L’ultima crisi isterica del piccolo spicchio di internet che seguo è stata causata da una polemica sul Salone del Libro di Torino. In breve: alla più grande manifestazione libresca d’Italia è previsto che partecipi anche Altaforte, una casa editrice gestita da un membro di Casapound e con un catalogo di libri che elogiano il fascismo. Alcuni scrittori e intellettuali sollevano dei dubbi sulla presenza di un editore fascista, soprattutto in questo periodo, soprattutto dopo che l’editore ha pubblicato un libro-intervista del ministro degli Interni, il quale per essere uno che ripete di continuo che il fascismo è una cosa del passato non perde mai occasione per titillare i fascisti del presente. In seguito alle perplessità del favoloso mondo della cultura italiano, il Comitato d’indirizzo del Salone del libro ha dato il via alla presenza di Altaforte con una nota burocratica nello stile e pilatesca nei fatti.

Segue dibattito, come si dice. Alcuni scrittori ospiti del SalTo decidono di annullare la propria presenza, come Wu Ming e Carlo Ginzburg, in polemica con la decisione del Comitato. Cristian Raimo, insegnante, scrittore e consulente di Nicola La Gioia, presidente del Comitato d’indirizzo, decide di dimettersi e di partecipare al Salone “solo” da scrittore. Su Twitter infuria la polemica: è più giusto andare o non andare? Andare a un Salone infestato da fascisti non è forse un modo per dare loro spazio? E d’altro canto, se vanno tutti via, non significa dare loro ancora più platea? E la libertà di pensiero ed espressione, e Voltaire? Nel frattempo l’account ufficiale del Salone fa il suo mestiere e inventa un hastag che inizia a essere usato da persone che, come me, saranno semplici visitatori del Salone, e che sembra stiano partendo per la guerra partigiana.

Parliamone, allora

Su, ricomponiamoci. Il punto qui non è, e non può essere, se esista una forma “giusta” per andare o non andare al Salone del Libro. Sia chi sceglie di andare, parlare, contestare, fare la propria cultura al Salone, sia chi sceglie di non mettere la faccia su una manifestazione che reputa compromessa e che potrebbe compromettere ancora il dibattito pubblico italiano, ha le sue sacrosante ragioni e non si dovrebbe discuterle con l’accetta. Christian Raimo andrà al Salone, Wu Ming no: entrambi fanno bene, fatti i conti con le proprie idee, il proprio modo di vedere la cultura e il suo ruolo nel paese. Per fortuna nessuno di loro deve rispondere a Organi Superiori, né c’è da tenere unito un fronte. Il fronte tiene sia grazie a chi va che a chi resta, il bello è questo.

Chi invece va discusso è il Comitato d’indirizzo del Salone, che nel suo comunicato fa diventare il codice penale, la magistratura, gli atti giudiziari l’unico metro per valutare la bontà di un’idea o di un gruppo. Niente di nuovo, è un problema di cui in Italia soffriamo da quasi quarant’anni, ne parlava già Leonardo Sciascia nei saggi raccolti in A futura memoria (se la memoria ha un futuro). La magistratura non si è pronunciata sull’illegalità di Altaforte e di Casapound, dice il comitato – sto parafrasando – e quindi chi siamo noi per impedire la partecipazione a una manifestazione pluralista e democratica? Pensavamo, risponde il coro, che voi foste il vertice della più importante manifestazione culturale italiana, scrittori e intellettuali capaci di prendere una posizione un po’ più articolata e coraggiosa. Che sapeste bene che non tutto può essere misurato con il codice penale, e che esistono anche posizioni politiche e morali che hanno la stessa legittimità della legge. Ci sono più cose in cielo e in terra di quante ce ne siano nel vostro codice. Prendete posizione apertamente, invece di farlo facendo finta di stare fermi.

Don Abbondio, I suppose.

Invece no, il Comitato dice che la Legge non ha fatto nulla, quindi nulla può fare lui. Centinaia e centinaia di pagine piagnucolose sul ruolo degli intellettuali nella società e sul fatto che nessuno ascolti più la gente che pensa e scrive, che si pensa da un’altra parte, che i social media sono brutti e invece i libri fanno riflettere, per poi nascondersi dietro un comunicato nel momento in cui bisognava fare una scelta, e farla senza che nessuno, libro o autorità, fosse lì a dire nero su bianco “Sì, hai ragione”. Ma perché uno dovrebbe perdere tutto questo tempo dietro gli intellettuali, se quando sono investiti di una responsabilità si tirano indietro e si nascondono dietro un magistrato?

Sciascia, di nuovo lui, vi avrebbe riso dietro nel suo modo elegante e nervoso. Perché dopo anni di giaculatorie su quanto sia importante la cultura, vi siete arresi. E perché non avete capito che quello di legalità è un concetto reazionario. Liberali, democratici, socialisti, comunisti, preferirebbero quello di giustizia, se vogliamo ridare il giusto peso alle parole.

La crisi isterica, tanto per cambiare

A contorno di tutto questo poi arriva la sinistra italiana più o meno radicale, con le sue varie specialità. Da un lato il social media manager del Salone inventa un hashtag, #iovadoatorino, e un sacco di persone di sinistra moderata, quelle che non sono mancate a nessuna delle mobilitazioni on line degli ultimi anni, iniziano a twittare con orgoglio perché andranno tutte a Torino. Sembra, a giudicare da quei tweet, che stia per partire un’altra Resistenza ma guidata da capi ancora più giusti, tanto è il senso di superiorità autoappuntata, di divisione di campi, di affermazione di identità che traspira da quei tweet. Tutto quello di cui i sedicenti eredi dei partigiani accusano agli altri, segno evidente che più che citarli i libri dovrebbero leggerli. Dall’altro lato arrivano quelli che non possono muovere un passo se non hanno le Masse (sempre maiuscole) dietro, e che sono terrorizzati di avere un’idea che non sia condivisa da un sacco di altra gente. Quindi, chiamate a boicottaggi di massa, al ritiro da parte degli editori (anche se gli stessi editori sono responabili della presa di posizione “legalitaria”), o accuse di complicità col fascismo per chiunque non dichiari pubblicamente che non andrà al Salone, e non solo da scrittore, no, in alcuni casi anche se sei un visitatore sei di fatto un fascista. In pratica una ricetta per la sconfitta, tracciare una linea sulla sabbia e dire che tutti gli altri hanno torto. Però il problema è sempre degli altri.

Il che ci riporta all’isteria. Davvero era il caso di creare un caso così? Davvero si doveva rispondere in questo modo? Davvero ora l’alternativa è tra andare al Salone o non andare, e sei un fascista nel primo caso e un antifascista nel secondo? Questo mi sembra il modo migliore per allontanare ancora più gente da temi importanti. In altri paesi, in cui si è riflettuto più a lungo su temi come il fascismo e la democrazia, la questione non si sarebbe posta, perché il Comitato di indirizzo avrebbe preso posizione con un po’ più di spina dorsale. Quale che fosse la propria posizione: anche dire che la partecipazione dell’editore Altaforte non era in discussione e che andava accettata, fatevene una ragione. Di nuovo: è il modo in cui è stato gestito il tutto che ha inquinato la discussione, esasperando alcuni animi sempre pronti a esplodere. Gli scrittori fanno bene a non andare oppure andare e parlare delle proprie idee, ma parlare del Salone alla stregua di una manifestazione che fiancheggia il fascismo è stupido. Andateci, semmai, e andate a comprarvi l’opera completa di Sciascia, e poi ci rivediamo tra un anno. A quel punto dovrebbe essere chiarissimo, quello che bisogna fare. 

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