Antonio Giordano

Sì, beh, questa è solo, tipo, la tua opinione amico.

Tag: totalitarismo

Intelligenza negativa

La routine mattutina prevede che io ingerisca informazioni in modo incontrollato per almeno un’ora. Quando va bene. Questa mattina, tra tweet dei difensori del Presidente del Consiglio che non sopportano di vederlo descritto come un essere meno che invincibile, la solita scorsa a Repubblica per vedere se riesco ancora a incazzarmi, e un articolo sul nuovo degli Shellac che non mi ha preso, ho letto un pezzo su una compagnia che si occupa di intelligenza artificiale. Il giro di parole era il solito: siamo impegnati da anni a simulare l’intelligenza umana, solo che abbiamo trovato un modo più innovativo di farlo, i nostri computer non sono programmati ma istruiti, non usano il solito approccio e via dicendo. Di solito in questi pezzi si esagera con il linguaggio, è facile dire che tu istruisci un computer se non devi spiegarmi che minchia significa, sei un figo, complimenti.

Qualcosa di interessante, però, l’ho trovato. A un certo punto il CEO dell’azienda dice che, se i computer fossero umani, classificheremmo il loro comportamento come schizofrenico, o autistico, o un’altra malattia psichiatrica grave. Dicendo che vogliamo robot, questi robot con questa scarsa intelligenza, per accudire i nostri malati e badare ai figli, in pratica stiamo dicendo che abbiamo delle cose molto importanti da fare, ma vogliamo delegarle a cani e gatti. Il che è vero, ed è quello che in media fa la nostra società: prende delle cose più o meno piacevoli e le toglie di mezzo per liberarci. Da cosa non si sa bene, ma ci liberano e ci fanno lavorare di più. La corporation che invece di programmare i computer li educa, invece, promette grandi cose, il computer di Star Trek a cui puoi parlare senza dovere spiegare ogni cazzo di cosa, e che quando tu gli chiedi un mojito non combina un disastro solo perché non ha il lime.

Mi piace sforzarmi di essere ottimista, con la nuova tecnologia che viene messa in circolazione o progettata. Ma sto iniziando a intuire che, complice anche un gigantesco Borg Complex che schiaccia la nostra società in modo tanto potente da essere diventato invisibile (se vuoi nascondere qualcosa, mettila ovunque), la visione ottimista a tutti i costi è diventata mainstream, e ci ha portato a una tecnologia che ci chiede di piegarci alle sue logiche, e non il contrario. Questo non sarebbe male di per sé, ma lo diventa nel momento in cui le decisioni su come debbano andare le nostre società non vengono più prese da soggetti legittimi, ma da gente che non vedremo mai in faccia. Non sto pensando a fantomatiche stanze dei bottoni, ma molto più semplicemente ai comportamenti di soggetti privati – aziende, associazioni – che di fatto stanno scavalcando gli stati. Che avranno tante tare, ma finora mi rappresentano di più del consiglio di amministrazione di un’azienda.

L’intelligenza a cui puoi insegnare tutto può essere un’ottima cosa, ovvio. Un pò meno ottimo è immaginarsi cosa può fare nella società a totalitarismo soft come la nostra, in cui il controllo è tanto diffuso quanto accettato socialmente. La tecnologia e le sue ricadute infatti andrebbero viste non con un’ottica ottimista per forza, ma inserite nella loro società di riferimento. Quella del caso Snowden, dell’architettura fatta apposta per allontanare i barboni indesiderati, degli apparati di sicurezza che si rinforzano e fanno carta straccia delle nostre costituzioni. In questo contesto non sento il bisogno di computer che affianchino gli apparati di controllo. Meglio che rimangano stupidi come adesso.

Tardi. Meglio andare a scrivere.

Cultural hacking

La sottomissione a qualcosa più grande di sé. Ad alcuni sembra un concetto tanto onorevole ed alto da ritenere di dover sacrificare la vita alla ricerca di qualcosa a cui sottomettersi. Considerano degno di disprezzo chi non ha una parte per cui giocare, un padrone da servire.

In un saggio di Erich Fromm che sto leggendo in questi giorni, “Fuga dalla libertà”, il carattere autoritario viene definito non sulla base della sua brama di comando, ma di quella di sottomissione. Partendo dalla psicologia individuale Fromm riesce a passare dal terreno culturale preparato dal protestantesimo e dal capitalismo alle strutture caratteriali di chi cerca di vincere il proprio senso di isolamento e di impotenza, causati dal vivere in una società atomizzata e capitalistica, annullando il proprio io e i propri desideri individuali all’interno di una relazione. Questo annullamento ha molto in comune con la psicologia sadomasochistica: nel caso del masochismo, si cerca di annullare completamente sé stessi. Nel sadismo, il senso di smarrimento è tale che si cerca di puntellarlo con il dominio su un’altra persona. In ogni caso, c’è un certo odio e paura di sé, e il desiderio di svanire, di togliersi di dosso la responsabilità di vivere la propria vita.

Per non confondersi con le definizioni cliniche, Fromm parla di carattere autoritario quando la psicologia sadomasochistica esce dalla patologia per trasferirsi nella vita quotidiana. E sono molto interessanti i tratti con cui descrive il carattere autoritario. L’autoritario ricava la sua forza dall’appoggiarsi a un potere superiore, e tutto viene visto come rapporto di superiorità o inferiorità. Qualsiasi relazione – sessuale, razziale – viene vista in questo senso. Dipendendo da un atto di sottomissione, il carattere autoritario ama i limiti, e tende a vedere il mondo e la vita come pieni di destini immutabili.

In campo economico, questo spinge a vedere il mercato, la crisi e la prosperità non come fenomeni umani, che possono essere cambiati, ma come l’espressione di un potere superiore al quale ci si può solo sottomettere.

Molto, molto interessante che Fromm scrivesse queste cose nel 1941, nel pieno del buio più pesto della notte europea. Perché sembra individuare uno sviluppo del sistema sociale che stiamo vedendo ancora oggi. Se la mentalità autoritaria ha bisogno di vedere qualcosa di più grande che guida l’uomo a cui ci si può solo sottomettere, allora credo che un modo di identificare una società autoritaria sia osservarne il linguaggio, cercando quali siano le entità a cui la società si sottomette o è invitata a sottomettersi. È ovvio che questa sottomissione, nella nostra epoca, non avviene più nel modo brutale e aperto dei regimi. Ma è, solo per questo, meno totalitaria nei fatti?

Linguaggio odierno: il mercato decide e reagisce come se fosse una persona, si arrabbia o premia o punisce a suo insindacabile giudizio. L’unica cosa da fare è assecondarlo, o perire. Oppure: la tecnologia è inarrestabile, non si può fermare né indirizzare né discuterne i presupposti sociali e politici. Si può solo accettare. Ancora: la fine del movimento operaio, l’avanzata dell’egoismo come sistema culturale è ormai un dato di fatto. Si può solo vivere meglio che si può il sistema odierno. Provare a cambiarlo è illusorio.

Tutti esempi presi dai telegiornali degli ultimi giorni. In tutti e tre i casi, c’è un’entità vista come indiscutibile, una forza sovrannaturale a cui è saggio sottomettersi senza discutere. L’unica cosa sensata da fare sarebbe cercare di raccogliere le briciole migliori.

Ecco in cosa la nostra società si dimostra autoritaria. Nel caricare di un destino ineluttabile dei processi e dei fenomeni che sono e saranno umani, e che come tali possono essere trattati. Non esiste nessuna mano invisibile, nessuna decisione dei mercati, nessuna tecnologia che va accettata insieme a tutte le sue conseguenze. Esistono gli uomini, che possono essere spinti ad accettare con rassegnazione il proprio destino, oppure no.

Questo non significa diventare luddisti. Una delle più stupide maniere di reagire, quando si mette in discussione l’avanzata tecnologica, è quella di dare dell’apocalittico a chi muove delle critiche. Ma andare ad aprire una scatola nera e guardarne i circuiti non significa non volere più quella tecnologia. Significa voler capire come funziona, come si può sfruttare, in che direzione si può indirizzare. In fondo tutta l’informatica moderna è progredita così, sul principio dell’hacking. Perché mai adesso dovremmo tornare indietro e accettare a scatola chiusa la tecnologia e i suoi presupposti sociali ed economici?

Questa è politica. Chiamiamola cultural hacking, se vogliamo. Il principio è quello di mettere in discussione qualsiasi idea o forza che abbia una qualche influenza sulle nostre vite, e che viene data come ineluttabile e naturale. Quando arrivano questi discorsi, meglio armarsi di elmetto, perché sta arrivando una salva di stronzate fatta apposta per rendere naturale quello che è assolutamente artificiale. Tutti i regimi si giustificano in questo modo, e a noi spetta il compito di difenderci smontando tutto quello che è naturale. Solo le risate sono naturali. Il resto è merda autoritaria.

Desiderio represso

Sarei contento se il governo cadesse anche domani stesso sulle unioni omosessuali, sull’erba o su uno qualsiasi dei temi liquidati con una certa supponenza come irrilevanti dall’elettore medio. Quale motivo migliore di una sana, onesta questione di principio con cui arroventare il dibattito? Concentrarsi sul tempismo – sempre sbagliato, guarda caso – con cui si fanno le cose per risparmiarsi il disturbo di prendere una posizione chiara è diventata una tattica ridicola, ma ripetuta, e peggio della vigliaccheria con cui si fugge la discussione c’è solo la smorfia con cui chi fugge rivela di sentirsi furbo, sveglio, dialettico, tattico.

Tattiche e strategie fanno sentire chi le mette in atto dei grandi condottieri, e i politici italiani in questo sono grandi maestri. Riempiono di strategia inutile ogni anfratto di ogni discussione e di tutta la vita pubblica, fino a farla diventare tutt’altro da sé, contaminata da tante di quelle conseguenze possibili da trasformare anche una semplice esternazione di buon senso in un motivo di resa dei conti per un intero paese. L’abitudine alla tattica sterile è un prodotto di cui l’Italia va fiera. La tradizione cita Machiavelli come unico precedente storico veramente importante, a cui vorrebbe disperatamente somigliare un paese che invece ricorda sempre di più un’armata di Azzeccagarbugli. L’ultimo, insignificante governo italiano è un’accozzaglia di ragionieri incapaci di prendere l’iniziativa su qualcosa. Merito della spina dorsale: quando manca del tutto ci si può agevolmente trasformare in molluschi sfuggenti.

Ma sarebbe ingiusto lasciare la responsabilità solo su chi comanda, dimenticandosi delle pance che da trent’anni mandano propri rappresentanti in parlamento aspettandosi solo di potere continuare a vivere in tranquillità. Se il paese va verso i quaranta ruggenti è merito soprattutto della sua molle, viscida, conservatrice, ipocrita e dolcemente totalitaria classe media. La sua fifa come stile di vita viene fuori, potentissima e sonora, tutte le volte che qualcuno prova a a prendersi un pò di quei diritti che secondo la costituzione sarebbero di tutti. Immigrati, omosessuali, donne, giovani, precari, operai, braccianti. Nessuno si salva, se prova ad alzare la testa.

Chi comanda di solito lo fa perché vince, irradiando l’arroganza e la sicurezza sfacciata di chi sa di essere dalla parte della ragione. Ma niente di tutto questo succede nello stivaletto, dove chi comanda, per qualche oscura nevrosi collegata alla giovinezza perduta, deve sempre mettersi il costume di chi è contro, contrasta, è sopraffatto dal governo e dai poteri forti. Non si è mai visto da nessuna parte tanto astio ringhioso da parte di chi comanda e ha più privilegi del resto della società.

Sulle coppie omosessuali, ad esempio. Quanta ipocrisia ci vuole per fare passare delle misure minime civili, come il riconoscimento di alcuni diritti per una coppia di persone che convivono, come una sopraffazione ai danni di gruppi deboli e vessati come i maschi bianchi eterosessuali cattolici sposati e le donne bianche eterosessuali cattoliche sposate? Si fanno battaglie impostate sull’idea che dare qualche diritto agli omosessuali sia una discriminazione. La bile in gola deve essere tanta per vomitare questa roba marcia, questa ossessione sessuale repressa che impedisce di capire che l’omosessualità non è un modo come un altro di stare nel letto, ma un modo di amare, e come tale merita tutto il rispetto che il mondo è capace di dare.

Potete sostituire alla parola omosessuali qualsiasi categoria abbia avuto la sfrontatezza di non adeguarsi alla normalità italiana negli ultimi trent’anni. Gira gira si finisce lì: la nostra classe media è orientata a conservare lo status quo. Quando il mondo cambia prima prova a ignorarlo, poi a fermarlo. La cosa più patetica è vedere anche i più giovani mettersi su questa strada, trasformandosi nelle copie tristi dei loro genitori, senza capire che il mondo non aspetterà per sempre. Collezionando passi indietro non torneremo al punto di partenza, ma diventeremo vecchi molto più in fretta, senza nessuna soddisfazione se non quella di negare ad altri la possibilità di divertirsi. E di vivere.

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