Antonio Giordano

Sì, beh, questa è solo, tipo, la tua opinione amico.

Tag: trasloco

Respiro

In questi giorni mi è venuto in mente molto spesso Hitch. Figurarsi. Si è avviato da un bel pò a essere una delle mie figure di riferimento, e il bello è che è successo tutto per caso, senza che io abbia provocato niente. Una volta ho trovato un suo libro su uno scaffale, per caso, e da allora non ho fatto che approfondire, tornare sul personaggio, rileggere, cercare di capire. Sembra l’inizio di una storia d’amore, e in realtà lo è, con la stranezza delle storie d’amore intellettuale.

Stavolta non ho pensato tanto alle idee di Hitch, però. Me lo sono tenuto più come riferimento personale. Molto semplicemente sono in mezzo a un trasloco, che sta invadendo tutti i ritagli di tempo da sveglio di cui dispongo e che non mi fa fare nient’altro. Se in questi giorni mi chiedessero cosa faccio nella vita, risponderei “trasloco”. Niente scrittura, niente amici, niente letture. Sì, niente letture: la sera sono talmente stanco che l’unica cosa che riesco a sfogliare è 9gag. Niente di niente. Sono entrato nello stato mentale degradato, quello che mi fa andare in giro per un centro commerciale e invidiare tutte le altre persone perché hanno una vita normale, una casa più o meno ordinata a cui tornare, un lavoro o una passione da riprendere. Quando si arriva a questo stadio, si ha bisogno di ricominciare.

Quanto dramma per un trasloco, vero? Sono d’accordo. E’ solo la stanchezza che parla al posto mio, la frustrazione di non potere più scrivere e leggere con assiduità, cose che mi stanno mancando davvero tanto. Come se mi avessero tolto il respiro, né più né meno. Se scrivo e leggo, ci sono. Se no, sono meno di niente. Ed è qui che mi è tornato in mente Hitch: lui era uno che aveva un sacco di appetito, per la buona scrittura, la buona conversazione, le buone bevute, le sigarette. Sarà capitato anche a lui di traslocare, e chissà come l’avrà presa, come si sarà comportato mentre tutti i suoi libri e i suoi scritti venivano sballottati da un angolo all’altro del mondo, mentre non poteva sedersi al tavolino e scrivere i suoi pezzi con la sua prosa densa e piacevolmente ridondante di aggettivi. Forse se n’è infischiato ed ha continuato a scrivere. O forse era più comodo di me, ed ha affidato a qualcun altro il compito di occuparsi delle sue cose. Forse, come mi pare di intuire dalle pagine della sua biografia, ha cercato di resistere un minuto di più ogni giorno che passava, cercando di scrivere il più possibile e di non mollare fino all’ultimo momento. Lui aveva un sacco di cose da raccontare e di cui occuparsi, d’altronde.

Io invece ho a disposizione solo un argomento e un pensiero: trasloco, trasloco, trasloco. Ho diverse idee per scrivere delle storie (riguardano gente che trasloca), ne ho una in corso di cui sto sviluppando il personaggio. Nei prossimi mesi dovrei anche mettermi a scrivere un altro romanzo, e dovrei dedicarmi alla pubblicazione del primo. Nel frattempo sto cercando di diventare un fumettista, un modo di scrittura che mi sta catturando sempre di più. Scrivo soggetti con in mente le case editrici a cui mandarli, sviluppo personaggi e linee adatte a certe pubblicazioni. In questi giorni sto aspettando risposte da un editore importante. Mi è stato detto che risponde, sempre, ma con un pò di lentezza. Spero solo che il tempo che passa non significhi rifiuto. Magari valutano bene, fanno riunioni. La cosa che distrugge è l’attesa, il dover rimanere attaccato a questo tempo indefinito. Anche perché nel frattempo ci si aspetta da me che diventi un tipo responsabile, che mi trovi un lavoro quale-che-sia. La scrittura per adesso non basta a farmi campare, e mi arrivano sempre più spesso messaggi, più o meno velati, con cui mi si chiede di iniziare a fare dell’altro.

Una vecchia storia, in realtà. Devi essere ragionevole, ascoltare gli altri che ne sanno sicuramente più di te, mettere una pietra sopra le tue sensazioni – che comunque andrebbero censurate sul nascere – e cercare di volare più basso, di non illuderti, di iniziare a essere una persona più o meno normale.

O magari sono io. Magari mi fa comodo vedere le cose in questo modo, dipingere un quadro in cui sono l’incompreso di turno. Magari chi cerca di convincermi a essere ragionevole lo fa perché mi vuole bene, eccetera. Ma allora vuol dire che ho qualche rotella fuori posto, perché è davvero una strana coincidenza che chi mi vuole bene e mi dà consigli lo fa sempre in una sola direzione, quella che mi porta lontano, più lontano, dalla persona che voglio essere. Che mi fa somigliare ai tanti stronzetti narcotizzati che si possono incontrare in qualsiasi angolo di qualsiasi ufficio.

Si, è uno sfogo che sembra quello di un adolescente. Magari però non mi sono ancora arreso, e ho ancora un pò di benzina dentro. Beati voi che invece avete messo la testa a posto.

Mi è mancata tanto, la tastiera. Ora passo a scrivere cose un pò più serie. Ho un’ora, e poi dovrò ricominciare a badare al trasloco. Vedo di scrivere più che posso. Mi basta un’ora per tornare a respirare e sentirmi bene. Perché scrivere è questo: respiro. Minaccia qualcuno di togliergli il respiro, e guarda come reagisce. Non credo che bastino gli inviti ad essere ragionevole, ad accontentarsi di altro. O respiri, o non respiri.

Traslochi

Giusto un giro di riscaldamento prima di iniziare a lavorare su qualcos’altro di più impegnativo, stamattina. Ho sempre trovato che scrivere è più simile alla palestra o a un’attività artigiana, uno ha un respiro, un ritmo e un allenamento da seguire, deve prendere il fiato prima di iniziare con la roba più pesante e impegnativa. Molto simile alle arti marziali, per alcuni aspetti. O forse sono io che amo vedere collegamenti con le arti marziali dappertutto.

Questo post non so dove finirà. Forse sul blog del mio vecchio sito da fotografo, o su uno dei tanti blog che ho fatto partire in questi anni, cercando di avere una continuità. Mi piace avere un blog. Mi piace l’idea di avere un blog, una platea da cui dire cosa faccio e come la penso su certe cose, su cui postare cose che non vanno a finire da nessun’altra parte, e che non sono effimere come quelle sui social network. Ma mi sono reso conto che il genere di impegno che è consigliato dai social media guru, quelli che ti dicono che devi postare ogni tot di giorni su un certo argomento, non fa proprio per me. Io vado per accumulo, giorni e giorni senza postare una riga e poi fiumi di aggiornamento. Lontano dalle logiche del web. Ma fanculo le logiche del web, ovviamente.

Però non sarebbe male iniziare a pensare a un sito contenitore, da cui poi diffondere contenuto e spunti anche sui social media. Un pò il concetto di Indie Web, e io un sito ce l’ho già, si tratterebbe di aggiornarlo.

Una volta scrivevo un diario, poi mi sono reso conto che mi faceva pensare con troppa ossessività a me, al mio mondo interiore, e non penso di essere quel tipo di persona (RISATE DALLO SFONDO). Ora mi piacerebbe molto avere un luogo su cui scrivere riflessioni e cose estemporanee, giusto per non trasformarmi nell’Uomo che Urla per Strada. Ma, non avendo i mezzi e la fama di gente che tiene newsletters con migliaia di iscritti e può permettersi di trascurare i blog, l’unica via che ho è proprio questa. Forse, come ho detto più sopra, ristrutturerò il mio vecchio sito da fotografo in modo da farlo diventare una cosa più ibrida, una piattaforma da cui fare partire scritti e considerazioni. Alla fine, l’importante è scrivere. Writers write, e tutto questo genere di cose.

Sto in mezzo a un maledetto trasloco, per ora, per cui il tempo di lavorare e scrivere è poco. Che deve essere il motivo, poi, per cui cose su cui normalmente riesco a passare sopra con un pò di nervosismo mi fanno letteralmente esplodere. Solite cose – solite cose di un più che trentenne nella penisola italiana. E non aiuta il dover contrastare con il crearsi un lavoro, con il doversi pagare l’affitto con quello che si vuole fare.

Ho mandato due soggetti a un’Importante Editore di un Importante Settimanale a Fumetti. Conosco i personaggi benissimo, e delle quattro storie che avevo preparato ne ho mandate due. Belle storie, mi sono divertito un sacco a scriverle, con in più il piacevole e necessario contorno da scrittore maledetto: ero in una casa di un amico, in riva a un lago, e dopo dieci ore a lavorare andavo in un pub a bere Black Bush o Connemara. Deve essere anche per questo umore generale del periodo che per ora ho voglia di rimettermi a fumare.

(seriamente: se siete di quella zona, andate allo Shamrock. Gran bella atmosfera, gente simpatica, e un menù a parte per gli Irish Whiskey.)

Stamattina lavorerò invece a un progetto più lungo, per un’altra Casa Editrice Milanese Importante. Scrivo quelli che nel gergo televisivo americano si chiamerebbero Spec Script, tentativi di fare vedere che sono figo e professionale. Speriamo non mi scoprano, ho un sacco di musica punk e una fissa per il whisky che mi fregherebbe.

Parlando di serie televisive americane, adesso ne sto guardando tre. True Detective, Black Sails e la terza stagione di Sons of Anarchy. Tutte ugualmente belle, e tutte fatte benissimo. Non sono uno appassionatissimo di serie tv (non sono neanche un appassionato di tv, e a dirla tutta, in definitiva, per me quelli della televisione dovrebbero tutti bruciare all’inferno in una enorme melassa puzzolente, con un coro di metallari ubriachi che pisciano sulle loro teste), ma queste che sto guardando sono di altissimo livello. Prodotte benissimo e tutte basate sulla scrittura, sull’intreccio, sui colpi di scena e sullo sviluppo dei personaggi. Oltre che sull’atmosfera e sulla caratterizzazione, che in SOA è fatta talmente bene da aver procurato a Kurt Sutter, autore della serie, una nuvola costante di ammiratori che gli offrono favori sessuali e di qualsiasi altro tipo. Bella la vita, eh?

Non so per quanto ho scritto fino ad adesso. Mi sa che è l’ora di tornare a scrivere cose e cercare di farle funzionare per vivere. Avevo in mente di scrivere altro stamattina, cose oblique sul rapporto con gli altri, scritte con il tono di considerazioni generali quando in realtà vorrei parlare direttamente con certe persone in particolare, e chiedergli perché devono per forza rendere il mondo un posto di continue richieste sugli altri, di tentativi di farli sentire inadeguati e di aspettative in via di compressione rapida. Ma credo di avere ruminato abbastanza questa mattina. Per cui buon giorno, e a risentirci nei prossimi, se non rimarrò sepolto da qualche scatolone con tutta la mia collezione di Linus.

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