare a fotografare anche sott’acqua. E la preparazione del reportage che in autunno dovrebbe portarmi in medio oriente e marocco. C’è molta carne sul fuoco, in altre parole. Magari, potrei non bloggare frequentemente. Ma prometto che aggiornerò i due lettori che ancora passano da qui.

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Quale audience per il fotogiornalismo?

Oggi a pranzo ho visto Gabriele, di Cesura, e Guglielmo. Sono due miei vecchi colleghi del master di reportage, e senza dubbio gli amici con cui mi piace di più parlare di fotografia, all’interno di questo mondo un pò troppo concentrato su sé stesso.

Tra gli ultimi pettegolezzi del mondo fotografico e gli aggiornamenti obbligatori (“io ho in mente questo progetto, tu che fai?”), ci siamo andati a sedere in un parchetto, a ripararci dal sole che in questi giorni sta martellando Milano, e abbiamo parlato del futuro della distribuzione fotografica. E vedo che anche Guglielmo e Gabrio, che sono quelli che su qualsiasi rivista verrebbero definiti “giovani fotografi” (con qualche ragione, anche se questo è un paese in cui si è giovani fino a 50 anni), si pongono il problema di come fare arrivare a più gente possibile le proprie foto, per uscire dal ghetto della “foto d’autore”, dei photo editor che ti pubblicano una foto come se ti stessero facendo l’elemosina, e per arrivare a un’audience veramente di massa.

Il problema sicuramente si pone. I giornali sono sempre meno letti, e si comportano, come dicevo anche in un post recente, come se avessero nostalgia di come funzionava il giornalismo 30 anni fa (chiudendo gli occhi, e facendo finta di non vedere il mondo che cambia intorno). In più, molto spesso si ha l’impressione che le belle foto rimangano confinate nei cassetti o nei musei. Audience “alta”, diciamo. Ma la perdita di lettori, e lo spostamento su internet, non viene compensato, in termini economici, dalle vendite pubblicitarie su supporto elettronico. Si cercano disperatamente nuovi modelli. Che credo (in questo sono d’accordo con Gabriele) vadano necessariamente ricercati nella distribuzione elettronica, nella donazione, nella sponsorizzazione. Si è accennato, per esempio, a Spot Us Italia: un’esperienza in fase di sperimentazione, ma a cui, personalmente, guardo con attenzione.

Il succo di tutto è: bisogna abbandonare la mentalità per cui c’è un collettore, un gatekeeper, che raccoglie le notizie (o le foto) dai produttori e li fa avere ai fruitori. Si va sempre più verso un modello da molti a molti. Le testate cartacee continueranno per un pò ad avere la loro importanza (pubblicare su NyTimes o su Guardian sarà ancora qualcosa di prestigioso); ma le grandi agenzie di distribuzione, se la vedranno ancora più brutta. Per parafrasare David Randall, il giornalismo sta benissimo e continuerà a crescere, sono i giornali che non hanno buona salute.

In tutto questo, c’è chi tenta di salvare capra e cavoli affidandosi ad un altro gatekeeper, disegnato bene: ipad, apple store e simili. Che, dicono, abbia salvato il mondo della musica. Ma non penso che, sul lungo periodo e nel mondo dell’editoria, sarà qualcosa che funzionerà: qualcuno si stancherà di avere un controllore, all’accesso, a cui bisogna cedere parte rilevante di questo profitto; e poi Google ha fatto la sua mossa sul mercato delle news. Che è una mossa fatta da chi la cultura della rete la conosce, e anche troppo bene, e che va proprio nella direzione di bypassare le tradizionali agenzie di distribuzione, per diventare un nuovo canale.

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Dovresti fare dei video, fotografo.

E’ ufficiale: il fotografo non fa più solo fotografie, occupandosi, inoltre, di tutto quello che queste fotografie faranno per lui (dargli da mangiare, tra le tante altre cose). No: nell’era dell’ i-pad, dei contenuti interattivi sui siti, della stampa in crisi, e della totale cessione del diritto di accesso al mercato, e dei margini di profitto, a Steve Jobs, il fotografo deve svegliarsi, fare altro. Il mercato cambia, non ci sono più soldi per i reportage o per pagare le foto, e, signore mio, dobbiamo trovare altri modi di raggiungere i lettori, e di spremere i gonzi con una macchina fotografica.

Fare un giro presso i foto editors milanesi, di questi tempi, è come ascoltare un mantra. Prima, la parte sui costi tagliati e sull’impossibilità di produrre reportage (hanno anche ragione: le politiche editoriali degli ultimi tempi potrebbero essere chiamate “Giornali: Ma perché non possiamo tornare a 30 anni fa?”. Con, in più, il sospetto che molti stiano usando la scusa della crisi per fare pulizia, e licenziare e tagliare anche quando non ce ne sarebbe bisogno). Poi, la richiesta di “personalità creative ed eclettiche” in grado di produrre foto, testo, video, e magari di portare un caffé macchiato caldo al direttore.

Non che ci sia qualcosa di male nel fotografo-videografo. Anzi, la comunicazione si è data una bella sveglia, con i contenuti audiovisivi. Guardate, per esempio, cosa combinano a Mediastorm: eccezionali. Ma ho il – ehm – sospetto che ai giornali italiani, di innovare e di catturare nuovi lettori con contenuti innovativi, non gliene freghi niente. A loro interessa solo tagliare le spese, e accodarsi, in modo raffazzonato e giocando di rimessa, a una tendenza che è ormai globale. E, per tagliare le spese, preferiscono ovviamente una persona che fa video e foto contemporaneamente. Magari infischiandosene della qualità finale, o del fatto che il fotografo, per alzare la qualità del lavoro, deve assumere qualcun altro (un montatore, per dire), o occuparsi di troppe cose contemporaneamente.

Ora: per quanto ci piaccia credere il contrario, e per quanto abbiano molte zone di contiguità, i mestieri di fotografo e quello di videografo sono diversi. Uno è in cerca di certe cose, uno di altre. Certo, un fotografo, soprattutto se navigato, sarà in grado di fare video di qualità dignitosa, e viceversa. Ma, ehi, è di questo allora che stiamo parlando? Di accontentarci? E se dovevamo accontentarci, perché non facevamo girare i video direttamente agli sconosciuti? Tanto già nel mondo della fotografia succede, che si pubblichino immagini di gente che il fotogiornalismo lo avrà visto si e no col binocolo, che non garantisce nessuna copertura completa dei fatti, e che insomma non lavora in modo professionale. E succede proprio per abbassare i costi. Perché non fare lo stesso con i video? (possibile risposta: in realtà già lo si fa, vedi per esempio i pregevoli video scaricati da youtube e pubblicati su testate online e telegiornali serali).

Ho sempre sentito lamentele, da parte dei fotografi, sui loro colleghi che usano la penna, e che scattano immagini con il telefonino per fare risparmiare ai giornali. E perché dovrebbe essere diverso per i videomaker, adesso? E, per di più: perché a rischiare, a tentare nuovi approcci, anche economici, e a mettersi in discussione non devono mai essere i giornali?

(grazie a Vittorio Zambardino e al suo Blog, che ho sacchegg…. ehm….. letto per trarre spunto sui mercati dell’informazione, e su come reagiscono i giornali).

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Advice….

Learn to do at least one type of commercial photography really well: architecture, product, weddings (gasp!), or anything technical that the hordes of amateurs can’t do well. It may sound dreary, but it may also pay your bills and keep you in the game.

Joel Sackett, via Lightstalkers.

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On The News

Non scrivo da un bel pò sul blog. Ed è proprio perché stanno succedendo un sacco di cose. Strano, lo so: normalmente, quando succedono tante cose, uno sarebbe portato a scrivere di più, non di meno. Ma va bene, preferisco vivermele. E poi fare riassunti.

Dal primo marzo, sono in un nuovo studio, zona Isola a Milano. Gran bel posto, un soppalco di uno studio molto grande e con un bel solarium, compagnia sveglia di creativi milanesi. Si respira una bella aria, e si lavora molto di più e meglio.

In questi giorni, inoltre, sto dando una mano ad allestire la mostra fotografica “L’Africa nel Pallone”, venti fotografi sul calcio nel continente africano. Alla vigilia dei mondiali, è molto attuale, e bella. Per chi si trovasse in zona Milano, inaugura questo pomeriggio alle 18:30, presso la Casa del Pane, corso Venezia 63 (i bastioni di porta Venezia), nell’ambito del Festival del Cinema Africano.

E infine, sono felice di comunicare che da ieri sono rappresentato dall’agenzia OTNphotos. Una piccola agenzia fotogiornalistica, in crescita, entusiasta, con idee che mi piacciono molto sul reportage, e, cosa che non guasta, con sede al sud. Non potevo non farne parte.

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In progress…

C’è un tentativo di nevicata, questa mattina a Milano. Non una buona giornata per stare fuori, e per fortuna non ho avuto da uscire.

Mentre mi preparo per diversi progetti da realizzare da marzo in poi (è qui a Milano, di passaggio sulla via per Mosca, il G., con cui abbiamo parlato un pò di Caucaso e di possibili progetti; e poi, stavo pensando a qualcosa sugli operai, a riprendere il mio lavoro sulla Sicilia,  a un paio di cose in Francia, ad altro sulla via della realizzazione…), mi dedico a mettere ordine al mio archivio, ad aggiornare le mie letture, a mettere qualche foto sul mio sito. Da oggi è on line una nuova galleria: sono le foto del lavoro sull’accademia di liuteria Stradivari, che avevo fatto per il Globe and Mail e di cui avevo parlato QUI. Nel frattempo sto preparando un nuovo portfolio, e una nuova galleria di ritratti.

E, nel tempo libero, leggo Altai, di Wu Ming. Dei quali si può pensare quello che si vuole, ma sono dei narratori sopraffini, che riescono ad affabulare come pochi. Proprio il genere di abilità che bisognerebbe raggiungere con macchina fotografica e audio.

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