Ora che il letamaio alzato dal movimento #metoo si sta abbassando di volume, può essere l’ora di analizzare l’alzata di scudi un po’ isterica a cui abbiamo assistito negli ultimi mesi. Lo prendo come spunto, per fare un discorso più generale. Abbiamo visto di tutto, dalle accuse sacrosante ad autentici porci che hanno approfittato del loro ruolo per fare delle molestie sessuali a rivendicazioni che venivano infilate perché se non ora quando. Ancora mi chiedo cosa c’entri il gender pay gap con il fatto che una persona in una posizione di potere approfitti del suo ruolo, ma ehi, questa cosa del potere è vecchia di almeno cinquemila anni, quindi forse sono io che ho bisogno di aggiornarmi.

Disclaimer: i diversi problemi che una donna affronta nel suo stare al mondo sono collegati dal suo essere donna, e io invece sono un maschio bianco eterosessuale di classe media del mondo occidentale. Per alcuni sono il male, e non ho diritto a parlare di come gli altri devono sbobinare il lungo, lunghissimo discorso dei propri problemi, soprattutto in un momento storico in cui ogni problema personale è politico. Dovrei sapere, io maschio bianco eterosessuale eccetera, che già solo per la mia pretesa di voler dire la mia opinione e di esprimerla nel modo che ritengo più opportuno, sto offendendo e dileggiando i decenni di lotte di chi è in una condizione di sfruttamento. Dovrei capire che sto oggettivamente portando acqua al mulino di chi comanda, ovvero di me stesso.

Ed eccoci entrati nel discorso più naturale degli ultimi anni. Anzi, naturale un cazzo: è costruito e culturalmente determinato tanto quanto gli altri, ma come sa bene chi ha fatto un po’ di studi (intendo: chi abbia superato la quarta liceo), nel momento in cui un discorso o una cultura diventano egemoni, o si propongono come tali, una buona parte della comunicazione riguarderà l’ineluttabilità di quella cultura. È successo con la cultura borghese, che oggi tutti considerano come il Destino Finale dell’Umanità, ma che è solo un’altra cultura, che è nata e che si estinguerà, presto o tardi.

Nel nostro caso, la cultura che cerca di diventare egemone è un mischione tutto ventunesimo secolo fatto di globalismo, cosmopolitismo, cultura senza barriere e che consuma un po’ quello che gli capita a tiro, ma che ha tra i suoi capisaldi l’idea di un’umanità lanciata a tutta velocità verso un futuro davvero mondiale. La classe media planetaria, l’hanno chiamata. Quella per cui è molto più importante essere solidali con un migrante, chiunque egli sia e da ovunque venga, che non con i propri rozzi e ignoranti vicini di quartiere. Sì, quelli che vivono in case senza servizi e si ostinano a rimanere di ceto basso e di bassa cultura, che guardano con terrore all’assottigliarsi del welfare e all’allontanamento della società dai loro interessi. Bonus: il ceto medio cosmopolita tende sempre di più a non nascondere il suo astio nei loro confronti. Se solo smettessero di essere poveri e di non arrivare alla terza superiore…

È il regno del politicamente corretto. Se poco poco siete di una certa estrazione culturale, a questo punto avete smesso di leggere. E ne avete anche qualche ragione: quella di essere contro il politicamente corretto è stata per anni la scusa di chi voleva essere lasciato in santa pace a ruttare i propri pensieri da bifolco, senza volere sentire critiche. Ma il politicamente corretto è diventato una pratica di comunicazione, un discorso moralistico, e le sue modalità sono in azione anche in casi insospettabili. Non è cosa si dice quanto come si dice, che è importante. È la struttura comunicativa, avrebbe detto il mio panettiere tempo fa, prima di mollare il lavoro per farsi una start up. Non ho mai capito di cosa.

Ormai ogni tipo di discorso pubblico, dibattito o anche solo chiacchierata sui social si svolge basandosi sul principio di associazione, che è il motore del politicamente corretto. Molto semplicemente: non conta cosa dici, il suo contenuto, ma a chi o cosa ti associ dicendo quello che dici. Da questo semplice passaggio, che sposta l’attenzione dal contenuto al contesto, si traggono poi delle conclusioni moralistiche. Pensi che il dibattito sull’eguaglianza delle donne vada condotto diversamente, e che certe esagerazioni e prese di posizione femministe siano la spia di un pensiero totalitario? Sei dalla parte del patriarcato. Metti in dubbio che il modello di immigrazione sostenuto da alcuni sia efficace e salutare per la nostra società? Razzista. Pensi che Roberto Saviano si stia rivelando, sulla lunga corsa, uno scrittore medio, e che nei suoi scritti aggiunga poco a quello che già viene pestato e ripestato nel dibattito su mafia e antimafia? Mafioso.

Va bene, avete capito. Quello della reazione per associazione è un moralismo, puro e semplice, che preferisce stabilire cosa è bene che una persona pensi o non pensi, e che si guarda bene dal portare avanti un’argomentazione razionale. Perché se no sarebbe costretto a entrare nel merito dei contenuti, e invece interessa sempre di meno stabilire delle posizioni razionali. Conta di più identificarsi con qualcosa. Nel nostro mondo occidentale avviato verso un radioso futuro globale ci siamo dimenticati di uno degli insegnamenti più semplici dell’illuminismo: le idee sono una cosa, le persone un’altra. Continuare a identificare sé stessi e gli altri con le proprie idee è, oltre che infantile, pericoloso. Perché poi per punire le idee te la prendi con le persone, con quello che sono, con quello che fanno per vivere o per passare il tempo.

Quando passa l’idea per cui è più importante chi sei e non cosa pensi, si aprono le porte all’analfabetismo funzionale. Passa l’idea che in un dibattito gli altri non devono farti sentire male, che devi sempre sentirti a tuo agio, che devi essere trattato bene, che devi cambiare linguaggio e cultura per non fare sentire minacciato qualcuno, appartenente o meno a una minoranza. Quell’idea patriarcale, neocolonialista e razzista per cui tu debba avere delle idee, elaborarle, spiegarle e difenderle in un pubblico dibattito, diventa più che secondaria. Anche perché: chi l’ha detto che esista una realtà, o delle idee che la descrivono? Esistono solo interpretazioni, come dice qualcuno. Scegliete quella che vi fa sentire meglio, e cercate di fare stare in silenzio le altre.

Ma ecco, sorpresa sorpresa: qualcuno pensa che questo modo di procedere appartenga solo alla sinistra, o a quel ceto medio globale eccetera. Invece anche chi si dichiara contro il politicamente corretto usa esattamente gli stessi discorsi. È controintuitivo, ma basta guardare alla struttura del discorso. Esempio: la pubblicazione di immagini o testi che fanno battute sull’Olocausto mettendo in ridicolo chi ci è morto, o altra fascisteria assortita. La prima opposizione, la più banale (e anche la più giusta) è prenderne atto: “Questa è una vignetta nazista/fascista”. Sostiene un punto di vista nazista. Tifa per le forze dell’Asse, spesso letteralmente, dato che spesso vengono ritratti Mussolini o Hitler. Si parla di contenuto.

Come reagisce il fascista medio, appena si discute di contenuti? Esatto: la butta in vacca. Basta con questo politicamente corretto, siete dei social justice warrior, siete voi i veri fascisti, siete alleati degli immigrati che ci stanno invadendo, agli italiani non pensate più, e allora è fascista anche Cazzabbubbulo, famoso intellettuale di Voghera che ha sostenuto una cosa lontanamente assimilabile a quella che ho detto io, io non sono fascista, sono persino iscritto a Potere al Popolo e cito Orwell…. Riconoscete niente? Niente contenuti, solo astrazione e associazioni a categorie più grandi, su cui poi si dà un pensiero moralistico. Nessuna risposta alla domanda “Sì, ma quello che hai scritto è roba fascista o no?”. Pensiero politicamente corretto, sotto mentite spoglie.

Visto come ci siamo fottuti? È stato il politicamente corretto, le strutture di comunicazione che ha sdoganato, che ha permesso l’avanzata di un pensiero neofascista. E intendo proprio il pensiero: se pensate di essere di sinistra perché avete il Che appeso in cameretta non avete capito un cazzo, conta come pensate. Nei fatti è un pensiero che incoraggia a mettersi il sapone in bocca e ad aderire a un conformismo di massa, quello in cui si gioca a squadre. C’è quella che cerca di avere la faccia pulita, e quella che vuole per forza avere la faccia sporca. Entrambe non fanno il quoziente intellettivo di una gallina. Quindi no: non è permettendo a chiunque di dire le sue stronzate che arriveremo a una società più aperta e tollerante. Bisogna pretendere che ciò che viene detto venga argomentato. Se vi manca quello, siete degli stronzi esattamente come quelli che dite di criticare.

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