Ho scritto questo post per metterlo su Facebook, lo riposto qui per non perderlo nel mare magnum. Qualche riflessione su cose che sento dire in questi giorni in Sicilia, in seguito alle indagini sui dati dell’epidemia truccati.

Nella foga di questi giorni, esasperata da tutto quello che sappiamo, faremmo bene a ricordarci quelle cose che ormai si ripetono, nel dibattito pubblico, come vezzi formali, omaggi dovuti a principi che, un attimo dopo aver omaggiato, distruggiamo nel concreto della nostra vita civile. L’innocenza fino a che un processo provi il contrario, ad esempio, è un rimasuglio di queste formalità. Tutti la proclamano, nessuno ci crede davvero. Strano che in questo paese, che quando può diventa isterico per la sua costituzione (la più bella del mondooooh!), l’innocenza fino a prova contraria sia un concetto così debole da spingere a ridacchiare chi lo senta citato con serietà, o a fremere di impazienza: ecco, è arrivato il maestrino che ancora crede a questa minchiata.

Così come è strano che una persona, che è indagata e interrogata nell’ambito di un procedimento, nel momento in cui decida di avvalersi di un suo diritto come quello di non rispondere – l’assessore Razza, ché di lui parliamo qui, ha detto di voler prima vedere le carte che lo riguardano: che protervia – debba vedersi commentare la propria decisione in un’intervista rilasciata dallo stesso magistrato che lo sta indagando. Oppure, ancora, che la stessa decisione di avvalersi della facoltà di non rispondere venga definita, in un telegiornale nazionale, “fare scena muta”, neanche si fosse a un’interrogazione di latino e in ballo ci fosse semplicemente un voto e una figura di merda, e non la fedina penale, l’onore e la galera incontro cui va una persona che risponda nel modo sbagliato.

Assurdo che proprio io debba scrivere queste cose, visto che l’assessore Razza, e il sistema che rappresenta, sono quanto di più lontano da quello che io penso debba essere la gestione della cosa pubblica e il modo di vivere il proprio ruolo da amministratori e da uomini politici. Ma proprio per questo, proprio perché è nella politica la vera battaglia, credo che si debba tenere lontana la tentazione di usare il diritto per prendere a bastonate chi pensiamo sia diverso da noi. Anche questa specie di giudizio morale e penale permanente sulle persone, basato su quello che sono molto più che su quello che hanno fatto, è lontanissimo da me, tanto quanto le politiche di cui Razza e Musumeci sono i degni rappresentanti.

Però è facile fare i sostenitori del diritto e del giusto processo quando sono le persone che piacciono a noi ad andarci di mezzo. È quando a finire nei guai sono quelli che ci stanno sul grugno, invece, che si vede la saldezza dei nostri principi. E di questi tempi di integrità ne vedo poco, soprattutto tra chi invece pensa che l’integrità sia tutto.

Il danno che è stato fatto in anni di ritiro della politica e supplenza della magistratura lo vedi da queste cose. Indagano un assessore regionale per la questione dei dati e amici e conoscenti di sinistra pubblicano status sui social in cui dicono “Vogliamo Razza in manette” o con la variante linguistica meno trucida, ma solo nelle maniere, “Vogliamo Razza in galera”. Gente che se leggesse altri giornali e facesse parte di un’altra tradizione direbbe di sé stessa che sta pubblicando i propri movimenti gastroesofagei, ma che invece pensa di essere l’avanguardia, la punta avanzata della civiltà, parte di una cultura che ci regalerà, un pezzo per volta, un mondo migliore.

Una volta, forse, aveva senso distinguere tra due Italie (attenzione: ho detto che aveva senso, non che fosse giusto, e ho comunque detto FORSE). Certo, mi rimane sempre il dubbio che quella tradizione, quella che pensava di essere migliore, ce l’avesse nei cromosomi questa cosa del pensare che lo stato di diritto sia un semplice orpello, uno strumento da usare finché serve, una specie di manganello che al momento giusto può essere impugnato dalla parte del manico o essere girato al contrario per fare più danno. Ma se anche non fosse, se anche si fosse accettata del tutto l’adesione alle regole della democrazia, negli ultimi anni è stato fatto un danno gigantesco, un lavoro sulla demolizione della cultura democratica, da cui nessuno è stato esente. Nessuno. Il caro vecchio fascismo endemico degli italiani sopravvive a prescindere dalla cultura politica a cui ogni singola testa democratica, e il risultato è che c’è gente con fior di lauree e di ragionamenti sulle spalle che ragiona ancora come se la magistratura non dovesse essere altro che lo strumento di un bene superiore, sia di volta in volta questo bene rappresentato da una Chiesa, un partito, una forma statale, un’idea.

Quindi no, niente lavori forzati, niente manette, niente gioia nel momento in cui qualcuno viene indagato o chiuso in un carcere o agli arresti domiciliari. Si aspettano le indagini, e nel frattempo si critica Razza perché ha continuato il lavoro di macelleria sulla sanità iniziato dai suoi predecessori. Ah, e magari si fa anche autocritica sul fatto che non si è stati in grado di produrre una alternativa, che sia una, al sistema in cui Razza e Musumeci proseguono indisturbati e solo la magistratura sventolando le manette può fermarli. La miseria, intellettuale e morale, non è molto migliore dell’arroganza di cui accusiamo chi governa.

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